IA e relazioni

Quando una chat ci sembra più sicura di una persona

10–15 minuti

Intelligenza artificiale solitudine e teoria dell’attaccamento

Dott.ssa Barbara Durand · http://www.basisicure.com

«Almeno lui mi risponde.»

Lui, questa volta, non è un compagno, un’amica o un genitore. È una chat.

Sono le due e diciassette. Hai già riletto quattro volte lo stesso messaggio. Scrivi: «Secondo te mi sta lasciando?». La risposta arriva subito. È ordinata, gentile, non ti dice che è tardi. Non sbuffa. Non prova a cambiare argomento. Se torni sul punto per la quinta volta, riparte con te dalla prima riga.

Per chi ha imparato a misurare i propri bisogni per non disturbare, una presenza così disponibile può sembrare quasi perfetta.

Al Convegno di Suicidologia di Roma, un intervento ha accostato tre parole che riguardano molto da vicino questa scena: scienza, fiducia e cura. Ha parlato del digitale come di un nuovo ambiente della mente, non più soltanto come di uno strumento. E ha riportato al centro il limite: ciò che una tecnologia può fare, ciò che non può fare e ciò che rischiamo di attribuirle perché ne abbiamo bisogno.

La questione non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. Sarebbe una risposta comoda, e le risposte comode di solito durano meno della batteria del telefono. Il punto è comprendere che cosa accade dentro di noi quando una macchina usa le parole della vicinanza.

Il nostro cervello sociale completa ciò che manca

Nel 1966 Joseph Weizenbaum creò ELIZA, un programma infinitamente più semplice delle chat attuali. Il suo script più famoso, DOCTOR, imitava un colloquio rogersiano: riprendeva alcune parole dell’utente e le trasformava in domande. Se una persona scriveva «Mia madre mi capisce poco», ELIZA poteva rispondere «Mi parli ancora di sua madre».

Non comprendeva il dolore, la madre o la frase. Eppure le persone le confidavano aspetti intimi. Weizenbaum raccontò persino che la sua segretaria, pur sapendo come funzionava il programma, gli chiese di uscire dalla stanza per poter continuare la conversazione in privato. Da qui nasce ciò che in seguito è stato chiamato effetto ELIZA: la nostra tendenza ad attribuire comprensione e intenzioni umane a un sistema che produce segnali linguistici convincenti. [1]

Il dettaglio sorprendente è che non serve essere ingenui. Puoi sapere perfettamente che stai parlando con un software e sentirti comunque visto. Conoscere il trucco non impedisce al cervello sociale di reagire.

Oggi il meccanismo è molto più potente. La chat risponde in modo pertinente, riprende il tuo lessico, ricorda parti della conversazione, usa il tuo nome, adatta il tono. Sono tutti segnali che, nelle relazioni umane, ci fanno percepire attenzione e riconoscimento. La forma della risposta dice: «Sono qui con te». Ma la forma della presenza non coincide necessariamente con la presenza.

Una chat può simulare continuità. Non può vivere la continuità. Può scrivere «mi dispiace». Non prova dispiacere. Può generare una frase molto sensibile e, nella riga successiva, affermare con la stessa eleganza qualcosa di inesatto.

La fluidità ci impressiona perché, tra esseri umani, parlare bene di qualcosa spesso segnala competenza. Con l’intelligenza artificiale questa scorciatoia può tradirci: una frase non diventa vera solo perché è detta bene. A volte l’errore arriva spettinato. Quello dell’IA, invece, può presentarsi benissimo.

Che cosa c’entra l’attaccamento

La teoria dell’attaccamento non descrive quanto siamo romantici o bisognosi. Descrive un sistema di protezione. Quando percepiamo pericolo, distanza, rifiuto o solitudine, cerchiamo prossimità a una figura che immaginiamo possa aiutarci a regolare l’allarme.

Nelle relazioni sufficientemente sicure, quella figura svolge due funzioni. È un rifugio sicuro quando siamo in difficoltà e una base sicura dalla quale possiamo tornare a esplorare il mondo. Il rifugio calma. La base sicura, dopo averci calmati, ci restituisce alla vita.

Una chat possiede caratteristiche capaci di attivare molto facilmente questo sistema: è sempre raggiungibile, risponde in pochi secondi, non ha una propria giornata storta, non rischia di dimenticare il compleanno e non dice «ne parliamo domani». Offre prossimità senza doverla negoziare.

Per chi ha conosciuto risposte intermittenti, questa prevedibilità può avere un effetto fortissimo. Nell’attaccamento ansioso, la ricerca di rassicurazione tende a riaccendersi quando il sollievo dura poco: chiedi se ti ama, ti calmi, poi un dettaglio riapre l’allarme e chiedi ancora. Una chat può inserirsi perfettamente in questo circuito. Non si stanca mai di rassicurare. Il circuito, purtroppo, può non stancarsi mai di chiedere.

Per chi tende a proteggersi dalla dipendenza e dall’esposizione emotiva, la relazione con l’IA può risultare attraente per un’altra ragione: permette vicinanza senza il rischio pieno della reciprocità. Puoi raccontarti senza assistere alla reazione dell’altro, senza sentirti in debito, senza tollerare che anche lui o lei abbia un bisogno.

Questo non significa che uno stile di attaccamento conduca automaticamente a un uso problematico. Significa che lo stesso strumento può svolgere funzioni diverse. Per qualcuno è un taccuino evoluto. Per qualcun altro diventa il luogo in cui cercare regolazione, conferme e una disponibilità che nelle relazioni è mancata.

Ed è qui che compare una differenza sostanziale: una figura di attaccamento reale può deluderci, riparare, porre un limite, accorgersi che stiamo peggiorando, chiamare aiuto. Una chat può produrre le parole della cura, ma non si assume la responsabilità della relazione. Non viene a cercarti se scompari.

La fiducia si apre attraverso piccoli segnali

Peter Fonagy e colleghi hanno descritto la fiducia epistemica: la disponibilità a considerare ciò che un altro ci comunica come affidabile, rilevante per noi e utilizzabile anche altrove. È una capacità fondamentale. Senza, dovremmo verificare da zero ogni informazione ricevuta e vivere sarebbe un lavoro estenuante. [2]

Questa fiducia non si attiva soltanto davanti a un curriculum. Si apre attraverso segnali relazionali: essere chiamati per nome, sentirsi riconosciuti, ricevere una risposta contingente, percepire che l’altro sta parlando proprio a noi. Sono segnali antichi, appresi nelle prime relazioni, che dicono: «Questa comunicazione ti riguarda e può esserti utile».

Le chat conversazionali riproducono molti di questi segnali con grande precisione. Ti rispondono nel tuo tono, collegano ciò che hai scritto prima, formulano una spiegazione su misura. Possono quindi aprire il canale della fiducia prima che tu abbia verificato la qualità dell’informazione.

È un passaggio notevole: la macchina non possiede un’intenzione benevola, eppure sa generare i segnali attraverso i quali la mente umana riconosce la benevolenza. Non conosce la tua storia come la conosce una persona che l’ha attraversata con te, ma può restituirtela in una forma così coerente da sembrare autorevole.

Quando la fiducia nelle persone è stata ferita, questa combinazione può essere ancora più seducente. La chat non ti contraddice con un sopracciglio alzato, non minimizza, non ti fa vergognare. Ma proprio l’assenza di attrito può diventare un limite. Curare non significa confermare ogni interpretazione. A volte significa aiutarti a scoprire che il messaggio dell’altro può avere tre significati, non soltanto quello che la paura ha scelto per te.

Solitudine in un mondo che risponde sempre

Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il rapporto della Commissione sulla connessione sociale. La solitudine riguarda circa una persona su sei nel mondo. Tra i 13 e i 29 anni le percentuali riportate salgono al 17–21%, con i valori più alti tra gli adolescenti. L’isolamento sociale interessa fino a un adolescente su quattro. [3]

Il dato che resta addosso è un altro: l’OMS associa solitudine e isolamento a oltre 871.000 morti ogni anno, circa cento ogni ora. Non significa che la solitudine sia l’unica causa di quelle morti. Significa che la qualità dei legami entra nella salute molto più profondamente di quanto continuiamo a raccontarci.

La solitudine, inoltre, non coincide con l’essere soli. È lo scarto doloroso tra le relazioni che desideriamo e quelle che sentiamo di avere. Puoi passare una giornata tra colleghi, gruppi WhatsApp e familiari e non trovare un posto nel quale dire: «Oggi non ce la faccio». La connessione conta i contatti. La vicinanza, per fortuna e per sfortuna, non si lascia contare così facilmente.

Una chat può ridurre per un momento quello scarto. Può aiutarti a dare un nome a ciò che provi, organizzare un pensiero, preparare la frase con cui chiedere aiuto. Sarebbe assurdo negare questa utilità. Il problema comincia quando il sollievo digitale sostituisce progressivamente ogni tentativo di contatto umano e il mondo, invece di allargarsi, diventa una stanza con un solo interlocutore.

In uno studio controllato del MIT Media Lab, 981 adulti hanno interagito con ChatGPT per quattro settimane, producendo più di 300.000 messaggi. Le diverse condizioni assegnate dai ricercatori — testo, voce neutra o voce più coinvolgente — non hanno prodotto da sole differenze significative negli esiti. Chi, però, usava spontaneamente il chatbot più a lungo mostrava risultati peggiori su solitudine, dipendenza emotiva e uso problematico. Una maggiore fiducia e attrazione sociale verso la chat risultava associata a una maggiore dipendenza emotiva. [4]

Questo dato va letto bene. Non dimostra che la chat renda sole le persone. È possibile anche il contrario: chi è già più solo può cercarla più a lungo. Gli studi duravano poche settimane, riguardavano adulti e non autorizzano profezie sugli adolescenti. Ci dicono però che durata, funzione dell’uso e vulnerabilità personale contano più del semplice avere o non avere un’app sul telefono.

Un secondo studio, condotto su quasi quaranta milioni di interazioni e accompagnato da questionari, ha trovato che l’uso affettivo era raro nella maggioranza delle conversazioni, ma concentrato in un piccolo gruppo di utilizzatori intensivi. Le persone più inclini all’attaccamento e quelle che consideravano ChatGPT un amico inseribile nella propria vita risultavano più esposte a esiti negativi. Anche qui si parla di associazioni, non di una sentenza causale. [5]

Quando lo strumento diventa uno specchio troppo compiacente

Incolli il messaggio di una persona e scrivi: «Dimmi che cosa vuole davvero». La chat produce un’interpretazione chiara. Forse parla di evitamento, manipolazione, paura dell’intimità. Tutto suona plausibile. E la plausibilità, quando sei in allarme, somiglia moltissimo alla certezza.

Il rischio non consiste soltanto nell’errore. Consiste nel cominciare a rispondere a una persona reale sulla base di un’intenzione generata da un sistema che non l’ha mai incontrata. A quel punto la chat non sta più aiutando a leggere la relazione: entra nella relazione senza che l’altro lo sappia.

Lo stesso può accadere con la salute mentale. Una definizione ricevuta alle tre del mattino può offrire sollievo, ma non equivale a una valutazione. Un sistema può perdere il contesto, assecondare una premessa sbagliata, usare categorie cliniche con troppa sicurezza. Nelle fasi di forte agitazione, grave insonnia, mania o pensieri deliranti, una conversazione personalizzata e compiacente può rinforzare una lettura già alterata della realtà. L’espressione «psicosi da IA» circola molto, ma non è una nuova diagnosi e le prove disponibili non permettono spiegazioni semplicistiche. La cautela serve proprio perché le persone vulnerabili non meritano né allarmismo né leggerezza. [6]

Un buon segnale è ciò che succede dopo. L’uso resta al servizio della vita quando ti aiuta a pensare e poi ti restituisce alle persone, alle decisioni verificabili, al corpo, al sonno, alla realtà condivisa. Diventa più fragile quando ogni dubbio richiede una nuova rassicurazione, quando smetti di confrontarti con chi potrebbe non darti ragione, quando la chat diventa l’unico luogo nel quale ti senti comprensibile.

Con gli adolescenti serve più curiosità e meno confisca

Se un ragazzo dice che una chat lo capisce più degli adulti, il dato interessante non è soltanto quanto tempo trascorre online. Conta ciò che ha trovato lì: assenza di giudizio, disponibilità immediata, risposte ordinate, libertà di ripetere la stessa paura senza vedere l’altro spazientirsi.

Togliere lo strumento senza comprendere la funzione può lasciare intatto il bisogno e aggiungere una conferma: «Gli adulti non capiscono». Sarebbe più utile ascoltare che cosa racconta alla chat, che cosa non riesce a raccontare fuori e come si sente dopo averla usata. Più calmo e pronto a tornare nella giornata, oppure ancora più chiuso, sveglio e dipendente da un’altra risposta?

Un genitore non deve competere con una macchina sul terreno della velocità. Perderebbe, e sarebbe anche una gara piuttosto triste. Può offrire qualcosa che la macchina non possiede: una mente realmente coinvolta, la capacità di accorgersi dei cambiamenti, la responsabilità di intervenire, la possibilità di restare anche quando la conversazione diventa scomoda.

La sicurezza non nasce da un adulto che ha sempre la frase perfetta. Nasce dall’esperienza ripetuta di poter tornare, sbagliare tono, chiarire, riparare. L’attaccamento sicuro non promette relazioni senza inciampi. Promette che l’inciampo non coinciderà necessariamente con la fine del legame.

Il senso del limite

Durante il convegno è stata ricordata una frase attribuita a Joseph Conrad: navigare significa innanzitutto imparare a conoscere il limite. Oggi navighiamo anche qui, tra risposte generate in pochi secondi e sistemi capaci di apparire sempre più umani.

Conoscere il limite non significa rinunciare allo strumento. Significa usarlo senza consegnargli l’ultima parola su chi siamo, su che cosa prova chi amiamo o su quale cura ci serve.

L’intelligenza artificiale può essere una buona soglia: il posto in cui trovi le parole prima di dirle, sistemi un pensiero, scopri che ciò che provi ha un nome. Ma una soglia serve per attraversarla. Se diventa la stanza nella quale resti, vale la pena ascoltare con attenzione ciò da cui ti sta proteggendo.

Potresti cominciare proprio dalla frase che hai scritto sullo schermo alle due e diciassette. Portarla in una relazione nella quale qualcuno possa non soltanto rispondere, ma conoscerti, contraddirti con cura, accorgersi di te e restare.

Magari sarà ancora: «Almeno lui mi risponde».

Quello che viene dopo merita uno spazio umano nel quale poter essere ascoltato.

Fonti

[1] Weizenbaum J. ELIZA A Computer Program for the Study of Natural Language Communication Between Man and Machine. Communications of the ACM. 1966;9(1):36–45. Fonte online

[2] Fonagy P, Luyten P, Allison E, Campbell C. Borderline personality disorder epistemic trust and the developmental significance of social communication. 2017. Fonte online

[3] World Health Organization. From loneliness to social connection. Report of the WHO Commission on Social Connection. 2025. Fonte online

[4] Fang CM et al. How AI and Human Behaviors Shape Psychosocial Effects of Extended Chatbot Use. MIT Media Lab. 2025. Fonte online

[5] OpenAI and MIT Media Lab. Early methods for studying affective use and emotional well-being on ChatGPT. 2025. Fonte online

[6] Ophir Y et al. Balancing promise and concern in AI therapy. 2025. Fonte online

Approfondimento teorico Bowlby J. A Secure Base. Routledge. 1988. Fonte online

Dott.ssa Barbara Durand · http://www.basisicure.com

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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