Le occasioni perse esistono davvero?

Psicologia di tutti quei “se” che continuano a vivere nella nostra testa

È estate, fa caldo, arrivano insapettati acquazzoni e continuiamo con le nostre letture da ombrellone.

Oggi parliamo di una delle attività preferite dalla mente umana quando finalmente avrebbe del tempo libero:

immaginare vite che non sono successe.

Se avessi accettato quel lavoro.

Se fossi partita.

Se avessi avuto più coraggio.

Se quel giorno avessi detto sì.

Se invece avessi detto no.

Se ci fossimo incontrati cinque anni prima.

Se ci fossimo incontrati cinque anni dopo.

Se avessi detto quello che provavo.

Se lui avesse fatto un passo.

Se io ne avessi fatto uno.

Se le avessi dato di più.

Se me ne fossi accorto prima.

Se.

Due lettere.

Una quantità impressionante di vite alternative.

In psicologia si parla di pensiero controfattuale: la capacità della nostra mente di immaginare scenari diversi da quello che è realmente accaduto.

È una funzione utilissima.

Ci permette di imparare dall’esperienza, correggere gli errori, prevedere conseguenze e prendere decisioni migliori in futuro.

Ma ha un piccolo difetto.

Non conosce il momento esatto in cui sarebbe opportuno smettere.

E così, qualche volta, continuiamo per troppo tempo a interrogarci su una porta che non abbiamo aperto.

Il fascino irresistibile delle vite che non abbiamo vissuto

Le occasioni perse hanno un vantaggio enorme rispetto alle occasioni colte:

non possono deluderci.

La relazione che non abbiamo vissuto non ha mai avuto un lunedì mattina.

Non abbiamo mai litigato per i soldi.

Non abbiamo scoperto incompatibilità.

Non abbiamo attraversato la noia.

Non abbiamo dovuto capire chi porta i figli a scuola o chi svuota la lavastoviglie.

È rimasta intatta.

Perfetta nella sua possibilità.

Ed è per questo che alcuni “se” diventano così potenti.

Non stiamo confrontando la nostra vita reale con un’altra vita reale.

Stiamo confrontando la realtà, con tutti i suoi difetti, compromessi e giornate storte, con una possibilità che la nostra mente può scrivere esattamente come vuole.

E, diciamolo, la concorrenza è sleale.

Ma allora le occasioni perse non esistono?

Magari fosse così semplice!

Certo che esistono!!

Esistono treni che non abbiamo preso.

Parole che non abbiamo detto.

Persone che non abbiamo fermato.

Scelte che, tornando indietro con ciò che sappiamo oggi, probabilmente faremmo diversamente.

Negarlo significherebbe raccontarci una versione rassicurante della vita in cui tutto accade necessariamente per una ragione.

Non sento sia sempre vero.

A volte sbagliamo.

A volte abbiamo paura.

A volte scegliamo ciò che è sicuro invece di ciò che desideriamo.

A volte la nostra storia passata ci condiziona.

i nostri schemi. I nostri modelli familiari. I nostri traumi.

A volte siamo troppo giovani.

Altre volte troppo prudenti.

Qualche volta siamo semplicemente nel momento sbagliato.

E sì, qualche occasione la perdiamo davvero.

Il problema è che non sapremo mai esattamente che cosa abbiamo perso.

Perché conosciamo soltanto una delle due storie

Questa è forse la parte più interessante.

Quando diciamo:

Avrei dovuto provarci”,

la nostra mente tende automaticamente a immaginare la versione positiva di quello che sarebbe successo.

Avrei accettato quel lavoro e sarei stata felice.

Sarei partita e avrei trovato la mia strada.

Avrei detto quello che provavo e sarebbe cominciata una storia bellissima.

Possibile.

Ma esiste anche l’altra versione.

Avresti accettato quel lavoro e dopo sei mesi l’avresti detestato.

Saresti partita e avresti desiderato tornare.

Avresti iniziato quella relazione e avreste scoperto di essere meravigliosi nell’immaginazione e piuttosto mediocri nella quotidianità.

Non possiamo saperlo.

Ed è proprio questa impossibilità a rendere alcune occasioni perdute così persistenti.

Non sono finite male.

Non sono finite affatto.

Sono rimaste aperte.

Le storie che non iniziano hanno un problema: non possono finire

Con una relazione vissuta, prima o poi, dobbiamo fare i conti con i fatti.

È successo questo.

Abbiamo provato.

Ha funzionato oppure no.

Ci siamo amati.

Ci siamo feriti.

Ci siamo lasciati.

La realtà mette dei confini.

Le storie che non abbiamo vissuto, invece, possono continuare indefinitamente.

Non hanno prove contrarie.

E così possono diventare una specie di stanza segreta della nostra biografia.

Ogni tanto entriamo.

Guardiamo.

E ci chiediamo:

“Come sarebbe stato?”

Non necessariamente perché vogliamo tornare indietro.

Non necessariamente perché siamo infelici nella vita che abbiamo.

Ma perché alcune possibilità non realizzate conservano una particolare intensità emotiva.

Sono vite che non abbiamo dovuto consumare vivendo.

In amore succede qualcosa di ancora più complicato

Perché un’occasione sentimentale non dipende mai soltanto da noi.

Servono due desideri.

Due disponibilità.

Due momenti della vita che riescano, almeno per un tratto, a coincidere.

E questa coincidenza è molto meno scontata di quanto raccontino le commedie romantiche.

Possiamo incontrare qualcuno quando non siamo pronti.

Possiamo essere pronti quando non lo è l’altro.

Possiamo desiderarci e avere paura.

Possiamo volerci bene e volere vite incompatibili.

Possiamo incontrarci nel momento in cui uno dei due sta guardando altrove.

E qualche volta la domanda non è:

“Eravamo giusti l’uno per l’altra?”

È:

“Avremmo avuto il coraggio di scoprirlo?”

Che è una domanda molto diversa.

E, purtroppo, non sempre ha una risposta.

C’è una differenza tra perdere un’occasione e scegliere di non viverla

Questa distinzione mi sembra importante.

A volte diciamo che “non era il momento”.

Ma dietro il momento possono esserci molte cose.

Paura.

Lealtà.

Responsabilità.

Prudenza.

Altre relazioni.

Altri progetti.

Il timore di perdere ciò che già abbiamo.

Il timore di scoprire che quello che desideriamo non è come lo avevamo immaginato.

Non tutte queste ragioni sono vigliaccheria.

Alcune sono scelte adulte.

E scegliere significa inevitabilmente rinunciare.

Ogni volta che prendiamo una strada, ne lasciamo altre.

Diventare adulti significa anche tollerare questa verità piuttosto antipatica:

non possiamo vivere tutte le vite che saremmo capaci di immaginare.

Possiamo soltanto scegliere quale vivere.

Però qualche volta il rimpianto ci sta dicendo qualcosa

Il rimpianto non è sempre un sentimento da eliminare.

Può essere un’informazione.

Forse non ci sta dicendo:

Torna indietro.

Forse ci sta dicendo:

“La prossima volta, abbi meno paura.”

La prossima volta dì quello che senti.

La prossima volta chiedi.

La prossima volta non aspettare che sia tutto perfetto.

La prossima volta non confondere la sicurezza con la felicità.

La prossima volta accetta anche il rischio di scoprire che avevi torto.

Perché c’è una cosa peggiore di provare e scoprire che qualcosa non poteva funzionare.

Passare anni a domandarsi se avrebbe potuto.

E le persone?

Alcune diventano occasioni perse.

È inevitabile.

Non necessariamente perché avremmo dovuto stare insieme.

Forse avremmo provato e sarebbe finita dopo tre mesi.

Forse ci saremmo fatti malissimo.

Forse avremmo scoperto che tutta quella straordinaria intesa funzionava molto meglio a distanza.

Oppure no.

Forse sarebbe stata bellissima.

Ed è precisamente questo il punto:

non lo sapremo.

Ma credo che ci sia un modo adulto di convivere con questa incertezza.

Non trasformare ciò che non abbiamo vissuto nella vita che avremmo dovuto vivere.

E nemmeno fingere che non abbia avuto importanza.

Possiamo riconoscere:

“Avrei voluto sapere come sarebbe stato.”

Senza trasformarlo in:

“Avrei dovuto vivere diversamente.”

Sono due frasi molto diverse.

La prima contiene un desiderio.

La seconda una condanna.

Forse non tutte le occasioni perse devono essere recuperate

Questa è un’altra tentazione.

Pensare che, se qualcosa continua a tornarci in mente, allora dovremmo fare qualcosa.

Scrivere.

Chiamare.

Tornare.

Confessare.

Chiedere.

Non necessariamente.

Un sentimento può meritare di essere ascoltato senza dover essere trasformato in un’azione.

Possiamo riconoscere che qualcuno ha rappresentato una possibilità importante e scegliere comunque di non riaprire quella porta.

Per rispetto dell’altro.

Per rispetto di noi.

Per rispetto della vita che nel frattempo è accaduta.

Non tutto ciò che desideriamo deve necessariamente essere vissuto per essere vero.

E non tutto ciò che è vero deve necessariamente diventare una relazione.

Ma c’è una domanda che vale la pena portarci dietro

Non:

Cosa sarebbe successo?”

Perché a questa domanda non avremo mai risposta.

Forse un’altra.

“Quando qualcosa conta davvero per me, riesco a scegliere anche se ho paura?”

Perché il passato non possiamo cambiarlo.

Ma possiamo decidere cosa farne.

Possiamo usarlo per costruire rimpianto.

Oppure consapevolezza.

Possiamo continuare a guardare la porta che non abbiamo aperto.

Oppure ricordarci, la prossima volta che la vita ce ne mette una davanti, che nessuno può prometterci cosa troveremo dall’altra parte.

Possiamo soltanto decidere se vogliamo scoprirlo.

E forse le occasioni perse servono anche a questo.

A insegnarci che non tutte le cose importanti della vita arrivano quando siamo pronti.

Che alcune persone arrivano troppo presto.

Altre troppo tardi.

Alcune esattamente quando devono arrivare, ma noi in quel momento non sappiamo ancora riconoscerle.

E qualcuna, forse, rimane per sempre una domanda.

Non necessariamente una ferita.

Non necessariamente un errore.

Una domanda.

Come sarebbe stato, se avessimo avuto il coraggio di scoprirlo?

Poi la vita continua.

Ed è giusto che continui.

Ma certe domande, ogni tanto, tornano a sedersi accanto a noi.

Anche sotto l’ombrellone, o sotto un acquazzone!

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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