Il dolore che non si vede merita ascolto
«Ma cosa ti manca?»
A volte comincia così. Tu provi a dire che stai male e qualcuno ti fa l’inventario delle cose per cui dovresti stare bene.
Hai amici. Un lavoro. Sei in salute. hai tempo davanti a te.
E tu, che magari quell’elenco lo conosci a memoria, ti ritrovi con una fatica in più: spiegare perché, nonostante tutto, non ce la fai.
Al convegno di suicidologia è tornata al centro una domanda che rischiamo di dimenticare proprio mentre cerchiamo spiegazioni: che cosa sta vivendo questa persona? Che cosa, per lei, è diventato così doloroso da farle pensare di non poter continuare?
È una domanda che ci riguarda anche fuori dagli studi professionali. Quando un figlio si chiude in camera. Quando una persona cara cambia, si ritira, dice di essere un peso. Quando siamo noi a rispondere «tutto bene», perché raccontare il resto ci sembra troppo complicato.
Il dolore psicologico non diventa meno reale perché dall’esterno la vita sembra funzionare.
Edwin Shneidman ha dato un posto centrale al dolore mentale nella comprensione del suicidio. Un dolore legato anche a bisogni profondi che non trovano risposta: sentirsi amati, avere un posto, conservare dignità, poter contare su qualcuno.
Quando questa sofferenza diventa intollerabile, in alcune persone può comparire il pensiero del suicidio come possibilità di interromperla. Il desiderio di morire e quello di essere aiutati possono coesistere, alternarsi, cambiare anche rapidamente.
Non significa che ogni persona che soffre pensi al suicidio. E non permette di riassumere tutte le crisi in una frase, per quanto suggestiva. Il suicidio è un fenomeno complesso, nel quale possono intrecciarsi condizioni psicologiche e psichiatriche, esperienze di vita, salute fisica e fattori sociali. Organizzazione mondiale della sanità.
Significa, però, che chiedere quanto una persona stia soffrendo è essenziale. Anche quando conosciamo già il nome della sua diagnosi.
Due persone possono attraversare una separazione e vivere esperienze profondamente diverse. Per una è la fine dolorosa di una relazione. Per l’altra può diventare anche la conferma di qualcosa che teme da molto tempo: «Alla fine mi lasciano tutti. Non valgo abbastanza perché qualcuno rimanga».
Sono parole che descrivono come quella persona si sente. Non stabiliscono chi sia.
Eppure, quando il dolore occupa tutto lo spazio, riuscire a distinguere le due cose può diventare difficile.
Qui entra un tema che sento particolarmente vicino: l’attaccamento. Nelle situazioni di perdita, rifiuto o minaccia a un legame importante può riattivarsi con forza il bisogno di protezione. Il presente può incontrare vecchie esperienze di solitudine, imprevedibilità, mancato conforto.
Questo non significa che l’infanzia abbia già scritto il finale. Significa che, per capire una reazione, a volte dobbiamo conoscere anche la storia che quella reazione porta con sé.
In psicologia parliamo di mentalizzazione: la capacità di dare un senso a quello che proviamo e di immaginare che cosa possa accadere nella mente dell’altro, mantenendo un margine di dubbio.
«Non mi ha risposto. Mi sento messa da parte, ma non so ancora che cosa sia successo.»
Sotto una forte pressione emotiva, quel margine può restringersi.
«Non mi ha risposto perché non conto niente.»
Un’interpretazione diventa una certezza. Un episodio sembra raccontare tutta la propria vita. Il dolore di adesso si allunga sul futuro: sarà sempre così.
Questo non accade a tutti e non conduce automaticamente a una crisi suicidaria. Aiuta però a capire quanto possa essere poco utile rispondere «stai esagerando» a chi, in quel momento, fatica davvero a vedere altre possibilità.
Prima di correggere la lettura che una persona dà della propria vita, proviamo a capire quanto le faccia male abitarla.
Anche le lacrime ci ricordano che il dolore può cercare qualcuno: uno sguardo, una presenza, un posto in cui non doversi giustificare.
Ma non tutti piangono davanti agli altri. C’è chi racconta poco, chi minimizza, chi continua a occuparsi di tutto. L’assenza di lacrime non ci dice quanto una persona stia bene, così come una giornata apparentemente normale non basta a escludere una sofferenza importante.
Forse possiamo cominciare proprio da qui: lasciare che una risposta sia più lunga di «bene».
E quando arriva, non affrettarci a riempirla.
«Non devi pensarci.»
«Devi reagire.»
«Pensa a chi sta peggio.»
La classifica delle disgrazie ha questo difetto: non ha mai consolato nessuno.
Può aiutare molto di più dire: «Non avevo capito che stessi così male. Ti ascolto».
Se temiamo che una persona stia pensando al suicidio, possiamo chiederglielo direttamente: «Stai pensando di toglierti la vita?». Fare questa domanda non aumenta i pensieri suicidari. Può aprire una conversazione che la persona non riusciva a iniziare. Ascoltare senza giudicare e aiutarla a entrare in contatto con un professionista sono passi concreti di prevenzione. National Institute of Mental Health.
La relazione ha un posto fondamentale nella cura. Offre la possibilità di sentirsi ascoltati e di affrontare insieme ciò che, da soli, sembra ingestibile. Ma una crisi suicidaria richiede anche una valutazione professionale e interventi adeguati: un piano di sicurezza, una rete di sostegno, trattamenti specifici e, quando necessario, protezione in ospedale.
Chi ama una persona in difficoltà ha bisogno di saperlo: esserci conta, ma nessuno dovrebbe essere lasciato da solo con la responsabilità di tenerla in vita. La prevenzione non può diventare una colpa da attribuire a chi resta.
Dal convegno porto con me anche questa riflessione: lasciare spazio a ciò che ancora non sappiamo, alle possibilità che dobbiamo ancora costruire.
Nella cura questo significa anche non pretendere che una persona ritrovi subito fiducia in tutta la propria vita. Possiamo cominciare da qualcosa di più vicino: rendere meno dolorose le prossime ore, trovare un aiuto accessibile, capire insieme quale peso si possa alleggerire.
Se ti riconosci nella fatica di cui parlo, puoi portarla in un colloquio anche senza averla capita fino in fondo. Non serve arrivare con un racconto ordinato, una spiegazione convincente o la certezza che sia «abbastanza grave».
«Sto male e faccio fatica a parlarne» è già qualcosa da cui possiamo cominciare.
Se tu o una persona vicina siete in pericolo immediato, in Italia chiama il 112 o vai al Pronto Soccorso. Nell’attesa, cerca la presenza di una persona fidata; se sei tu ad assistere qualcuno a rischio immediato, resta con lui o lei fino all’arrivo dei soccorsi, se puoi farlo in sicurezza.
Dott.ssa Barbara Durand · www.basisicure.com


Lascia un commento