Sempre connessi terribilmente soli

Social media e solitudine negli adolescenti

6–10 minuti

Puoi ricevere cinquanta notifiche e non avere nessuno a cui dire: «Oggi non sto bene».

Puoi essere dentro sette gruppi WhatsApp, avere una streak che dura da centottantadue giorni, conoscere in tempo reale chi si è lasciato, chi è uscito senza di te e chi ha visualizzato senza rispondere.

E sentirti sola.

La connessione si misura contando i contatti. La vicinanza, purtroppo per gli algoritmi, no.

La solitudine ha due volti

Durante il convegno di Suicidologia a Roma, un intervento dedicato al rapporto tra solitudine e depressione ha proposto una distinzione importante: «La solitudine ha due volti».

C’è la solitudine scelta. Quella che permette di pensare, ascoltarsi, riposare dalla richiesta continua di essere presenti, produttivi e possibilmente anche di buon umore. È lo spazio in cui una persona può stare con sé senza sentirsi abbandonata dal mondo.

Poi c’è la loneliness: non il semplice fatto di essere soli, ma la sensazione dolorosa di non appartenere, non essere raggiungibili davvero, non avere un legame nel quale potersi appoggiare. Si può sperimentare in una stanza vuota. Ma anche durante una festa, a scuola, a tavola con la propria famiglia o mentre sul telefono continuano ad arrivare messaggi.

Essere soli e sentirsi soli non sono la stessa cosa. E vivere circondati da persone non ci mette automaticamente al riparo dalla solitudine. Sarebbe comodo: basterebbe aggiungere qualcuno al gruppo e problema risolto. Le relazioni, però, hanno la fastidiosa abitudine di non funzionare per conteggio.

La povertà relazionale

Nello stesso intervento si è parlato di «povertà relazionale»: la carenza di figure significative, la perdita del senso di appartenenza e, con il tempo, della capacità di «infuturarsi».

Infuturarsi è una parola poco elegante ma molto precisa. Significa riuscire a pensarsi dentro un domani. Immaginare che esisteranno persone, luoghi e possibilità nelle quali avremo ancora un posto.

Quando un adolescente si sente escluso, non perde soltanto una serata o un invito. Può avere la sensazione di perdere la propria posizione nel gruppo e, insieme, una parte dell’immagine che ha di sé. In adolescenza l’appartenenza ai coetanei non è un accessorio. È uno dei luoghi nei quali si costruiscono identità, valore personale e autonomia dalla famiglia.

Per questo il genitore che dice «Ma che te ne importa, quelli non sono veri amici» spesso sta cercando di consolare e riesce, suo malgrado, a fare il contrario. Se non fossero importanti non farebbe così male. Prima di spiegare a un ragazzo che non dovrebbe soffrire, sarebbe utile riconoscere che sta soffrendo.

I social non causano semplicemente la depressione

Qui conviene togliere dal tavolo una semplificazione che ci piace parecchio: i social fanno deprimere i ragazzi. Detta così è pulita, memorabile e quasi sempre troppo povera per descrivere ciò che accade.

Le ricerche trovano associazioni tra alcune forme di utilizzo dei social e un minore benessere, ma gli effetti medi sono spesso piccoli e molto diversi da persona a persona. Contano l’età, il momento evolutivo, la vulnerabilità precedente, ciò che si fa online, con chi lo si fa e come ci si sente dopo.

Uno studio longitudinale pubblicato su Nature Communications ha rilevato finestre di maggiore sensibilità in alcune fasi dell’adolescenza, ma non autorizza a concludere che ogni ora trascorsa sui social produca lo stesso effetto su ogni ragazzo. Altri studi quotidiani mostrano risposte individuali differenti: per alcuni il benessere diminuisce, per altri non cambia e per altri ancora può migliorare.

La relazione, inoltre, può procedere in entrambe le direzioni. Un adolescente già triste, ansioso, escluso o insicuro può cercare più spesso rifugio online. Può smettere di vedere gli amici, restare sveglio la notte, osservare la vita degli altri senza partecipare alla propria. A quel punto il social non ha inventato da zero la sofferenza, ma può darle una stanza molto comoda in cui restare.

Questo non assolve le piattaforme. Gli ambienti digitali sono progettati per trattenerci e rendono immediatamente visibili gerarchie, esclusioni e confronti che un tempo avevano almeno la decenza di aspettare il mattino seguente. Significa però che sequestrare il telefono senza comprendere che funzione abbia assunto rischia di togliere il sintomo lasciando intatto il dolore.

Il confronto che non finisce mai

Una ricerca condotta su ragazzi tra i 10 e i 14 anni ha osservato che, nei giorni di maggiore utilizzo dei social, i partecipanti riportavano una considerazione di sé più bassa. Un ruolo importante era svolto dal confronto verso l’alto: l’impressione che gli altri fossero più belli, più amati, più divertenti o semplicemente più avanti.

Naturalmente sui social non confrontiamo la nostra vita con la vita degli altri. Confrontiamo il nostro dietro le quinte con il loro montaggio finale. Razionalmente lo sappiamo. Emotivamente, molto meno.

Per un adolescente sensibile al rifiuto, vedere che gli amici sono usciti senza di lui o di lei non è soltanto ricevere un’informazione. È assistere alla propria esclusione in diretta, rivederla nelle storie, contare chi c’era e interpretare ogni dettaglio. L’algoritmo, nel frattempo, continua premurosamente a proporre altro materiale. Non è cattivo: è molto efficiente. Che, a volte, è persino peggio.

Anche l’uso passivo ha un peso. Scorrere senza parlare con nessuno può dare l’impressione di partecipare, mentre si resta ai margini. Si conosce tutto della vita del gruppo, ma il gruppo non sa quasi nulla di come stiamo. È una forma particolare di vicinanza: abbastanza prossima da mostrare ciò da cui ci sentiamo esclusi, non abbastanza intima da farci sentire accolti.

Online possono esistere legami veri

Sarebbe sbagliato raccontare anche la storia opposta, quella in cui tutte le relazioni online sono finte e quelle in presenza automaticamente sane. Online si può trovare amicizia, riconoscimento, informazione e appartenenza. Per alcuni ragazzi, soprattutto quando si sentono diversi o isolati nel proprio ambiente, la rete è il primo luogo nel quale incontrano qualcuno che dà un nome alla loro esperienza senza ridicolizzarla.

Una relazione digitale può essere autentica. La domanda utile non è se sia nata attraverso uno schermo, ma che cosa produce. Permette di mostrarsi o chiede una prestazione continua? Fa sentire conosciuti o soltanto osservati? Offre uno scambio reciproco o costringe a inseguire approvazione? Quando la conversazione finisce, lascia più connessi o più vuoti?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità distingue infatti l’uso frequente dall’uso problematico. Nel rapporto HBSC del 2024, relativo a ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni, più di un adolescente su tre riferiva un contatto online quasi continuo. L’uso problematico, caratterizzato da difficoltà di controllo e conseguenze negative nella vita quotidiana, riguardava l’11 per cento, in aumento rispetto al 7 per cento rilevato nel 2018.

Essere spesso online, quindi, non equivale automaticamente ad avere una dipendenza. Ma quando il telefono diventa l’unico luogo in cui cercare sollievo, l’unico modo per non sentirsi esclusi o l’unico spazio in cui esistere, vale la pena smettere di discutere soltanto di minuti e cominciare a parlare di bisogni.

Le domande che aprono una conversazione

Molti genitori chiedono: «Quante ore sono troppe?» È una domanda legittima, ma non è sempre quella che ci farà capire come sta nostro figlio.

Potremmo chiedergli che cosa trova online e che cosa teme di perdere quando posa il telefono. Se, dopo avere guardato i social, si sente meglio o peggio. Se nel gruppo può essere triste, arrabbiato, noioso e comunque restare parte del gruppo. Se esiste almeno una persona alla quale potrebbe scrivere «Oggi non sto bene» senza dover prima confezionare una battuta.

E potremmo fare la domanda più scomoda: quando ti vedo sempre connesso, sei in compagnia o stai cercando di non sentire quanto sei solo?

Non è una domanda da fare durante l’ennesima lite sul telefono, magari con il caricabatterie già sequestrato come ostaggio. Richiede un momento meno affollato. E richiede anche la disponibilità ad ascoltare una risposta che potrebbe chiamarci in causa.

Non togliere il rifugio prima di avere costruito un ponte

Se un adolescente si è ritirato quasi completamente, dorme male, ha perso interesse per ciò che amava, evita la scuola, parla di sé come di un peso o mostra una disperazione crescente, il problema non può essere ridotto allo smartphone. Occorre capire che cosa stia accadendo e valutare un aiuto professionale.

Questo non significa rinunciare ai limiti. Significa dare ai limiti una funzione sensata: proteggere sonno, corpo, studio e relazioni, non punire una sofferenza che non abbiamo ancora compreso.

Il telefono può essere parte del problema. Può anche essere il luogo in cui un ragazzo mantiene l’ultimo legame che sente di avere. Prima di strapparglielo di mano, dobbiamo sapere che cosa stiamo interrompendo e che cosa siamo pronti a offrirgli al suo posto.

Perché essere connessi non significa essere accompagnati. E accompagnare un adolescente non vuol dire seguirlo ovunque. Vuol dire restare abbastanza vicini da accorgerci quando, in mezzo a tutto quel rumore, non riesce più a trovare qualcuno con cui parlare davvero.

Dott.ssa Barbara Durand · www.basisicure.com

Fonti essenziali

World Health Organization Regional Office for Europe. Teens screens and mental health. 2024. WHO Europe

Orben A, Przybylski AK, Blakemore SJ, Kievit RA. Windows of developmental sensitivity to social media. Nature Communications. 2022. Articolo

Irmer A, Schmiedek F. Associations between youth’s daily social media use and well-being are mediated by upward comparisons. Communications Psychology. 2023. Articolo

Adolescente con lo smartphone seduto in un locale affollato, apparentemente connesso ma emotivamente solo.

Rispondi

Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

supporto psicologico ›