Grief, loss, mourning. Tre parole inglesi per avvicinarci a qualcosa che, quando ci riguarda, spesso ci lascia senza parole. Loss è la perdita, ciò che viene a mancare. Grief è quello che ci accade dentro: il dolore, lo smarrimento, la rabbia, quel vuoto che a volte sentiamo prima nello stomaco e poi riusciamo a chiamare per nome. Mourning è il modo in cui attraversiamo ed esprimiamo il lutto, anche attraverso i gesti, i rituali, le persone che ci stanno accanto.
In italiano possiamo raccontare tutte queste dimensioni, ma usiamo spesso la stessa parola: lutto. Eppure, tra ciò che è accaduto e ciò che sentiamo, tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo a mostrare, può esserci una distanza enorme. [1, 2]
Possiamo dire «è morto» e non riuscire ancora a crederci. Possiamo rispondere ai messaggi, scegliere dei vestiti, occuparci dei documenti. Essere perfettamente capaci di fare tutto quello che serve e poi fermarci davanti alla sua tazza. Perché i documenti siamo riusciti a firmarli. Quella tazza, invece, non sappiamo dove metterla.
Ci sono assenze che diventano reali così. Nelle cose piccole, quando nessuno ci guarda.
Quello che perdiamo insieme a qualcuno
Quando perdiamo una persona cara, perdiamo anche quella parte di noi che era con lei. La voce che ci rispondeva, il posto a tavola, qualcuno che sapeva com’eravamo prima. Prima di diventare adulti, genitori, persone apparentemente capaci di cavarsela.
Perdiamo la possibilità di raccontarle qualcosa. Succede una cosa e, per un istante, pensiamo: adesso glielo dico. La mano va al telefono. Poi ci ricordiamo.
John Bowlby, con la teoria dell’attaccamento, ci ha aiutato a comprendere anche questo: i legami partecipano al nostro senso di sicurezza, alle nostre abitudini, al modo in cui ci orientiamo nel mondo. Sapere che una persona è morta non spegne immediatamente l’aspettativa di ritrovarla. Una parte di noi continua a cercarla nei luoghi in cui è sempre stata. [2]
A volte perdiamo qualcosa che non abbiamo mai avuto del tutto.
Un chiarimento, delle scuse, la possibilità di essere guardati finalmente con tenerezza. Quando una relazione è stata difficile, la morte può lasciare insieme nostalgia, rabbia, sollievo e colpa. Possiamo piangere la persona che c’era e quella che abbiamo continuato a sperare che diventasse. A volte un lutto avviene molto tempo prima della perdita reale e sono le lacrime che fatichiamo a lasciar andare
Non sempre ci sentiamo autorizzati a dirlo. Come se, davanti alla morte, dovessimo sistemare anche i sentimenti, renderli ordinati, presentabili. Ma dentro di noi possono convivere cose che sembrano contraddirsi. Possiamo aver desiderato che una sofferenza finisse e sentire disperatamente la mancanza di chi non c’è più.
Le perdite che gli altri fanno fatica a vedere
Ci sono anche lutti che non passano attraverso la morte. Un’amicizia che si interrompe, una relazione che finisce, un lavoro che perdiamo. Un ruolo, uno status, una possibilità a cui avevamo affidato un pezzo della nostra identità.
Non sono esperienze tutte uguali. Ma possono costringerci a una domanda simile: e adesso, senza questo, senza di te, chi sono?
Se finisce un’amicizia possiamo perdere la persona a cui mandavamo un messaggio senza dover spiegare tutto dall’inizio. Se perdiamo un lavoro possiamo perdere lo stipendio, e insieme un’appartenenza, il riconoscimento, una risposta alla domanda «che cosa fai nella vita?». Se una relazione si chiude, possiamo ritrovarci a salutare anche il futuro che avevamo immaginato, una versione futura di noi.
Fuori apparentemente puo’ non essere cambiato quasi niente.
Dentro dobbiamo spostare moltissimo.
«Almeno non è morto nessuno», ci sentiamo dire. E allora proviamo a ridimensionarci, a vergognarci un po’ meno del nostro dolore rendendolo più piccolo. Riconoscere una perdita non significa equipararla a tutte le altre. Significa poter ammettere che qualcosa, per noi, aveva valore. E che adesso manca.
Il dolore non si misura da fuori
Non esiste una graduatoria che stabilisca quanto abbiamo diritto di soffrire. Il grado di parentela non basta a raccontare un legame. Un’amica può essere stata casa. Un fratello può aver custodito con noi un’infanzia intera. Un genitore molto anziano può essere rimasto, fino all’ultimo giorno, la persona da cui una parte di noi tornava a sentirsi figlia. Un suocero, il figlio di amici, il vicino di casaa, la maestra delle elementari, il cane….
Questo non significa che tutte le perdite abbiano lo stesso impatto o comportino gli stessi rischi. Significa che non possiamo dedurre il dolore di qualcuno soltanto da chi è morto, dall’età che aveva o da quanto tempo è passato.
Si può piangere molto. Si può non riuscire a piangere. Si può avere bisogno di parlare e poi, il giorno dopo, non sopportare una domanda. Si può anche ridere, e subito sentirsi in colpa per quella risata. Come se stare un po’ meglio fosse già una forma di abbandono.
Non dobbiamo esibire una sofferenza continua per dimostrare quanto abbiamo amato.
Alcune morti, però, spezzano in modo particolarmente profondo l’ordine che ci aspettavamo dalla vita. Immaginiamo di salutare prima i nonni, poi i genitori, di poter invecchiare accanto al partner. Conosciamo le eccezioni, certo. Ma continuiamo a vivere facendo affidamento su una continuità possibile.
La morte di un figlio rompe questa attesa. Tanto che non esistono parole per definire chi rimane dopo la perdita del figlio, se perdi i genitori sei orgìfano, il partner vedovo, ma se perdi un figlio non c’èmparola che possa dirti chi sei diventato, delicato ed atroce allo stesso tempo.
Anche perdere un fratello, una sorella o un’amica quando si è giovani può rendere il futuro improvvisamente estraneo. Quella persona avrebbe dovuto esserci. Invecchiare, cambiare, attraversare altre stagioni insieme a noi.
Perdite così possono essere più difficili da integrare, soprattutto quando arrivano all’improvviso o in circostanze violente. Non diventano automaticamente un disturbo: aumentano però la vulnerabilità e possono richiedere un sostegno più intenso. E una morte attesa non è, per questo, una morte a cui siamo pronti. Aver saputo che sarebbe successo non ci dice come sarà tornare a casa dopo. [3, 4]
Le fasi del lutto e le giornate che non si somigliano
Quando soffriamo vorremmo sapere dove siamo. Quanto manca. Se quello che ci sta accadendo è normale. È comprensibile cercare una mappa.
Bowlby e Colin Murray Parkes hanno descritto quattro fasi del lutto. Lo stordimento, quando la realtà sembra arrivare da lontano e ci muoviamo quasi automaticamente. La ricerca e lo struggimento, quando sentiamo il bisogno di ritrovare chi manca, di sentirne ancora la voce. La disorganizzazione e la disperazione, quando l’assenza entra nelle giornate e rende faticose anche le cose abituali. La riorganizzazione, quando cominciamo a trovare un modo di vivere che tenga conto di ciò che è accaduto. [5]
Nella vita, però, questi vissuti possono mescolarsi. Possiamo occuparci del futuro al mattino e sentirci completamente smarriti la sera. Possiamo stare abbastanza bene per qualche giorno e poi incontrare un odore, una canzone, una ricorrenza. E sentire di nuovo tutto.
Anche le cinque fasi più conosciute di Elisabeth Kübler-Ross: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione, non sono passaggi da attraversare in ordine. Quel modello nacque soprattutto dal lavoro con persone davanti alla propria morte, e la parola «depressione», in quel contesto, non equivale da sola a una diagnosi. [6]
Le mappe possono aiutarci a riconoscerci. Diventano poco utili quando le usiamo per rimproverarci di essere ancora arrabbiati, ancora tristi, ancora lì.
Riorganizzare la propria vita può voler dire riuscire, un giorno, a fare un progetto senza sentirsi subito in colpa. O raccontare un ricordo e accorgersi che, accanto alla stretta in gola, c’è anche tenerezza. Il legame può trovare forme nuove. Nessuno ci chiede di cancellarlo per continuare a vivere. [2]
Quello che ci aiuta a restare nella vita
Il lutto può farci stare molto male senza essere una malattia. Nella maggior parte dei casi possediamo risorse che, con il tempo e un sostegno adeguato, ci permettono di adattarci alla perdita. Non è detto che serva un intervento clinico. [3]
Quando diciamo che siamo «attrezzati», però, dobbiamo ricordarci che tra le nostre risorse ci sono anche gli altri. Un’amica che continua a chiamare quando sono finite le condoglianze. Qualcuno che porta la cena, accompagna i bambini, si siede senza chiedere di essere rassicurato.
Perché a volte succede anche questo: chi soffre si ritrova a dover dire «sto meglio» per sollevare chi ha davanti. A rendere il proprio dolore più sopportabile per gli altri, quando avrebbe bisogno di poterlo appoggiare da qualche parte.
Non servono sempre parole speciali. «Ti va se resto?» può bastare. Anche chiedere «vuoi parlarne o preferisci che facciamo qualcosa insieme?» lascia una possibilità di scelta. Ci sono giorni in cui raccontare aiuta e giorni in cui il sollievo è poter stare accanto a qualcuno senza raccontare niente.
La resilienza può crescere anche in queste presenze. Riguarda la possibilità di mantenere o ritrovare un equilibrio, nonostante ciò che è accaduto. Le ricerche di George Bonanno hanno mostrato che i percorsi dopo una perdita sono diversi: alcune persone mantengono una discreta stabilità, altre attraversano periodi di maggiore difficoltà. Non essere completamente travolti non dimostra di aver amato meno. [7]
E non c’è nessun obbligo di trasformare il lutto in una lezione, di uscirne migliori, più forti, più grati. Possiamo desiderare semplicemente di tornare ad abitare le nostre giornate, con tutta la mancanza che ancora sentiamo.
Dentro ogni lutto entra anche la nostra storia
Alla perdita non arriviamo vuoti. Arriviamo con i legami che abbiamo conosciuto, con altre separazioni, con ciò che ci ha ferito e ciò che ci ha sostenuto. Arriviamo con il modo in cui, nella nostra famiglia, si poteva essere tristi.
Qualcuno poteva piangere ed essere consolato. Qualcuno ha imparato presto a non aggiungere problemi, a trattenere, a diventare quello forte. Qualcuno ha visto sparire i nomi delle persone morte dalle conversazioni, come se nominarle potesse fare più male del silenzio.
Quello che abbiamo imparato può influenzare il nostro modo di vivere il lutto e di cercare vicinanza. Non ci condanna a ripetere per sempre la stessa risposta. Possiamo scoprire che chiedere non significa pesare, che raccontare non significa rimanere bloccati. [2, 4]
Contano anche le condizioni in cui ci troviamo. Avere una rete, una casa sicura, qualcuno con cui dividere le responsabilità cambia concretamente l’esperienza della perdita. A volte una persona non ha bisogno che le venga ricordato quanto è forte. Ha bisogno che qualcuno le tolga un peso dalle mani.
Per chi crede, la fede può offrire parole, rituali e un senso di continuità. Una comunità può raccogliersi intorno a chi resta e dare al dolore un luogo in cui essere condiviso. Alcuni studi hanno osservato un’associazione tra convinzioni spirituali e andamento del lutto, ma la fede non protegge sempre, né è necessaria per ritrovare un equilibrio. [8]
La morte può anche incrinarla, quella fede. Far nascere rabbia, domande, una sensazione di abbandono. Dire «era il suo momento» o «c’è un disegno» può confortare qualcuno e ferire qualcun altro. Prima di offrire il nostro significato, possiamo ascoltare quello che l’altra persona sta cercando, o che in quel momento non riesce a trovare.
Anche senza una fede religiosa possiamo costruire gesti condivisi. Preparare una ricetta, ritrovarci in un luogo, ricordare un modo di dire che ci fa sorridere tutti. Pronunciare quel nome. Lasciare che chi manca abbia ancora cittadinanza nelle nostre conversazioni.
Quando abbiamo bisogno di essere accompagnati
Ci sono momenti in cui la sofferenza occupa quasi tutto e continua a rendere molto difficile vivere. Il desiderio di ritrovare chi è morto, o i pensieri su quella persona, possono diventare assorbenti; possono persistere incredulità, vuoto, isolamento, la sensazione di non sapere più chi siamo e di non riuscire a investire in niente. Quando questi vissuti durano e compromettono significativamente la quotidianità, è importante una valutazione professionale. [3]
Il disturbo da lutto prolungato riguarda specificamente la morte di una persona vicina. Per la diagnosi il DSM-5-TR considera almeno dodici mesi dalla perdita negli adulti e sei nei bambini e negli adolescenti; l’ICD-11 almeno sei mesi. Ma il calendario non basta a fare una diagnosi: contano i sintomi, il loro impatto e il contesto culturale e religioso. Sono criteri clinici, non una data entro cui smettere di soffrire. [3, 9]
E non bisogna aspettare quei mesi per cercare aiuto. Se dormire, mangiare, prenderci cura di noi o dei figli diventa molto difficile; se per reggere ci affidiamo sempre più ad alcol o altre sostanze; se ci sentiamo profondamente depressi o assediati dalle immagini della morte, possiamo parlarne con un professionista. Questi segnali non indicano tutti la stessa condizione, ma meritano attenzione. Pensieri di morte o di farsi del male richiedono una valutazione tempestiva; se il pericolo è immediato, occorre rivolgersi ai servizi di emergenza. [4]
Possiamo chiedere sostegno anche senza riconoscerci in queste difficoltà. Perché siamo soli, perché alcune emozioni ci spaventano, perché abbiamo bisogno di un posto in cui non dover scegliere le parole per proteggere gli altri.
Nel sostegno psicologico possiamo partire da lì, da quello che c’è oggi. Anche dalla rabbia, anche dal sollievo che ci fa vergognare, anche da un «non lo so». Dare spazio a questi vissuti può aiutarci a capire che cosa ci sta rendendo tutto così faticoso e di quale vicinanza abbiamo bisogno.
Forse continueremo a sentire la mancanza in certi giorni più che in altri. Forse alcune cose resteranno difficili da raccontare. Ma può tornare spazio per una cena, un incontro, qualcosa che ci incuriosisce. E potremo accorgerci che quella persona è ancora parte della nostra storia, anche mentre la nostra storia continua.
Dott.ssa Barbara Durand
Riferimenti per approfondire
[1] National Cancer Institute. Grief, Bereavement, and Loss PDQ. https://www.cancer.gov/about-cancer/advanced-cancer/caregivers/planning/bereavement-pdq
[2] Shear MK. Grief and mourning gone awry. Dialogues in Clinical Neuroscience, 2012. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3384440/
[3] American Psychiatric Association. Prolonged Grief Disorder. https://www.psychiatry.org/patients-families/prolonged-grief-disorder
[4] Szuhany KL et al. Prolonged Grief Disorder: Course, Diagnosis, Assessment, and Treatment. Focus, 2021. https://doi.org/10.1176/appi.focus.20200052
[5] University of Colorado Boulder. Four Phases of Grief. https://www.colorado.edu/ova/four-phases-grief-grieving-loss-loved-one
[6] Maciejewski PK et al. An Empirical Examination of the Stage Theory of Grief. JAMA, 2007. https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/205661
[7] Bonanno GA et al. Resilience to loss and chronic grief: a prospective study from preloss to 18-months postloss. 2002. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/12416919/
[8] Walsh K et al. Spiritual beliefs may affect outcome of bereavement: prospective study. BMJ, 2002. https://www.bmj.com/content/324/7353/1551
[9] Prolonged grief disorder in ICD-11 and DSM-5-TR: differences in prevalence and diagnostic criteria. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10881750/
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