L’amore, quando funziona, non fa rumore. Tiene, accompagna, lascia respirare.
Quando invece si tende un po’ troppo, quando stringe invece di sostenere, cambia forma. E non sempre ce ne accorgiamo.
Si è molto discusso in questi giorni sui social di frasi nette, definitive. Questo si fa, questo è sbagliato, questo è dannoso. Funzionano, perché danno l’illusione di orientarsi in fretta. Ma la crescita dei figli non è un campo dove bastano le istruzioni. Non è una lista di cose giuste o sbagliate. È una relazione, e le relazioni non si leggono per slogan. Ed è vero anche che il ruolo di un terapeuta è quello di perturbare non di accudire…ma lo si fa nella stanza, quando si possono davvero cogliere i sognificati.. la comunicazione social è davvero un bene per tutti?
Quanto è difficile pleggere questo testo? Quanto è facile seguire un video in confronto? Quanto è difficile parlare di se? Quanto è difficile trovare tempo, risorse economiche emotive per scegliere d icambiare? No è piu comdo trovare qualcuno con cui schierarci o contro cui combattere per dirci con piu sicurezza faccio bene o faccio male…
Ma torniamo sul motivo di questo articolo, che spiega uno studio scientifico recente (il primo nella lista in blibliografia riportata)
Dire “ti amo” a un figlio non è un problema di per sè. Dormire insieme non è automaticamente un errore. Un gesto affettuoso non è, da solo, invasivo. Quello che conta è sempre il significato che quel gesto assume dentro quella relazione. Da dove nasce. Cosa produce.
Qui la ricerca aiuta a fare un passo indietro, a uscire dalle opinioni e rimettere i piedi per terra.
Uno studio molto recente pubblicato su Child Abuse & Neglect da Carbone e colleghi nel 2024 ha provato a guardare una cosa che fino a poco tempo fa non veniva nemmeno considerata in questi termini: l’ipercontrollo genitoriale .
Non stiamo parlando di abuso. Non stiamo parlando di trascuratezza. Stiamo parlando di genitori presenti, attenti, coinvolti. Genitori che seguono, che guidano, che proteggono.
Eppure, quando questa protezione diventa costante, anticipatoria, intrusiva, quando lascia poco margine di esperienza diretta, succede qualcosa. Non a livello teorico. A livello concreto, osservabile.
Lo studio mostra che questo tipo di relazione può avere un impatto sullo sviluppo che si avvicina, per alcuni aspetti, a quello delle esperienze traumatiche più riconosciute.
Non perché manchi l’amore.
Perché “l’amore” non lascia spazio.
Il passaggio è sottile ma decisivo. Non è il gesto in sé a fare la differenza. È il messaggio che quel gesto consegna.
Quando un genitore interviene sempre prima che il figlio possa tentare, sbagliare, regolare, attraversare, sta dicendo qualcosa senza dirlo. Sta costruendo una rappresentazione del mondo e del sé.
Il mondo è pieno di rischi.
Tu da solo non ce la fai.
Questa cosa, lentamente, si organizza anche nel cervello. Lo studio ha osservato l’attività cerebrale a riposo e ha trovato una maggiore connessione tra aree coinvolte nella rilevazione della minaccia e nella gestione del controllo .
Detto senza tecnicismi, il sistema nervoso resta più pronto a cercare pericoli e a prepararsi a gestirli. Come se qualcosa dovesse sempre essere tenuto sotto controllo.
Non perché il mondo sia davvero così instabile.
Perché qualcuno, nel tentativo di proteggerlo, lo ha reso tale.
Questo aiuta a comprendere molte storie che altrimenti resterebbero senza nome. Percorsi in cui non si trovano eventi traumatici evidenti, ma si incontra comunque una fatica profonda. Difficoltà a decidere, a separarsi, a fidarsi del proprio sentire.
Infanzie descritte come serene, famiglie presenti, affetto evidente. E allo stesso tempo una sensazione interna di inadeguatezza, di allerta, di dipendenza.
Non è mancato qualcosa.
È mancato spazio.
La parte più delicata è che questo non nasce quasi mai da intenzioni disfunzionali. Nasce da amore, da paura, da desiderio di fare meglio. Nasce da storie personali che continuano a lavorare, anche quando non le si guarda più.
Un genitore non cresce mai solo un figlio. Cresce anche il bambino che è stato. E quel bambino, a volte, chiede di essere protetto, visto, tenuto. Il rischio è che quella richiesta diventi la lente attraverso cui si guarda il figlio reale.
A quel punto il confine si sfuma. Non è più così chiaro se si sta rispondendo a un bisogno del figlio o a qualcosa che appartiene alla propria storia.
Non serve colpa. Serve lucidità.
Perché la stessa azione può essere nutriente o limitante. Dipende da cosa la muove e da cosa produce.
Proteggere può significare accompagnare.
Oppure impedire.
Essere presenti può significare esserci.
Oppure non lasciare andare.
Dire “ti amo” può aprire.
Oppure trattenere.
La differenza non sta nella parola. Sta nella posizione interna di chi la dice.
Per questo le regole assolute non funzionano. Non tengono conto della complessità. Rischiano di creare più rigidità che comprensione.
La ricerca non serve a dire ai genitori cosa fare. Serve a mettere in luce dinamiche che, da dentro, sono difficili da vedere. Serve a fermare le semplificazioni e a restituire profondità.
E questa profondità non si costruisce attraverso contenuti veloci. Può iniziare lì, ma non si esaurisce lì. Richiede uno spazio in cui potersi osservare davvero, in relazione. Un luogo in cui qualcuno possa restituire ciò che accade senza giudicare, ma senza nemmeno edulcorare.
Una relazione sufficientemente sicura da permettere di restare anche quando qualcosa mette a disagio.
Alla fine, la domanda resta sempre la stessa. Non è comoda, ma è quella che orienta.
Quando intervengo, sto sostenendo la crescita di mio figlio o sto cercando di regolare qualcosa dentro di me?
Non serve rispondere subito.
Serve iniziare a pensarci.
Riferimenti bibliografici
Carbone, G. A., Imperatori, C., Adenzato, M., Lo Presti, A., Farina, B., & Ardito, R. B. (2024). Is parental overcontrol a specific form of child maltreatment? Insights from a resting state EEG connectivity study. Child Abuse & Neglect, 155, 106962. (PRINCIPALE )
Farina, B., Imperatori, C., Adenzato, M., & Ardito, R. B. (2021). Perceived parental over-protection and affective vulnerability. Journal of Affective Disorders.
Bögels, S. M., & Brechman-Toussaint, M. L. (2006). Family issues in child anxiety: Attachment, family functioning, parental rearing and beliefs. Clinical Psychology Review.
Teicher, M. H., Samson, J. A., Anderson, C. M., & Ohashi, K. (2016). The effects of childhood maltreatment on brain structure, function and connectivity. Nature Reviews Neuroscience.
Menon, V. (2011). Large-scale brain networks and psychopathology: A unifying triple network model. Trends in Cognitive Sciences.
Dott.ssa Barbara Durand
www.basisicure.com

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