“Quando rimandare sembra una vittoria (ma non lo è)”

Ti è mai capitato di sapere benissimo cosa ti farebbe bene, ma di evitarlo con tutte le forze? È un po’ come quando hai mal di denti, sai che devi andare dal dentista, ma all’idea del trapano ti convinci che puoi resistere ancora un po’. Poi arriva il giorno in cui il dolore esplode e finisci in pronto soccorso con un ascesso. Ecco, la terapia funziona allo stesso modo.

La resistenza che ti illude di stare bene

C’è una strana idea in giro: che stare male e resistere sia sinonimo di forza, mentre chiedere aiuto equivalga a un fallimento. Come se il nostro valore si misurasse nella capacità di stringere i denti, di tenere botta ancora un po’, di farcela da soli. Ma la verità è che questa non è resilienza, è solo una battaglia inutile contro se stessi.

Resistere alla sofferenza non è coraggio, è un modo per prolungarla. Come quando hai una spina nel piede e continui a camminarci sopra, invece di toglierla. Dopo un po’ non è più solo un fastidio: il piede si infetta, cammini male, compensi con l’altro piede, ti fanno male la schiena, il ginocchio, tutto. Ti dici che è normale, che ci sei abituato, ma in realtà il tuo corpo sta solo accumulando danni su danni.

Ecco perché rimandare la terapia non è una vittoria, ma un auto-sabotaggio. Non perché tu sia incapace di farcela da solo, ma perché nessuno dovrebbe farcela da solo.

Se fosse il tuo corpo?

Pensiamo alla salute mentale come qualcosa di astratto, separato dal corpo, ma non è così. Se non dormi bene, se sei sempre in allerta, se il tuo umore è altalenante, se il tuo stomaco è sempre contratto… non è solo “stress”. È il tuo corpo che ti sta dicendo che ha bisogno di aiuto. Esattamente come un muscolo infiammato che ti impedisce di camminare.

Se ti dicessero che hai la pressione alta, probabilmente non ti sentiresti in colpa nel prendere un farmaco o cambiare stile di vita. Ecco, vale lo stesso per la tua mente. Chiedere aiuto non è cedere, è solo un atto di cura.

Mostrarsi vulnerabili non è debolezza

C’è anche un altro inganno in questa storia: l’idea che mostrarsi vulnerabili sia una debolezza. Che chi soffre e lo ammette sia fragile, mentre chi tiene tutto dentro sia più forte. Ma la verità è l’opposto.

Ci vuole molto più coraggio a dire sto male che a far finta di niente. Ci vuole molta più forza a guardarsi dentro che a scappare dalle proprie emozioni.

E, soprattutto, chi è davvero forte sa che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Andare dallo psicologo non è “l’ultima spiaggia

Un altro grande fraintendimento è pensare che la terapia sia una specie di pronto soccorso psicologico, l’ultima chiamata prima del baratro. Che ci si vada solo quando ormai non si dorme più, si piange tutti i giorni o si è alla frutta. Oppure, nel caso della terapia di coppia, quando il rapporto è già devastato e non resta altro che il divorzio.

E invece dovrebbe essere proprio il contrario. La terapia in alcuni casi puo’ essere l’estintore che si usa quando l’incendio è fuori controllo, ma è molto più fatico e normalmente richiede l’intervento di più attori, l’ideale sarebbe la manutenzione che evita che scoppi un incendio. È prevenzione, cura, conoscenza di sé.

Aspettare di arrivare al limite per cercare aiuto è come dire che vai dal medico solo quando la malattia è allo stadio terminale. Perché ridursi così? Perché aspettare di non farcela più?

Quindi perché rimandi?

Forse hai paura che la terapia ti metta di fronte a cose che non vuoi vedere. O forse sei abituato a cavartela da solo e pensi che questa volta non sarà diverso. Magari temi di non trovare il professionista giusto, di non sapere cosa dire, di non sentirti abbastanza “grave” per meritarla.

Tutte ragioni comprensibili, ma nessuna abbastanza valida per rimanere fermo nel dolore. Perché nessun premio arriva a chi resiste alla propria sofferenza. Anzi, a lungo andare diventa sempre più pesante.

E se invece fosse più semplice del previsto?

Prendere appuntamento con uno psicologo non significa firmare un contratto a vita, né dover raccontare tutto il primo giorno. Significa solo darti l’opportunità di vedere come ti senti a parlare con qualcuno che ha gli strumenti per aiutarti.

E se anche il primo tentativo non fosse quello giusto, puoi sempre provare con un altro professionista. Ma almeno avrai smesso di camminare su quella spina nel piede, aspettando che passi da sola.

Perché la sofferenza non è una prova di coraggio. Ma prendersi cura di sé sì.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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