chiodo schiaccia chiodo… funziona?

Come sempre dipende!! La cosa interessante è che il famoso “chiodo schiaccia chiodo” è allo stesso tempo vero e falso. Dipende da che cosa stai cercando di sostituire: una persona o uno stato neurobiologico.

Dal punto di vista delle neuroscienze e della psicologia dell’attaccamento, quello che chiamiamo “innamoramento” non è solo un sentimento. È un vero e proprio stato cerebrale.

Quando ci innamoriamo si attivano circuiti molto precisi:

  • aumenta la dopamina, che alimenta motivazione, ricerca e desiderio;
  • aumenta la noradrenalina, che rende la persona costantemente presente nei pensieri;
  • diminuisce l’attività di alcune aree della corteccia prefrontale, rendendoci meno critici e più inclini a idealizzare;
  • si attivano i circuiti della ricompensa, gli stessi coinvolti in molti comportamenti motivati.

Quando una relazione finisce, il cervello non perde solo una persona: perde la sua principale fonte di ricompensa. Per questo molti studi mostrano che una rottura amorosa attiva aree cerebrali simili a quelle coinvolte nella dipendenza e persino nel dolore fisico.

Qui entra in gioco il “chiodo”.

Se conosci qualcuno che suscita curiosità, attrazione o interesse, il cervello riceve una nuova fonte di stimolazione. I circuiti dopaminergici ricominciano ad attivarsi, l’attenzione si sposta gradualmente dal vecchio oggetto d’amore al nuovo e il cervello inizia a costruire nuove associazioni emotive.

In pratica non è tanto che “una persona sostituisce un’altra”. È che una nuova esperienza relazionale compete con le vecchie tracce neurali.

Esiste anche un fenomeno molto studiato in psicologia cognitiva chiamato riconsolidamento della memoria. Ogni volta che richiamiamo un ricordo, quel ricordo diventa temporaneamente “plastico” e può essere modificato dalle nuove esperienze. Se nel frattempo viviamo emozioni positive con qualcun altro, anche il ricordo dell’ex tende lentamente a perdere intensità emotiva.

Dal punto di vista dell’attaccamento accade qualcosa di simile. Le figure di attaccamento sono rappresentate nel cervello attraverso modelli interni. Quando una nuova relazione offre sicurezza, vicinanza e prevedibilità, il sistema di attaccamento può gradualmente eleggere una nuova figura di riferimento. Non è una cancellazione della precedente, ma una riorganizzazione.

Detto questo, c’è un motivo per cui il “chiodo schiaccia chiodo” spesso non funziona.

Se la nuova relazione viene cercata solo per anestetizzare il dolore, il cervello continua a mantenere attivo il legame precedente. La nuova persona diventa una sorta di antidolorifico emotivo, non un nuovo investimento affettivo. In questi casi il sistema di attaccamento rimane orientato verso l’ex e la nuova relazione rischia di essere fragile o strumentale.

La differenza, quindi, non è la velocità con cui arriva un’altra persona, ma la qualità dell’investimento emotivo.

Potremmo riassumerla così:

  • se il nuovo legame genera autentica curiosità, sicurezza e coinvolgimento, il cervello crea nuove reti neurali e il “chiodo” può davvero funzionare;
  • se serve solo a non sentire il vuoto, il vecchio legame continua a occupare il centro della scena.

Per questo sarebbe più corretto dire che non è un chiodo a schiacciare un altro chiodo. È il cervello che, grazie alla sua plasticità, smette progressivamente di investire energia in una rappresentazione relazionale e la redistribuisce verso una nuova. La persona nuova è il contesto che rende possibile questo cambiamento, ma il vero lavoro lo compiono la memoria, i sistemi di ricompensa e il sistema di attaccamento.

Molte persone si impongono una regola severissima: “Finché non smetterò di provare assolutamente nulla per il mio ex, non potrò aprirmi a qualcun altro”. È una convinzione comprensibile, ma non necessariamente realistica. Gli affetti non funzionano come un interruttore. Possiamo conservare nostalgia, affetto o perfino amore per qualcuno e, allo stesso tempo, iniziare a costruire un legame nuovo. Il cervello, come abbiamo visto, non cancella: integra, riorganizza, crea nuove connessioni.

Per questo precludersi la possibilità di stare meglio solo perché il sentimento per l’altra persona non è ancora completamente svanito potrebbe significare rinunciare a una delle esperienze che, invece, potrebbero favorire proprio quella trasformazione. A fare la differenza non è l’assenza totale di emozioni verso il passato, ma la trasparenza. Con sé stessi, innanzitutto, e con l’altra persona. Essere onesti su ciò che si prova, su ciò che si è in grado di offrire e su ciò che ancora è in evoluzione è molto diverso dal cercare qualcuno da usare come anestetico emotivo.

C’è poi un aspetto di cui si parla poco. A volte non aspettiamo davvero di non amare più. Aspettiamo perché, inconsapevolmente, rimanere nel dolore ci offre qualcosa.

La sofferenza può diventare un modo per restare simbolicamente legati a chi abbiamo perso. Oppure può proteggerci dal rischio di investire di nuovo su qualcuno e scoprire che anche quella relazione potrebbe finire. Finché il cuore è occupato da un amore impossibile, nessun altro può davvero metterci in gioco. È una posizione dolorosa, certo, ma anche sorprendentemente sicura.

È quello che in psicologia chiamiamo vantaggio secondario del sintomo: una condizione che ci fa soffrire ma che, allo stesso tempo, ci evita di affrontare una paura ancora più grande.

Percio magari il vero discrimine non è chiedersi se si prova ancora qualcosa per chi è uscito dalla nostra vita. La domanda più utile potrebbe essere un’altra: quel sentimento mi impedisce di investire davvero nel presente o lo sto usando, senza accorgermene, per non correre il rischio di sentirmi rifutat*, abbandonat* tradit* ancora?

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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