Il rimuginio è una strategia di coping, e spoiler non funziona!
Ci sono persone che passano ore a ripercorrere una conversazione. Altre che analizzano una relazione finita come se fosse una scena del crimine. Altre ancora che si preparano mentalmente a tutte le possibili catastrofi del futuro, convinte che pensarci abbastanza le renderà più pronte.
A prima vista il rimuginio sembra una strategia intelligente.
Non stiamo evitando il problema. Non stiamo facendo finta di niente. Anzi: ci stiamo pensando. Tanto.
Eppure c’è una differenza enorme tra riflettere e rimuginare.
La riflessione produce comprensione. Il rimuginio produce stanchezza.
La riflessione apre possibilità. Il rimuginio le restringe.
La riflessione aiuta a muoversi. Il rimuginio immobilizza.
E soprattutto, il rimuginio non nasce dalla ricerca di una soluzione. Nasce spesso dal tentativo di non sentire qualcosa.
Il rimuginio: una strategia che sembra sana
In psicologia il rimuginio viene considerato una strategia di coping, cioè un modo con cui cerchiamo di affrontare una difficoltà emotiva.
Il problema è che si tratta di una strategia apparentemente funzionale.
Quando rimuginiamo abbiamo la sensazione di essere attivi. Di stare facendo qualcosa. Di non essere passivi davanti al dolore.
È una forma di controllo mentale.
Se continuo a pensarci, forse capirò.
Se capisco, soffrirò meno.
Se trovo la spiegazione giusta, starò meglio.
Se analizzo ogni dettaglio, eviterò che accada di nuovo.
Il cervello ci propone questa illusione perché l’incertezza è difficile da tollerare. La vulnerabilità ancora di più.
Così ci rifugiamo nei pensieri.
Meglio stare nella testa che nel dolore.
Meglio analizzare che sentire.
Meglio cercare risposte infinite che confrontarsi con una realtà che non ci piace.
Il risultato è che passiamo ore a dialogare con noi stessi senza avvicinarci di un millimetro a ciò che davvero ci farebbe stare meglio.
Quando pensare diventa un modo per non sentire
Molte persone immaginano il rimuginio come un eccesso di pensiero.
Spesso è vero il contrario.
Il rimuginio è un modo sofisticato per evitare le emozioni.
Mentre analizziamo, spieghiamo, colleghiamo eventi e formuliamo ipotesi, rimaniamo a distanza dalla tristezza, dalla paura, dalla vergogna, dalla delusione o dall’impotenza.
È come osservare una ferita da dietro il vetro.
La vediamo.
La descriviamo.
La studiamo.
Ma non la tocchiamo mai davvero.
Chi rimugina molto spesso non è una persona superficiale. Al contrario. È spesso una persona sensibile, responsabile, abituata a cercare soluzioni.
Il problema è che alcune esperienze non chiedono una soluzione.
Chiedono di essere attraversate.
Cosa dice la ricerca
Negli ultimi decenni il rimuginio è stato studiato ampiamente, soprattutto grazie ai lavori della psicologa Susan Nolen-Hoeksema.
Le sue ricerche hanno mostrato che il rimuginio non riduce la sofferenza emotiva ma tende a mantenerla e amplificarla nel tempo.
Le persone che rimuginano maggiormente presentano un rischio più elevato di sviluppare sintomi depressivi, ansiosi e di prolungare gli episodi di disagio emotivo.
Anche gli studi di neuroimaging hanno evidenziato che il rimuginio è associato a una maggiore attivazione della cosiddetta Default Mode Network, una rete cerebrale coinvolta nell’autoriflessione e nell’elaborazione del sé. Quando questa rete rimane eccessivamente attiva, il cervello tende a restare intrappolato nei propri pensieri e nelle proprie narrazioni, perdendo contatto con l’esperienza presente.
In altre parole, più pensiamo a certi problemi, più il cervello diventa efficiente nel ripensarli.
Non nel risolverli.
Nel ripensarli.
È una differenza sostanziale.
Il rimuginio rafforza gli schemi
Dal punto di vista clinico, il rimuginio ha un altro effetto poco considerato.
Consolida gli schemi con cui leggiamo la realtà.
Se porto dentro di me uno schema di abbandono, ogni sessione di rimuginio finirà per raccogliere nuove prove del fatto che verrò lasciato.
Se porto uno schema di inadeguatezza, il rimuginio selezionerà tutti gli errori, le mancanze e le conferme della mia presunta insufficienza.
Se porto uno schema di sfiducia, continuerò a trovare segnali che dimostrano che gli altri non sono affidabili.
Non stiamo cercando la verità.
Stiamo rinforzando una storia già scritta.
Come un sentiero nel bosco che viene percorso ogni giorno, il percorso mentale diventa sempre più facile da imboccare.
E ogni volta diventa più difficile immaginare strade alternative.
La fantasia del controllo
Alla base del rimuginio c’è quasi sempre una fantasia.
La fantasia che, pensando abbastanza, riusciremo a controllare qualcosa.
Ma il rimuginio non cambia i fatti.
Non cambia il passato.
Non cambia una separazione.
Non cambia una perdita.
Non cambia l’infanzia che abbiamo avuto.
Non cambia il comportamento dell’altro.
Non cambia una decisione già presa.
E soprattutto non cambia noi.
Perché il cambiamento non nasce dalla ripetizione infinita dello stesso pensiero.
Nasce dall’esperienza.
Dalle scelte.
Dalle azioni.
Dalla possibilità di fare qualcosa di diverso.
Il rimuginio promette movimento, ma in realtà ci tiene fermi.
È una cyclette mentale: molta fatica, nessuno spostamento.
Cosa aiuta davvero
La buona notizia è che uscire dal rimuginio non significa smettere di pensare.
Significa imparare a distinguere tra pensiero utile e pensiero ripetitivo.
Tra elaborazione e ruminazione.
Tra comprensione e controllo.
Spesso il primo passo consiste nel riconoscere la domanda nascosta sotto il rimuginio.
Non è quasi mai: “Come risolvo questo problema?”
Più spesso è:
“Come faccio a non sentire questo dolore?”
“Come faccio a essere certo che non accadrà più?”
“Come faccio a ottenere una garanzia?”
E qui il lavoro cambia completamente.
Perché non riguarda più la ricerca di una risposta perfetta.
Riguarda la capacità di stare con l’incertezza, con il limite, con la vulnerabilità.
Riguarda imparare che alcune emozioni possono essere attraversate senza essere eliminate.
Che non tutto ciò che è doloroso è pericoloso.
Che non tutto ciò che è irrisolto deve essere controllato.
Quando una terapia può fare la differenza
Molte persone arrivano in terapia convinte di avere un problema di pensieri.
Spesso scoprono di avere un problema di dolore non ascoltato.
Dietro il rimuginio troviamo frequentemente ferite di attaccamento, paure di rifiuto, esperienze di perdita, vergogna, senso di inadeguatezza o bisogno di controllo sviluppati per adattarsi a contesti difficili.
La terapia non insegna semplicemente a “pensare positivo” o a smettere di pensare.
Aiuta a comprendere cosa il rimuginio sta cercando di proteggere.
Aiuta a riconoscere gli schemi che lo alimentano.
Aiuta a sviluppare modi più efficaci per regolare le emozioni e recuperare libertà di scelta.
Perché il punto non è smettere di avere pensieri.
Il punto è smettere di vivere dentro gli stessi pensieri.
Il rimuginio ci convince che la soluzione sia continuare a guardare nella stessa direzione.
A volte il cambiamento inizia quando troviamo il coraggio di alzare lo sguardo e fare, finalmente, un passo fuori dal cerchio.

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