Le persone che ci fanno sentire vivi

Cosa succede nel cervello quando qualcuno riaccende il desiderio

È estate, fa caldo, a volte arrivano inaspettati accuqzzoni e continuiamo con le nostre letture da ombrellone.

Oggi partiamo da una sensazione che, almeno una volta nella vita, credo abbiamo conosciuto quasi tutti.

Qualcuno entra nella tua vita

E improvvisamente cambiano alcune cose..

Hai più energia.

Ti viene voglia di uscire.

Di parlare.

Di raccontare.

Di fare cose.

Ti scopri ad aspettare un messaggio con un interesse che non riservavi a una notifica da parecchio tempo.

Metti una canzone in macchina e la senti diversamente.

Ti guardi allo specchio un secondo più del necessario.

Hai voglia di comprare una camicia nuova, cambiare capelli, partire, ballare, fare l’amore, prendere un aereo.

Insomma: improvvisamente ti senti vivo.

Naturalmente la spiegazione romantica è immediata:

La psicologia e le neuroscienze suggeriscono una risposta un po’ più interessante.

Forse quella persona c’entra moltissimo.

Ma ciò che si è acceso è dentro di noi.

Il cervello innamorato non sta semplicemente provando piacere

Gli studi di neuroimaging sull’innamoramento romantico hanno mostrato l’attivazione di aree cerebrali coinvolte nei sistemi di ricompensa e motivazione, tra cui l’area tegmentale ventrale e regioni dello striato.

Sono circuiti nei quali la dopamina svolge un ruolo importante.

Ed è qui che bisogna correggere una delle semplificazioni più diffuse sulla dopamina.

Non è semplicemente “la molecola del piacere”.

È profondamente coinvolta nella motivazione, nell’apprendimento legato alla ricompensa, nell’attenzione verso gli stimoli significativi e nella spinta ad avvicinarci a qualcosa che il cervello considera importante.

In altre parole, non dice soltanto:

“Questo mi piace.”

Dice soprattutto:

“Vai verso quella cosa. Cercane ancora ”

Ed ecco perché l’innamoramento può avere una componente quasi propulsiva.

Non siamo semplicemente contenti quando vediamo qualcuno.

Lo cerchiamo.

Lo pensiamo.

Lo anticipiamo.

Il nostro cervello gli attribuisce salienza: tra migliaia di persone, o stimoli proprio quella diventa improvvisamente molto importante.

È una differenza apparentemente piccola.

Psicologicamente è enorme.

Desiderare non è la stessa cosa che provare piacere

Nelle neuroscienze della ricompensa esiste una distinzione particolarmente interessante tra liking e wanting.

Semplificando molto: tra il piacere che ricaviamo da qualcosa e la motivazione che ci spinge a cercarla.

Le due cose normalmente collaborano.

Ma non coincidono perfettamente.

Possiamo desiderare intensamente qualcosa senza che, quando finalmente la otteniamo, ci dia un piacere proporzionato.

Ed è una distinzione utilissima anche quando pensiamo alle relazioni.

Perché qualche volta confondiamo:

“Ti desidero moltissimo”

con:

“Con te sto benissimo.”

Non sono necessariamente la stessa frase.

Possiamo essere fortemente attivati da una persona e non essere affatto compatibili con lei.

Possiamo desiderare qualcuno che ci rende inquieti.

Possiamo avere una chimica straordinaria con qualcuno con cui costruire la quotidianità sarebbe complicatissimo.

E possiamo, al contrario, stare profondamente bene con qualcuno senza provare continuamente quell’intensità elettrica tipica dell’inizio.

Il nostro cervello conosce molti modi diversi di amare.

Poi arriva l’attesa

C’è un altro ingrediente capace di rendere alcune persone particolarmente potenti per il nostro sistema motivazionale:

l’anticipazione.

Aspettare un messaggio.

Sapere che ci vedremo.

Immaginare un incontro.

Ripensare a qualcosa che è successo.

La ricompensa, infatti, non riguarda soltanto il momento in cui otteniamo ciò che desideriamo.

Il cervello impara anche attraverso l’aspettativa e la previsione della ricompensa.

E così può accadere qualcosa di curioso.

Una parte consistente del piacere non sta nell’incontro.

Sta nel prima.

Nell’attesa.

Nella fantasia.

Nella possibilità.

Forse è anche per questo che alcune relazioni appena iniziate sembrano occupare uno spazio mentale sproporzionato rispetto al tempo realmente trascorso insieme.

Non stiamo vivendo soltanto quello che succede.

Stiamo vivendo anche tutto quello che potrebbe succedere.

E il possibile, bisogna ammetterlo, ha un fascino che la realtà fatica a eguagliare.

La realtà prima o poi deve mettere la sveglia.

La fantasia no.

E se l’altro è un po’ imprevedibile, la faccenda si complica

Se a tutto questo aggiungiamo l’incertezza, possiamo ottenere un cocktail emotivo particolarmente efficace.

Ci sarà?

Mi scriverà?

Gli manco?

Mi vuole?

Succederà ancora?

L’imprevedibilità può aumentare l’attenzione verso una possibile ricompensa.

E questo aiuta a capire perché, paradossalmente, alcune persone emotivamente intermittenti possano diventare mentalmente molto presenti.

Un incontro bellissimo.

Poi distanza.

Un messaggio intenso.

Poi silenzio.

Una grande vicinanza.

Poi niente.

Il nostro sistema motivazionale può rimanere agganciato proprio perché non sa quando arriverà la prossima ricompensa.

Questo non significa che ogni relazione incerta sia una dipendenza e nemmeno che ogni attrazione intensa sia patologica.

Significa semplicemente che l’intensità non è sempre una misura affidabile della qualità di un legame.

E questa, in amore, è una distinzione che sarebbe utile imparare abbastanza presto.

Di solito la impariamo abbastanza tardi.

Ma noi non siamo soltanto un sistema dopaminergico

Fortunatamente.

Perché se bastasse la dopamina, scegliere il partner sarebbe molto più semplice e probabilmente molto più disastroso.

Accanto ai sistemi della motivazione e del desiderio esistono quelli dell’attaccamento.

Qui la domanda cambia.

Non è più soltanto:

“Ti voglio?”

Diventa:

“Con te posso stare?”

Posso affidarmi?

Posso mostrarmi vulnerabile?

Posso cercarti quando ho paura?

Posso allontanarmi sapendo che il legame non scompare?

Posso essere me stesso senza dover continuamente conquistare il tuo interesse?

Nella costruzione dei legami affettivi entrano in gioco sistemi neurobiologici complessi nei quali sono coinvolti, tra gli altri, ossitocina, vasopressina e dopamina.

Ma soprattutto entra in gioco la nostra storia.

Perché non incontriamo mai qualcuno con un cervello vergine.

Arriviamo con ciò che abbiamo imparato sull’amore.

Su quanto possiamo fidarci.

Su quanto sia sicuro dipendere.

Su cosa succede quando abbiamo bisogno dell’altro.

Su quanto possiamo permetterci di desiderare.

E allora alcune persone non attivano soltanto il desiderio.

Attivano noi.

Perché proprio quella persona?

È forse la domanda più affascinante.

Incontriamo centinaia di persone.

Alcune sono belle.

Interessanti.

Intelligenti.

Disponibili.

Perfettamente compatibili sulla carta.

Niente.

Poi arriva qualcuno che magari non possiede nemmeno tutte le caratteristiche che avevamo diligentemente inserito nella nostra lista del partner ideale.

E qualcosa si muove.

Perché?

Non esiste una formula.

Contano attrazione, novità, reciprocità, contesto, memoria, aspettative, caratteristiche dell’altro, momento della vita e storia di attaccamento.

Ma credo esista anche una domanda psicologica ancora più interessante di:

“Che cosa ha questa persona?”

Ed è:

“Chi divento io quando sono con questa persona?”

Perché qualche volta ciò che ci attrae profondamente non è soltanto chi abbiamo davanti.

È chi riusciamo a essere accanto a lui.

Alcune persone ci restituiscono parti di noi

Forse non ci sentivamo desiderabili da molto tempo.

E qualcuno ci guarda come se lo fossimo.

Forse avevamo smesso di giocare.

E con qualcuno ricominciamo.

Forse eravamo diventati efficientissimi.

Responsabili.

Affidabili.

Adulti.

Talmente adulti da esserci dimenticati che dentro quella vita perfettamente organizzata esisteva ancora qualcuno capace di desiderare qualcosa senza sapere esattamente a cosa sarebbe servito.

Poi arriva una persona.

E quella parte si sveglia.

Naturalmente possiamo innamorarci di lei.

Ma possiamo innamorarci anche della versione di noi che compare quando siamo con lei.

Più leggera.

Più sensuale.

Più curiosa.

Più coraggiosa.

Più viva.

Ed è forse questo che rende alcuni incontri così difficili da dimenticare.

Non ci manca soltanto qualcuno.

Ci manca come eravamo noi quando c’era quel qualcuno.

Ed è qui che possiamo fare un errore

Pensare che quella parte di noi appartenga all’altro.

“Con lui mi sentivo viva.”

“Con lei ero diversa.”

“Solo quella persona riusciva a farmi sentire così.”

Comprensibile.

Ma non completamente vero.

L’altro è stato uno stimolo potentissimo.

Ha partecipato a quell’esperienza.

Forse ha creato le condizioni perché emergesse.

Ma il cervello che si è attivato era il nostro.

Il desiderio era nostro.

La curiosità era nostra.

La capacità di emozionarci era nostra.

La sessualità era nostra.

La voglia di rischiare era nostra.

La parte che improvvisamente voleva tornare nel mondo era nostra.

L’altro non ce l’ha consegnata.

L’ha incontrata.

E questa differenza diventa importantissima quando una relazione finisce, non può cominciare oppure prende una direzione diversa da quella che avremmo desiderato.

Forse non dobbiamo smettere di sentire

Quando perdiamo qualcuno che aveva riattivato tutto questo, il rischio è cercare disperatamente di spegnere ciò che sentiamo.

Non pensarci.

Dimenticare.

Voltare pagina.

Tornare quelli di prima.

Ma forse proprio “tornare quelli di prima” non dovrebbe essere l’obiettivo.

Perché qualcosa abbiamo scoperto.

Abbiamo scoperto di essere ancora capaci di desiderare.

Di emozionarci.

Di aspettare.

Di avere paura.

Di sentire il corpo accendersi.

Di essere vulnerabili.

Di volere qualcuno.

E magari anche di volere qualcosa di diverso dalla vita.

Quella informazione rimane vera indipendentemente da ciò che succederà con la persona che l’ha fatta emergere.

E poi, ogni tanto, bisognerebbe anche smettere di capire

C’è però un rischio curioso quando impariamo a leggere così bene quello che ci succede.

Cominciamo a voler spiegare tutto.

È attaccamento o innamoramento?

Desiderio o bisogno?

Dopamina o sentimento?

Sto idealizzando?

È una relazione sana?

Mi sta facendo bene?

Ha un futuro?

Sono abbastanza lucida?

Domande sensate. Alcune persino necessarie.

Ma se diventano troppe, può succedere una cosa paradossale: mentre cerchiamo di capire la vita, smettiamo di viverla.

La psicologia dovrebbe aiutarci ad abitare meglio le nostre esperienze, non trasformarci nei revisori contabili delle nostre emozioni.

Non tutto deve essere immediatamente misurato, classificato, interpretato.

Qualche volta una persona ci piace.

Punto.

Ci piace vederla.

Ci piace parlarle.

Ci piace il modo in cui ci guarda.

Ci piace quello che succede al nostro corpo quando si avvicina.

E forse possiamo concederci, almeno per un po’, di non sapere ancora che cosa significhi.

La vita non è un assessment

Da adulti diventiamo molto bravi a valutare le conseguenze.

Ed è un bene.

Abbiamo imparato che non tutto ciò che desideriamo ci fa bene, che l’intensità non garantisce la compatibilità e che un sistema dopaminergico entusiasta non è esattamente un consulente matrimoniale affidabile.

Però esiste anche il rischio opposto.

Quello di diventare talmente bravi a proteggerci da non farci più sorprendere.

Prima di vivere qualcosa vogliamo sapere dove porterà.

Quanto durerà.

Se ne vale la pena.

Se soffriremo.

Se l’altro resterà.

Se tra sei mesi saremo contenti della scelta fatta oggi.

In pratica chiediamo alla vita una garanzia prima di firmare il contratto.

Peccato che la vita abbia un pessimo ufficio reclami e non rilasci garanzie.

Ci sono esperienze che possiamo comprendere soltanto dopo averle attraversate.

E alcune non hanno nemmeno bisogno di diventare qualcosa di definitivo per avere avuto senso.

Non tutto ciò che vale deve durare

Forse abbiamo interiorizzato un’idea un po’ strana delle relazioni: se vale la pena viverle, devono avere una destinazione.

Devono diventare una coppia.

Un progetto.

Una storia.

Un futuro.

Altrimenti rischiamo di considerarle tempo perso, errore di valutazione o — visto che ormai possediamo un vocabolario psicologico considerevole — dinamica disfunzionale.

Ma la vita affettiva è più disordinata di così.

Ci sono incontri che diventano relazioni.

Altri diventano amicizie.

Altri durano una stagione.

Alcuni rimangono possibilità.

Altri ancora non sappiamo bene cosa siano stati.

E forse non è sempre necessario saperlo.

Non sto dicendo che dovremmo lanciarci indiscriminatamente dentro qualunque emozione. La consapevolezza serve proprio a riconoscere ciò che ci danneggia, ciò che viola i nostri confini o ciò che ci tiene prigionieri.

Ma tra il buttarsi senza guardare e il non muoversi finché non abbiamo previsto ogni possibile conseguenza esiste un territorio enorme.

Si chiama vivere.

Il desiderio non è un progetto da approvare

Il desiderio, per sua natura, ci porta fuori da una posizione di completo controllo.

Ci espone.

Ci rende curiosi.

Ci fa avvicinare.

E qualche volta ci fa fare cose che, viste dal nostro efficientissimo tavolo di comando razionale, sembrano poco convenienti.

Una telefonata.

Un viaggio.

Un bacio.

Una notte svegli a parlare.

Una deviazione non prevista.

Dire “mi piaci” senza sapere cosa risponderà l’altro.

Sono piccoli rischi.

E naturalmente possono finire male.

Ma c’è una domanda che tendiamo a farci molto meno spesso:

quanto ci costa evitare sistematicamente tutto ciò che potrebbe finire male?

Perché proteggersi dalla sofferenza è importante.

Proteggersi anche dalla possibilità di essere felici, un po’ meno.

Forse sentirsi vivi significa anche questo

Non necessariamente avere il cuore a mille o aspettare compulsivamente un messaggio.

Quella può essere attivazione, e non sempre è una buona notizia.

Sentirsi vivi può significare anche permettersi di essere coinvolti.

Lasciarsi sorprendere.

Fare qualcosa senza conoscerne già l’esito.

Accettare che una persona possa diventare importante prima che abbiamo deciso quale etichetta darle.

Tollerare quel breve spazio in cui non sappiamo ancora.

Perché noi psicologi possiamo spiegare parecchie cose.

Possiamo parlare di dopamina, sistemi motivazionali, attaccamento, memoria implicita, rinforzo intermittente.

Tutto vero.

Tutto utile.

Poi però arriva un momento in cui bisogna chiudere il manuale.

Perché sapere perché il mare ci calma non sostituisce il fatto di entrarci.

Forse non dobbiamo sempre chiederci dove porta

Ci sono età della vita in cui diventiamo particolarmente consapevoli del tempo.

Abbiamo già scelto molto.

Costruito molto.

Perso qualcosa.

Rinunciato ad altro.

E forse proprio allora diventiamo più prudenti: sappiamo quanto può costare una scelta.

Ma sapere che il tempo è prezioso può portarci a due conclusioni opposte.

Possiamo decidere di non sprecarlo rischiando.

Oppure possiamo decidere di non sprecarlo rimandando continuamente ciò che desideriamo vivere.

Non credo esista una risposta valida per tutti.

Credo però che ogni tanto valga la pena domandarsi se stiamo facendo una scelta perché davvero non vogliamo qualcosa oppure perché vorremmo avere la certezza, prima di viverla, che non ci farà soffrire.

Quella certezza non arriverà.

Né in amore né nel resto della vita.

Forse alcune persone ci fanno sentire vivi anche per questo.

Perché interrompono, almeno per un momento, la nostra capacità di prevedere, organizzare, controllare e soppesare.

Introducono un imprevisto.

Un desiderio.

Una possibilità.

E non sempre dobbiamo immediatamente sapere cosa farcene.

A volte possiamo semplicemente accorgerci che c’è.

Poi scegliere.

Magari viverla.

Magari no.

Ma possibilmente senza passare così tanto tempo a proteggerci dalla vita da accorgerci, un giorno, che nel frattempo è passata.

Perché non tutto ciò che ci fa sentire vivi è destinato a restare.

Ma nemmeno tutto ciò che potrebbe non restare è, per questo, qualcosa che non vale la pena vivere.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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