LIMERANCE, lui (o lei) non ti vuole ma tu aspetti ancora

È estate, fa caldo e continuiamo con le nostre letture da ombrellone.

Quelle leggere.

Oggi, infatti, ti racconto di quella condizione per cui una persona perfettamente adulta, mediamente ragionevole, magari anche molto competente nel proprio lavoro e generalmente capace di affrontare le complessità della vita, può ritrovarsi a controllare se qualcuno è online.

Poi decide che non lo farà più.

Poi controlla di nuovo.

Analizza messaggi.

Silenzi.

Tempi di risposta.

Frasi dette forse distrattamente dall’altro e conservate invece con precisione filologica nella propria memoria.

“Ci sentiamo.”

Quando?

“Mi fa piacere vederti.”

Quanto piacere?

“Ti voglio bene.”

Sì, ma come?

Benvenuti nel meraviglioso mondo della limerence.

Un termine introdotto dalla psicologa Dorothy Tennov alla fine degli anni Settanta per descrivere uno stato di intenso coinvolgimento emotivo e cognitivo verso un’altra persona, caratterizzato da pensieri persistenti, idealizzazione, desiderio e, soprattutto, da un forte bisogno di reciprocità.

Detta così, potrebbe sembrare semplicemente innamoramento.

E infatti il confine non è sempre così netto.

La limerence non è una diagnosi e non tutto ciò che ci fa pensare molto a qualcuno deve diventare necessariamente una categoria psicologica.

Possiamo essere innamorati.

Possiamo sentire la mancanza di qualcuno.

Possiamo continuare ad amare una persona anche quando una storia è finita.

Possiamo persino amare qualcuno che non ci ama.

Il cuore umano, fortunatamente o sfortunatamente, non è particolarmente interessato alla simmetria.

Ma nella limerence accade qualcosa di particolare.

Non desideriamo soltanto l’altro.

Desideriamo intensamente essere desiderati dall’altro.

E soprattutto rimaniamo agganciati alla possibilità che, prima o poi, qualcosa cambi.

Il problema non è sempre che non abbiamo capito

C’è un’idea un po’ ingenua secondo cui le persone rimarrebbero invischiate nelle relazioni impossibili perché non vedono la realtà.

Non sempre.

A volte la vedono benissimo.

Sanno che l’altro non c’è, nè un po nè abbastanza.

Sanno che non sta scegliendo.

Sanno che probabilmente non arriverà.

Sanno persino che continuare ad aspettare non è particolarmente sensato.

Eppure una parte di loro rimane lì.

Perché sapere una cosa e riuscire a sentirla sono due operazioni psicologiche completamente diverse.

Possiamo sapere che qualcuno non ci ama come vorremmo e continuare a desiderarlo.

Possiamo accettare razionalmente che una relazione non avrà un futuro e accorgerci che, da qualche parte dentro di noi, esiste ancora un piccolo “forse”.

Forse un giorno.

Forse quando sarà pronto.

Forse quando avrà meno paura.

Forse quando capirà.

Forse quando mi rivedrà

Ed è proprio quel forse che può diventare il luogo in cui la limerence costruisce casa.

L’incertezza, purtroppo, è terribilmente efficace

Potremmo pensare che ciò che alimenta maggiormente il desiderio sia la vicinanza.

In realtà, qualche volta, è l’incertezza.

Una persona c’è.

Poi non c’è.

Ti risponde

Si allontana.

Scompare. Non risponde, alternativamente ad un messaggio si edun altro no.

Torna.

Ti guarda in un modo che sembra raccontare una storia e poi, a parole, sostiene che quella storia non esiste.

Il nostro cervello, davanti a situazioni del genere, non sempre conclude saggiamente:

“Bene, evidentemente questa persona non è disponibile per me.”

Qualche volta conclude:

Interessante. Dobbiamo assolutamente capire come va a finire.”

L’alternanza tra presenza e assenza può infatti alimentare un meccanismo di ricompensa intermittente.

Quando qualcosa di gratificante arriva in modo imprevedibile, la nostra attenzione tende a rimanere molto alta.

Una disponibilità.

Uno sguardo

Una battuta

Una confidenza.

Un momento di vicinanza.

Poi niente.

Ed è proprio quel niente, paradossalmente, che può rendere ancora più potente il momento successivo.

Non necessariamente perché quella persona sia l’amore della nostra vita.

Ma perché il nostro sistema emotivo è rimasto in attesa.

La limerence vive molto bene negli spazi vuoti

C’è poi un altro aspetto.

Per idealizzare davvero bene qualcuno è utile, ogni tanto, non averlo troppo vicino.

Le persone reali, infatti, prima o poi commettono l’imperdonabile errore di diventare persone.

Hanno difetti.

Contraddizioni.

Giornate noiose.

Abitudini irritanti.

Limiti.

La persona che vive soprattutto nella nostra immaginazione, invece, può rimanere straordinaria molto più a lungo.

Conosciamo alcuni pezzi.

Gli altri li completiamo noi.

E generalmente siamo sceneggiatori piuttosto generosi.

Così, qualche volta, non rimaniamo legati soltanto alla persona che abbiamo incontrato.

Rimaniamo legati alla persona che avrebbe potuto essere con noi.

Alla relazione che avremmo potuto costruire.

Alla versione della storia in cui, prima o poi, tutto trova finalmente il suo posto.

Lui supera le sue paure.

Lei capisce.

Lui torna.

Lei sceglie.

Arriva il momento giusto.

E ciò che abbiamo sentito smette finalmente di sembrare uno spreco.

Si può vivere moltissimo tempo dentro una relazione coniugata al condizionale.

Ed è un tempo verbale meraviglioso per l’amore.

Perché non deve mai confrontarsi con la realtà.

Ma se fosse stato davvero speciale?

Quando cerchiamo di uscire da una relazione che ci ha coinvolti profondamente, spesso proviamo a convincerci che l’altro non fosse poi così importante.

Che lo abbiamo idealizzato.

Che non era amore.

Che era dipendenza.

Che era limerence.

Che abbiamo sbagliato tutto.

Non credo sia sempre necessario.

Forse quella persona era davvero speciale per noi.

Forse c’è stato qualcosa di raro.

Forse ci siamo sentiti visti in un modo che non accadeva da molto tempo.

Forse abbiamo incontrato una parte di noi che credevamo di avere perduto.

E forse ci siamo anche innamorati davvero.

La limerence e un sentimento autentico non necessariamente si escludono.

Il punto non è stabilire se ciò che abbiamo provato fosse “vero”.

Le emozioni sono vere perché le proviamo.

La domanda è un’altra:

quella relazione era possibile?

Perché possiamo incontrare qualcuno di straordinario nel momento sbagliato.

Possiamo desiderare moltissimo una persona che non può stare con noi.

Possiamo avere una chimica potentissima e una compatibilità relazionale alta ma comunque uno dei due non è disponibile a continuare.

Possiamo persino essere importanti per qualcuno senza essere la persona che quel qualcuno sceglierà.

Queste cose possono essere vere contemporaneamente.

Ed è proprio questo, spesso, a rendere alcune storie così difficili da lasciare.

Non erano niente.

Ma non potevano diventare tutto.

E noi rimaniamo in mezzo.

Quando entra in gioco l’attaccamento

Non tutti reagiamo allo stesso modo all’incertezza relazionale.

Per qualcuno la distanza dell’altro è semplicemente un’informazione.

Non mi cerca.

Ne prende atto.

Per qualcun altro diventa una questione che attiva profondamente il sistema di attaccamento.

“Non mi cerca. Perché? Ho sbagliato qualcosa? Cosa posso fare per riaccendere interesse? Devo avvicinarmi? Devo allontanarmi?” E come?

Sono passati venti minuti.

Emotivamente, tre divorzi.

Quando nelle nostre esperienze relazionali abbiamo imparato che la vicinanza dell’altro è qualcosa di incerto, imprevedibile o da conquistare, possiamo diventare particolarmente sensibili ai segnali di disponibilità e indisponibilità.

E allora una persona sfuggente può attivare qualcosa che va oltre il semplice:

“Mi piaci.”

Può diventare:

“Dimmi che alla fine scegli me.”

E qualche volta passiamo molto tempo cercando di ottenere da una persona la risposta a una domanda che esisteva già prima di incontrarla.

Questo non significa, naturalmente, che dietro ogni amore complicato debba esserci un trauma infantile.

Qualche volta abbiamo semplicemente incontrato una persona complicata.

Capita.

Ma può essere interessante domandarsi perché, tra tutte le persone disponibili, proprio quella che non possiamo avere riesca a occupare così tanto spazio dentro di noi.

Forse la domanda non è “Mi amerà?”

Dentro la limerence passiamo moltissimo tempo nella testa dell’altro.

Cosa prova?

Mi pensa?

Gli manco?

Perché risponde?

Perché si allontana?

Ha paura?

È confuso?

Sta scappando perché sente troppo?

Tutte domande comprensibili.

Alcune potrebbero persino avere risposte interessanti.

Ma a un certo punto potrebbe essere utile cambiare soggetto alla frase.

Non più:

Cosa prova lui per me?

Ma:

Cosa succede a me, qui dentro?

Mi sento serena?

Mi sento vista?

Posso essere spontanea?

So che posto occupo?

Posso desiderare senza vergognarmi del mio desiderio?

Posso dire ciò di cui ho bisogno senza temere che l’altro scompaia?

Sto vivendo una relazione o sto aspettando che inizi?

E soprattutto:

quanto spazio occupa questa persona nella mia mente rispetto allo spazio che occupa realmente nella mia vita?

Perché può capitare che qualcuno viva nella nostra testa a tempo pieno.

E nella nostra vita compaia meno di un part-time.

La sproporzione, qualche volta, dice più cose della frequenza dei messaggi.

Uscire dalla limerence non significa smettere di amare

Non credo molto nell’idea che per lasciare andare qualcuno dobbiamo necessariamente smettere di provare qualcosa.

A volte accade.

Altre volte no.

Le persone non si disinstallano.

Possiamo smettere di vederle e continuare a incontrarle nella nostra testa.

Possiamo andare avanti e sentire ancora qualcosa.

Possiamo persino costruire altro senza dover riscrivere il passato convincendoci che non significasse nulla.

Forse uscire da una limerence significa soprattutto imparare a distinguere.

La persona reale da quella immaginata.

Ciò che è successo da ciò che avremmo voluto accadesse.

Il desiderio dalla compatibilità.

L’intensità dalla reciprocità.

L’amore dalla possibilità di costruire una relazione.

E soprattutto accettare una cosa molto difficile:

che qualcosa di vero possa essere, contemporaneamente, qualcosa di impossibile.

Lasciare andare non significa soltanto perdere qualcuno che ci piace.

Significa rinunciare al futuro che avevamo immaginato con lui.

E si può fare un lutto anche per qualcosa che non è mai successo.

E poi, forse, rimane la parte più importante

Quando qualcuno ci fa sentire improvvisamente vivi, desideranti, curiosi, vulnerabili, capaci di aspettare un messaggio sentendo il cuore accelerare, tendiamo a pensare che sia quella persona a possedere qualcosa di speciale.

E magari è vero.

Magari era davvero speciale.

Magari lo sarà sempre, in qualche modo.

Ma non tutto quello che abbiamo sentito apparteneva a lei.

Quella vitalità era nostra.

Quel desiderio era nostro.

La capacità di emozionarci era nostra.

La parte di noi che si è risvegliata, che ha ricominciato a desiderare qualcosa, che si è sentita bella, interessante, desiderabile, viva, esisteva già.

Forse dormiva.

Qualcuno, passando, l’ha svegliata.

E questa potrebbe essere una delle cose più preziose , e più dolorose, che alcune persone lasciano nella nostra vita.

Non necessariamente restano.

Non sempre ci scelgono.

A volte non ci amano nel modo in cui avremmo voluto.

Ma ci ricordano qualcosa di noi che avevamo dimenticato.

Forse, allora, la fine della limerence non arriva quando riusciamo finalmente a pensare:

“Non eri poi così speciale.”

Forse arriva quando possiamo riconoscere:

Quello che ho sentito con te era vero.

Quello che avrei voluto, forse, non era possibile.

Ma ciò che hai risvegliato in me è mio.

E posso portarlo con me.

Anche dove tu non vieni.

La nostra parte adulta deve smettere di aspettare che qualcuno ci scelga senza, per forza, dover smettere di volergli bene.

Che non è esattamente la soluzione romantica che avremmo preferito.

Ma, qualche volta, è una forma molto adulta di libertà.

Anche sotto l’ombrellone.

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Grazie per la risposta. ✨

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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