Il lavoro con le parti in psicoterapia: capire l’IFS e il mondo interno
In stanza di terapia utilizzo diversi strumenti, diversi approcci, diverse lenti cliniche. Non perché mi interessi applicare un metodo come si applica una ricetta, due cucchiaini di trauma, un pizzico di attaccamento, mescolare bene e infornare a 180 gradi. Magari fosse così semplice. E anche un po’ inquietante.
Ogni persona arriva con una storia diversa, un modo diverso di sentire, difendersi, parlare di sé, stare nel corpo, entrare in relazione, fidarsi. C’è chi ha bisogno prima di tutto di capire. Chi ha bisogno di calmare il sistema nervoso. Chi racconta tantissimo ma sente poco. Chi sente tutto e non trova le parole. Chi arriva con un sintomo preciso e chi con quella sensazione più vaga, ma molto seria, di non riuscire più a stare bene nella propria vita.
Per questo cerco di integrare vari approcci e di adattarli alla persona che ho davanti: alla sua storia, alle sue risorse, alle sue difese, al suo modo di accedere al lavoro terapeutico. La terapia, per come la intendo io, non dovrebbe chiedere alla persona di adattarsi al metodo. Dovrebbe essere il metodo, semmai, a mettersi al servizio della persona. Altrimenti siamo al paradosso: uno va in terapia per respirare meglio e si ritrova a dover trattenere il fiato per compiacere il terapeuta. Direi anche no.
Uno degli approcci che utilizzo è l’IFS, Internal Family Systems, che in italiano possiamo tradurre come Sistemi Familiari Interni. È un modello terapeutico che parte da un’idea molto semplice, e proprio per questo molto potente: dentro di noi non c’è una voce sola. Ci sono parti diverse. Parti che desiderano, parti che temono, parti che proteggono, parti che si arrabbiano, parti che si vergognano, parti che si chiudono, parti che continuano a sperare anche quando un’altra parte ha già dichiarato fallimento da anni.
Non è una stranezza. È esperienza quotidiana.
Una parte di me vorrebbe cambiare lavoro, ma un’altra ha paura.
Una parte vorrebbe chiudere una relazione, ma un’altra non riesce a lasciare.
Una parte sa che avrebbe bisogno di riposare, ma un’altra continua a pretendere risultati.
Una parte si arrabbia, poi un’altra si vergogna di essersi arrabbiata, poi un’altra ancora cerca di fare finta che non sia successo niente, perché sia mai disturbare l’equilibrio domestico o sociale. Che poi l’equilibrio, spesso, è solo il nome elegante che diamo al trattenere tutto finché non ci viene la gastrite.
L’IFS aiuta a guardare questa complessità interna senza spaventarsi e senza ridurla subito a un’etichetta. Non “sono sbagliata”. Non “sono fatta male”. Non “sono sempre troppo”. Ma: “c’è una parte di me che si sente sbagliata”, “c’è una parte di me che teme di essere troppo”, “c’è una parte che ha imparato a controllare tutto”, “c’è una parte che si protegge chiudendosi”.
La differenza sembra piccola. In realtà cambia molto.
Perché quando diciamo “sono così”, spesso ci condanniamo. Quando diciamo “una parte di me fa così”, iniziamo a creare uno spazio. E in quello spazio può entrare la curiosità. La comprensione. A volte perfino un po’ di tenerezza, che non guasta mai, anche se a certe nostre parti dà fastidio e preferirebbero un piano operativo in Excel.
Non siamo una cosa sola
Molte persone arrivano in terapia parlando di sé come se fossero un blocco unico.
“Sono ansiosa.”
“Sono rabbioso.”
“Sono dipendente.”
“Sono troppo sensibile.”
“Sono controllante.”
“Sono incapace di dire no.”
“Sono sempre quella che si fa andare bene tutto.”
Queste frasi sono comprensibili, perché quando un’emozione o un comportamento ci accompagna da tanto tempo finiamo per identificarci completamente con quello. Il problema è che, se io sono tutta ansia, tutta rabbia, tutta vergogna, tutta dipendenza, allora non resta molto spazio per incontrarmi davvero. Resta solo da giudicarmi, correggermi o provare a sistemarmi in fretta.
Il lavoro con le parti prova a fare qualcosa di diverso.
Non nega il problema. Non lo minimizza. Non dice “va tutto bene” quando chiaramente tutto bene non va. Però invita a guardare ciò che accade dentro con più precisione.
C’è una parte ansiosa.
C’è una parte arrabbiata.
C’è una parte che controlla.
C’è una parte che evita.
C’è una parte che compiace.
C’è una parte che si sente fragile, piccola, non vista, non scelta.
Questa distinzione permette di uscire dalla fusione totale con ciò che proviamo. Non serve a prendere distanza in modo freddo, come se le emozioni fossero fastidiosi coinquilini da ignorare. Serve a poter stare con ciò che sentiamo senza esserne completamente travolti.
È diverso dire “sono disperata” o dire “c’è una parte di me disperata”.
Nel primo caso la disperazione occupa tutta la scena. Nel secondo resta dolorosa, certo, ma non è più tutta la persona. C’è anche qualcuno che può osservarla, ascoltarla, accompagnarla. Ed è da lì che spesso comincia il lavoro terapeutico.
Le parti che proteggono prima che il dolore arrivi
Dentro di noi ci sono parti che lavorano per evitare che accada qualcosa di doloroso. Sono parti preventive, organizzative, spesso molto efficienti. A volte talmente efficienti che il mondo le applaude mentre noi, dentro, siamo esausti.
Sono le parti che controllano.
Quelle che anticipano.
Quelle che cercano di non sbagliare mai.
Quelle che devono capire tutto prima.
Quelle che compiacciono.
Quelle che sorridono anche quando vorrebbero dire “oggi no, grazie, anche meno”.
Sono parti che spesso hanno imparato presto una lezione: per essere al sicuro devo stare attenta. Devo prevedere. Devo non disturbare. Devo essere brava. Devo essere utile. Devo essere forte. Devo capire l’umore degli altri prima ancora che gli altri aprano bocca.
Queste parti possono diventare molto preziose. Ci aiutano a funzionare, lavorare, prenderci cura, organizzare la vita. Il problema nasce quando non riescono più a smettere. Quando tutta l’esistenza diventa una grande operazione di prevenzione del dolore.
La parte compiacente, per esempio, può apparire gentile, disponibile, affettuosa. E spesso lo è davvero. Ma può anche essere una parte che teme profondamente il conflitto, il rifiuto, l’abbandono. Dice sì perché dire no le sembra pericoloso. Si adatta perché desiderare qualcosa per sé le sembra egoista. Sorride perché mostrare delusione potrebbe mettere a rischio il legame.
Vista da fuori sembra educazione. Dentro, a volte, è terrore con un buon tono di voce.
Nel lavoro terapeutico non si cerca di umiliarla, correggerla o zittirla. Non si dice semplicemente: “Da oggi devi imparare a dire no”. Certo, imparare a dire no può essere importante. Ma se non capiamo che cosa rende così difficile quel no, rischiamo di fare solo ginnastica comportamentale sopra una ferita ancora aperta.
Allora si prova ad ascoltare quella parte.
Che cosa teme?
Che cosa pensa che succederebbe se smettesse di compiacere?
Da quanto tempo fa questo lavoro?
Chi ha cercato di proteggere?
Spesso, quando una parte si sente finalmente vista, si ammorbidisce. Non perché venga convinta con un discorso brillante. Le parti interne, di solito, sono poco impressionate dalle nostre lezioni teoriche. Si ammorbidisce perché sente che qualcuno sta provando a capirla senza trattarla come un difetto.
Le parti che intervengono quando il dolore è già acceso
Ci sono poi parti che non lavorano tanto per prevenire il dolore, ma arrivano quando il dolore è già stato attivato. Quando qualcosa brucia dentro, loro entrano in scena per spegnere l’incendio.
Non sempre lo fanno in modo elegante. Anzi.
Sono parti che possono portarci a esplodere, chiuderci, scappare, dissociarci, mangiare compulsivamente, bere, cercare anestesia nello schermo, nel lavoro, nel sesso, nel controllo, nell’isolamento. Possono spingerci ad agire d’impulso o a sparire emotivamente. A volte fanno danni. A volte ne fanno parecchi.
Ma anche qui il punto non è giustificare. Il punto è capire.
Una parte che esplode forse sta cercando di impedire che qualcuno si avvicini troppo a una ferita.
Una parte che si anestetizza forse sta cercando di spegnere una vergogna intollerabile.
Una parte che scappa forse sta cercando di evitare una sensazione antica di intrappolamento.
Una parte che attacca forse sta cercando di non farci sentire impotenti.
Il comportamento può essere problematico, e in terapia va preso sul serio. Ma se ci fermiamo solo all’effetto, perdiamo la funzione. E la funzione, spesso, è protettiva.
Molte persone odiano queste parti di sé.
“Odio quando divento così.”
“Mi faccio schifo quando reagisco in quel modo.”
“Non sopporto quella parte di me.”
È comprensibile. Quando una parte ci mette nei guai, la prima reazione è volerla eliminare. Ma una parte che viene odiata, di solito, non collabora. Si irrigidisce, si nasconde o torna più forte alla prossima emergenza.
In terapia proviamo a fare un’altra cosa: riconoscere il danno senza perdere di vista il bisogno. Vedere l’effetto, ma anche l’intenzione. Dire: “Quello che fai oggi mi crea sofferenza, ma voglio capire da che cosa hai cercato di proteggermi”.
Questo passaggio è delicato, e spesso molto trasformativo.
Perché dentro di noi ci sono parti che da anni vengono solo accusate. E quando iniziano a essere ascoltate, possono finalmente smettere di dover urlare.
Le parti vulnerabili: quelle che portano la ferita
Sotto molte protezioni ci sono parti più vulnerabili. Parti che custodiscono dolore, paura, vergogna, solitudine, senso di non valore. Parti che, in alcuni momenti della vita, hanno vissuto qualcosa come troppo.
Troppo dolore.
Troppa solitudine.
Troppa critica.
Troppa responsabilità.
Troppa imprevedibilità.
Troppo abbandono.
Troppo poco sguardo.
Sono parti spesso giovani, non necessariamente in senso anagrafico, ma nel modo in cui sentono. Possono essere legate a esperienze infantili, adolescenziali, relazionali, traumatiche. A volte portano convinzioni profonde: “non valgo”, “non sono amabile”, “se mi vedono davvero mi lasciano”, “non devo avere bisogno”, “non posso fidarmi”, “devo cavarmela da sola”.
Molte protezioni nascono per tenere lontane queste parti vulnerabili dalla coscienza quotidiana. Non perché siano parti brutte o pericolose, ma perché il sistema interno teme che quel dolore sia troppo grande da reggere.
Ecco perché in terapia non si corre subito verso la ferita.
So che culturalmente siamo molto affascinati dall’idea di “andare al nucleo”, “scavare”, “tirare fuori tutto”. Fa anche una certa scena. Però la psiche non è un cassetto da svuotare sul pavimento per fare ordine. È un sistema vivo. E i sistemi vivi hanno bisogno di sicurezza.
Non tutto ciò che è vero è pronto per essere toccato.
Non tutto ciò che è stato capito è già elaborabile.
Non tutto ciò che emerge va seguito immediatamente.
Prima di avvicinarsi alle parti più vulnerabili, spesso bisogna incontrare quelle che le proteggono. Bisogna capire che cosa temono. Bisogna creare fiducia. Bisogna rispettare il ritmo.
La fretta, in terapia, spesso è solo un’altra forma di controllo. Vestita bene, certo. Con il linguaggio della consapevolezza, magari. Ma sempre controllo resta.
Stare con l’esperienza, non dentro l’esperienza
Uno dei passaggi più importanti del lavoro con le parti è imparare a stare con ciò che sentiamo, non dentro ciò che sentiamo.
Stare dentro significa essere completamente presi da una parte. In quei momenti diciamo: “Sono un disastro”, “non ce la farò mai”, “voglio sparire”, “lo odio”, “non valgo niente”, “devo controllare tutto”, “non posso fidarmi di nessuno”.
La parte ha preso il volante. E magari guida anche veloce.
Stare con significa poter dire: “C’è una parte di me che si sente un disastro”, “c’è una parte che pensa di non farcela”, “c’è una parte che vorrebbe sparire”, “c’è una parte molto arrabbiata”, “c’è una parte che non riesce a fidarsi”.
Non è una formula magica. Non basta cambiare frase per stare bene. Magari fosse: saremmo tutti guariti con un’agenda motivazionale e una penna carina.
Però quel cambio di posizione crea una possibilità. Permette alla persona di non essere tutta dentro l’emozione. Permette di osservare, ascoltare, interrogare con delicatezza. Permette di iniziare una relazione interna.
E questo, nel lavoro terapeutico, è fondamentale.
Perché non guariamo solo capendo perché siamo fatti in un certo modo. Guariamo anche quando impariamo a stare diversamente con ciò che accade dentro di noi.
Che cosa può succedere in seduta
Nel lavoro con le parti, una seduta può partire da una situazione concreta.
Una discussione con il partner. Una difficoltà con un figlio. Un attacco d’ansia. Una chiusura improvvisa. Un senso di vergogna. Un comportamento che si ripete anche se la persona sa benissimo che le fa male.
Da lì si prova a riconoscere quali parti si sono attivate.
Facciamo un esempio.
Una persona racconta: “Quando il mio compagno non risponde ai messaggi, impazzisco. Continuo a controllare il telefono. Poi mi arrabbio. Poi mi vergogno perché mi sento ridicola. Alla fine gli scrivo male oppure faccio finta di niente, ma dentro sto malissimo”.
Potremmo vedere una parte allarmata, una parte che controlla, una parte arrabbiata, una parte che si vergogna, una parte che cerca di mantenere una facciata, e forse sotto una parte più vulnerabile che teme di non essere importante, di essere dimenticata, sostituita, lasciata.
Questo non significa patologizzare ogni reazione. Significa leggerla con più profondità.
Perché quella scena non parla solo del messaggio non ricevuto. Parla del modo in cui il sistema interno interpreta il silenzio, la distanza, l’attesa, il rischio di non contare abbastanza.
In seduta si può allora chiedere alla persona di portare attenzione a una parte specifica. Dove la sente? Nel corpo? Come immagine? Come pensiero? Come voce? Come impulso? Che cosa vuole fare? Che cosa teme? Che cosa vorrebbe far sapere?
Alcune persone sentono le parti nel corpo: un nodo allo stomaco, una stretta alla gola, un peso sul petto, tensione nelle spalle. Altre le vedono come immagini. Altre le percepiscono come frasi, impulsi, posture, atmosfere. Non c’è un modo giusto.
E questo va detto, perché molte persone riescono a sentirsi inadeguate persino nel modo in cui dovrebbero sentire se stesse. Una specie di talento doloroso, ma molto diffuso.
Il lavoro non consiste nel performare bene la terapia. Consiste nell’avvicinarsi, con rispetto, a come funziona il proprio mondo interno.
Non eliminare parti di sé, ma creare relazione
Molte persone arrivano in terapia sperando di eliminare qualcosa.
Eliminare l’ansia.
Eliminare la rabbia.
Eliminare il bisogno.
Eliminare la dipendenza.
Eliminare la vergogna.
Eliminare la parte che controlla, che scappa, che compiace, che si paralizza.
È comprensibile: quando qualcosa ci fa soffrire, vorremmo liberarcene. Ma il lavoro terapeutico non è un’operazione di sfratto interno. Non si tratta di cacciare via parti di sé perché disturbano il condominio.
Si tratta di capire perché sono lì.
Una parte ansiosa può aver imparato che il mondo non è prevedibile.
Una parte controllante può aver imparato che nessuno si sarebbe occupato delle cose al suo posto.
Una parte compiacente può aver imparato che l’amore andava guadagnato.
Una parte arrabbiata può aver imparato che nessuno proteggeva i suoi confini.
Una parte che si spegne può aver imparato che sentire era troppo pericoloso.
Se proviamo solo a zittirle, spesso ripetiamo internamente la stessa esperienza che le ha ferite: non ti ascolto, non mi interessi, devi sparire.
Il lavoro con le parti prova invece a creare una nuova esperienza interna. Una parte può essere vista senza essere lasciata al comando. Può essere ascoltata senza che debba decidere tutto. Può essere riconosciuta senza che il suo comportamento venga automaticamente approvato.
Questa è una differenza importante.
Accogliere una parte non significa lasciarle fare tutto quello che vuole. Significa dirle: “Ti vedo. Capisco che stai cercando di proteggermi. Ora però possiamo provare a trovare un modo meno doloroso”.
Il Sé: una base più sicura dentro di noi
Nel modello IFS si parla di Sé, o Self, per indicare una qualità interna di presenza, calma, curiosità, compassione, chiarezza. Non è una parte che deve vincere sulle altre. È più una posizione interna da cui possiamo entrare in relazione con le parti senza esserne travolti.
Quando c’è più accesso al Sé, una persona può guardare la propria ansia senza odiarla. Può ascoltare la propria rabbia senza agirla automaticamente. Può avvicinarsi alla vergogna senza aggiungere altra vergogna. Può riconoscere una parte ferita senza crollare dentro quella ferita.
In altre parole, può diventare un po’ più base sicura per se stessa.
Questa espressione per me è molto importante. Perché molte sofferenze nascono proprio dal fatto che, dentro, non abbiamo un luogo sicuro in cui tornare. Abbiamo parti che urlano, parti che giudicano, parti che si difendono, parti che si nascondono. Ma manca una presenza interna capace di dire: “Ci sono. Ti ascolto. Non devo cancellarti. Non devo lasciarti sola. Possiamo capire insieme”.
A volte la terapia serve proprio a costruire questa presenza.
Non una perfezione emotiva. Non la serenità da brochure con persona vestita di lino che guarda il tramonto senza mai avere un pensiero aggressivo. Quella lasciamola ai cataloghi.
Parlo di qualcosa di più umano: la possibilità di non abbandonarsi quando si sta male.
Perché questo lavoro è utile nelle ferite relazionali
Molte delle nostre parti nascono nelle relazioni. Nel modo in cui siamo stati guardati, ascoltati, accolti, lasciati soli, criticati, protetti o non protetti.
Le ferite relazionali non restano solo nei ricordi. Diventano automatismi.
Nel modo in cui interpretiamo un silenzio.
Nel modo in cui reagiamo a una critica.
Nel modo in cui chiediamo amore.
Nel modo in cui evitiamo il conflitto.
Nel modo in cui ci adattiamo troppo.
Nel modo in cui scegliamo persone non disponibili e poi, con una certa coerenza tragica, soffriamo perché non sono disponibili.
Nel modo in cui diventiamo bravissimi a capire gli altri e molto meno bravi a riconoscere noi stessi.
Il lavoro con le parti permette di guardare questi automatismi non come difetti da correggere in fretta, ma come strategie nate in un contesto. Strategie che forse un tempo hanno avuto senso. Strategie che ci hanno aiutato ad andare avanti. Ma che oggi possono essere diventate strette, costose, faticose.
La terapia aiuta a riconoscere questa doppia verità: quella parte ha provato ad aiutarmi, e oggi forse il modo in cui lo fa mi fa soffrire.
Tenere insieme queste due cose è già un cambiamento enorme.
Perché smettiamo di dichiarare guerra a noi stessi, ma smettiamo anche di raccontarci che va tutto bene così.
Il cambiamento non nasce dalla guerra interna
Molte persone pensano che per cambiare serva essere più dure con se stesse.
Più disciplina.
Più controllo.
Più forza di volontà.
Più severità.
A volte un po’ di struttura serve, certo. Ma quando una persona soffre da tempo, spesso non ha bisogno di un altro comandante interno che urli ordini. Ne ha già parecchi, di solito. Alcuni anche molto preparati.
Il cambiamento profondo nasce più spesso da una nuova relazione con sé.
Quando una parte ansiosa si sente ascoltata, può non dover gridare.
Quando una parte arrabbiata si sente compresa, può non dover spaccare tutto per proteggere un confine.
Quando una parte compiacente si sente al sicuro, può iniziare a tollerare piccoli no.
Quando una parte vulnerabile si sente accompagnata, può smettere di restare nascosta nel buio.
È un lavoro graduale, a volte delicato, a volte scomodo. Non ha niente di magico. Ma ha qualcosa di profondamente rispettoso.
Non si tratta di diventare qualcun altro.
Si tratta di tornare ad abitare se stessi con meno paura.
Una psicoterapia che ascolta la complessità
Il lavoro con le parti mi interessa perché permette di onorare la complessità delle persone. Non riduce tutto a sintomi. Non separa il comportamento dalla storia. Non trasforma la sofferenza in un difetto individuale.
Permette di dire: dentro di te ci sono parti che hanno fatto del loro meglio per proteggerti. Alcune oggi ti fanno soffrire. Alcune sono rimaste bloccate in tempi antichi. Alcune hanno bisogno di essere ascoltate. Alcune hanno bisogno di fidarsi. Alcune, finalmente, possono non essere più sole.
Questo non significa che tutto sia semplice. Non significa che basti “parlare con le parti” per guarire. La terapia richiede tempo, alleanza, sicurezza, professionalità, capacità di tollerare anche momenti difficili. Richiede di rispettare le difese, non di forzarle. Richiede di costruire un passo possibile, non quello teoricamente perfetto.
Però spesso accade qualcosa di importante: la persona smette di sentirsi un problema da risolvere e inizia a riconoscersi come un sistema da comprendere.
E quando ci comprendiamo meglio, possiamo anche scegliere meglio.
Non sempre subito. Non sempre senza ricadute. Non sempre con quella linearità che ci piacerebbe tanto, perché la psiche umana evidentemente non ha letto i manuali di project management.
Ma con più gentilezza, più lucidità, più presenza.
A volte la terapia serve proprio a questo: a creare dentro di sé uno spazio in cui le parti possano essere ascoltate senza prendere il comando, in cui il dolore possa essere avvicinato senza essere riattivato brutalmente, in cui le difese possano iniziare a fidarsi e la persona possa ritrovare una guida interna più sicura.
Non per diventare perfetti.
Non per essere sempre calmi.
Non per non avere più paura, rabbia, vergogna o bisogno.
Ma per poter dire, con sempre più chiarezza: “Questa è una parte di me. Posso ascoltarla. Posso capirla. E posso non lasciarle più tutto il volante”.

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