7 Maggio – Giornata Mondiale della Salute Mentale Materna La gravidanza raccontata come favola e il diritto delle donne a stare anche male

La gravidanza viene spesso raccontata come uno dei momenti più belli della vita.
Un tempo luminoso, pieno, naturalmente felice. La futura madre appare radiosa, emotivamente connessa, istintivamente pronta. Intorno a lei si costruisce una narrazione molto precisa: la maternità come compimento, come esperienza totalizzante e spontaneamente appagante.

Poi però ci sono le donne vere.

Quelle che piangono senza capire bene perché.
Quelle che si sentono sole anche se amate.
Quelle che si spaventano davanti ai cambiamenti del proprio corpo.
Quelle che si sentono in colpa perché non provano la felicità che pensavano di dover provare.
Quelle che dopo il parto guardano il proprio bambino e contemporaneamente sentono amore, paura, smarrimento, fatica.

Ed è proprio qui che la Giornata Mondiale della Salute Mentale Materna del 7 maggio diventa importante.
Perché prova a riportare attenzione su una verità ancora difficile da dire ad alta voce: la gravidanza e il primo anno dopo il parto possono essere periodi di grande vulnerabilità psicologica.

Salute mentale materna: un problema molto più diffuso di quanto si pensi

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 1 donna su 5 sviluppa disturbi psicologici significativi durante la gravidanza o nel primo anno post partum, soprattutto depressione e ansia.

Non stiamo parlando di fragilità individuali rare.
Stiamo parlando di qualcosa che riguarda milioni di donne.

Eppure molte continuano a non chiedere aiuto.

Non perché non soffrano abbastanza.
Ma perché spesso si vergognano della propria sofferenza.

Perché la maternità, culturalmente, continua a essere raccontata come un’esperienza che dovrebbe automaticamente produrre felicità, gratitudine e realizzazione. E quando una donna non si riconosce in questa immagine rischia di sentirsi sbagliata prima ancora che sofferente.

La romantizzazione della gravidanza crea silenzio

Il problema non è parlare anche della bellezza della maternità.
Il problema nasce quando la maternità può essere raccontata solo così.

Quando il dolore, la rabbia, l’ambivalenza o la fatica diventano emozioni “fuori copione”.

Negli ultimi anni la gravidanza è stata sempre più estetizzata.
Pance perfette, fotografie poetiche, racconti commossi, maternità performative esibite online come esperienza naturalmente armoniosa.

Ma il corpo reale non sempre assomiglia a quello delle immagini.
E soprattutto non ci assomiglia la mente.

Ci sono donne che vivono la gravidanza con ansia intensa.
Donne che sperimentano attacchi di panico.
Donne che si sentono estranee al proprio corpo.
Donne che dopo il parto sviluppano depressione, insonnia, pensieri intrusivi, sensi di colpa devastanti.

E molto spesso tutto questo accade nel silenzio.

L’ambivalenza materna è fisiologica

Una delle cose più importanti da dire quando si parla di salute mentale materna è questa: l’ambivalenza non è una colpa.

Si può desiderare profondamente un figlio e avere paura.
Si può amare il proprio bambino e sentirsi sopraffatte.
Si può essere grate e contemporaneamente stanche, arrabbiate o tristi.

Diventare madre non significa smettere di essere una persona complessa.

La gravidanza non trasforma magicamente ogni donna in una figura serena e sicura di sé. Al contrario, spesso riattiva temi profondissimi: il rapporto con il proprio corpo, la propria storia familiare, il modo in cui si è state accudite, la paura di non essere abbastanza, il bisogno di controllo, il timore di perdere sé stesse.

Per alcune donne è un periodo di grande espansione emotiva.
Per altre è anche un tempo di crisi identitaria.

Entrambe le esperienze meritano spazio.

Il primo anno dopo il parto è un periodo delicatissimo

C’è poi un altro elemento spesso poco considerato: la salute mentale materna non riguarda solo il momento della nascita.

Il primo anno dopo il parto è una fase di enorme vulnerabilità psicologica. Cambiano i ritmi del sonno, il corpo, la relazione di coppia, il senso di autonomia, il rapporto col tempo e con la propria identità.

Molte donne raccontano di sentirsi improvvisamente invisibili.
Tutti chiedono del bambino.
Pochi chiedono davvero come stia la madre.

Eppure i dati italiani mostrano quanto questo tema sia serio anche sul piano sanitario. Tra le morti materne tardive, cioè avvenute tra 43 giorni e un anno dopo il parto, una quota importante è legata al suicidio.

È un dato durissimo.
Ma necessario da guardare.

Perché ci ricorda che la salute mentale materna non è un lusso emotivo.
È salute pubblica.

Parlare della fatica non rovina la maternità

C’è un equivoco molto diffuso: l’idea che raccontare anche il lato difficile della maternità significhi sminuirla.

Non è così.

Parlare della fatica non distrugge la maternità.
La rende più umana.
Più reale.
Più abitabile per le donne vere.

Forse la tutela più profonda della salute mentale materna passa proprio da qui: creare uno spazio culturale in cui una donna possa dire “sto facendo fatica” senza sentirsi automaticamente una cattiva madre.

Perché nessuna donna dovrebbe dover scegliere tra essere sincera e sentirsi accettata.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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