Solitudine e depressione quando stare soli smette di farci bene

«Sto meglio da solo». A volte è vero. Altre volte significa che stare con gli altri è diventato troppo faticoso.

Non hai voglia di spiegare come stai. Di rispondere «tutto bene» quando bene non va. Di partecipare a una cena e tornare a casa sentendoti ancora più lontano da tutti.

Così rinunci. Una volta, poi un’altra. Sul momento provi sollievo: per questa sera nessuno ti chiederà niente. Il problema arriva quando quel sollievo diventa l’unico modo che hai trovato per stare un po’ meglio, e intanto la tua vita si restringe.

È una delle riflessioni che mi porto via dal convegno di suicidologia: per comprendere una persona abbiamo bisogno di capire che cosa significhi, per lei, stare sola. Che cosa trova in quello spazio. E che cosa, invece, le manca.

Perché esiste una solitudine che desideriamo. Chiudere una porta dopo una giornata piena, mangiare senza dover intrattenere nessuno, lasciare che i pensieri prendano forma. Nessuna riunione da gestire, nemmeno quella familiare sul contenuto del frigorifero.

Quello spazio può restituirci energie. Possiamo abitarlo sapendo che, quando lo vorremo, ci sarà qualcuno da cercare.

Poi esiste la solitudine che fa male. Gli studi la chiamano loneliness: è la distanza dolorosa tra i legami di cui sentiamo il bisogno e quelli che percepiamo di avere. L’isolamento sociale riguarda invece la scarsità concreta di contatti e relazioni. Sono dimensioni diverse, che possono sovrapporsi ma non coincidono. [1]

Puoi vivere da sola e sentirti parte della vita di qualcuno. Puoi avere una famiglia, un lavoro pieno di persone, il telefono che vibra continuamente, e non sapere a chi dire una cosa che ti pesa davvero.

Per questo «ma come fai a sentirti sola, con tutta la gente che hai intorno?» è una domanda che rischia di chiudere il discorso proprio quando qualcuno sta provando ad aprirlo. Chi la riceve può ritrovarsi a dover dimostrare di avere diritto a ciò che sente. E magari la volta successiva tace.

Solitudine dolorosa e depressione possono alimentarsi a vicenda. Un rapporto che può andare in entrambe le direzioni: sentirsi a lungo senza legami sufficientemente significativi può aumentare la vulnerabilità depressiva; la depressione, a sua volta, può rendere più difficile cercare gli altri e mantenere i rapporti.

Pensa a quanto può costare un semplice messaggio quando ti senti senza energie, poco interessante, convinta di essere un peso. Lo leggi e rimandi. Poi ti dispiace di non aver risposto, e rispondere diventa ancora più difficile. Dall’altra parte qualcuno può interpretare il silenzio come disinteresse. Si allontana. Tu lo vivi come la conferma che, in fondo, non gli importava granché.

Non accade sempre così. Ma può accadere, senza che nessuno abbia deciso consapevolmente di interrompere quel rapporto.

Ecco perché dire «dovresti uscire di più» spesso non basta. Il suggerimento può essere sensato e, nello stesso tempo, troppo lontano dalle possibilità che quella persona sente di avere in quel momento. Prima di proporre una cena, forse serve capire che cosa la rende tanto difficile: la stanchezza, la vergogna, la paura di sentirsi fuori posto, il dover fingere di essere di buon umore.

C’è anche un altro aspetto che merita attenzione: la solitudine ha un contesto. Perdere il lavoro può significare perdere reddito, ma anche colleghi, abitudini, un ruolo in cui riconoscersi. La precarietà può restringere la possibilità di progettare. Migrare può comportare la fatica di ricostruire legami e appartenenza, mentre si cerca di tenere viva la propria storia.

Possiamo parlare di autostima quanto vogliamo, ma se una persona non riesce a pagare l’affitto, incontra discriminazioni o assiste un familiare senza alcun sostegno, dobbiamo guardare anche lì. Non tutto ciò che fa soffrire nasce dentro la persona. E non tutto si risolve chiedendole di cambiare atteggiamento.

Questo vale nelle diverse età della vita, anche se cambiano le perdite e i bisogni.

Per un adolescente l’esclusione dal gruppo può pesare moltissimo. A noi può sembrare «solo una chat», mentre per lui o per lei quel silenzio riguarda il proprio posto tra gli altri. Anche l’esperienza digitale va compresa: che cosa succede online, quali rapporti rende possibili, quali confronti alimenta? Attribuire tutto al telefono rischia di farci perdere la storia del ragazzo che lo tiene in mano.

Nella vecchiaia possono sommarsi lutti, difficoltà di movimento, malattia, perdita di autonomia e di occasioni quotidiane di incontro. A volte viene meno anche la sensazione che qualcuno abbia ancora bisogno di noi. Un invito occasionale può fare piacere; sentirsi ricordati e coinvolti con continuità ha un altro significato.

Tutto questo non vuol dire che ogni persona sola sia depressa, o che ogni desiderio di silenzio debba preoccuparci. La domanda utile è come stiamo in quella solitudine e che cosa sta succedendo alla nostra vita. Ci riposa? Ci permette ancora di scegliere? Oppure vorremmo avvicinarci a qualcuno e ci sembra ogni giorno meno possibile?

Quando al ritiro si accompagnano una perdita persistente di interesse, un umore molto basso, cambiamenti del sonno o la sensazione di non avere prospettive, vale la pena parlarne con un professionista. Per capire insieme che cosa sta accadendo, senza aspettare di avere già trovato il nome giusto.

Forse possiamo partire anche da una frase meno impegnativa di una spiegazione completa: «Mi sto isolando e faccio fatica a uscirne».

E se siamo noi a riceverla, possiamo provare a restare su ciò che ci è stato detto, prima di organizzare il programma di rinascita dell’altra persona. Chiedere che cosa pesa di più. Proporre qualcosa di sostenibile. Farci risentire.

Saper stare soli è una possibilità preziosa. Avere bisogno di qualcuno rimane una parte della nostra umanità. Non c’è un’età in cui dovremmo essercene liberati.

Dott.ssa Barbara Durand · http://www.basisicure.com

Riferimento

[1] Hawkley LC, Cacioppo JT. Loneliness Matters: A Theoretical and Empirical Review of Consequences and Mechanisms. Annals of Behavioral Medicine, 2010. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3874845/

https://www.instagram.com/barbara.durand.psy

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    Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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