Ultimamente ho iniziato una formazione in Schema Therapy.
Ebbene sì, lo ammetto: ho una certa dipendenza dalla formazione. Con (spero) un certo beneficio per i miei pazienti, e decisamente meno per il mio portafoglio e per il mio tempo libero!!!
Però c’è una cosa che mi sta convincendo sempre di più, ed è il modo in cui questo approccio prova a rispondere a una domanda semplice e scomoda insieme: da dove nasce davvero il nostro malessere?
Mi piacerebbe condividerlo perché non è qualcosa che riguarda “chi ha un problema”. Riguarda tutti. E può diventare uno strumento utile sia per chi è in terapia, sia per chi educa, cresce, accompagna.
Partiamo da lì: i bisogni emotivi primari
Non sono concetti astratti. Sono cose molto concrete che ogni bambino porta con sé.
Il bisogno di sicurezza.
Un bambino ha bisogno di sapere che qualcuno c’è. Non ogni tanto, non quando è comodo. C’è. Punto.
Quando questo manca, genitori imprevedibili, emotivamente assenti, o semplicemente troppo presi da altro, resta una sensazione di fondo: non sono al sicuro nelle relazioni.
Il bisogno di connessione emotiva.
Essere visti davvero. Non solo “nutriti e vestiti”, ma ascoltati, riconosciuti.
Ci sono bambini cresciuti in case perfette, dove non mancava nulla… tranne qualcuno che chiedesse: “ma tu come stai?”.
E quel vuoto non fa rumore, ma resta.
Poi c’è il bisogno di autonomia.
Essere aiutati a fare da soli. ( il grande lavoro di Maria Montessori rispondeva a questo bisogno ma meno ad altri!) Non lasciati soli, ma nemmeno sostituiti.
Se tutto viene fatto al posto tuo, cresci con l’idea di non essere capace.
Se nessuno ti guida, cresci con l’idea di dovertela cavare da solo, sempre.
E per finire il tallone d’achille dei genitori contemporanei: l bisogno di limiti.
Sembra strano, ma i limiti sono una forma di cura.
Dire “no”, contenere, insegnare che esiste anche l’altro.
Senza limiti si cresce senza struttura, oppure con un senso di onnipotenza che poi la realtà ridimensiona in modo poco gentile.
Il bisogno di espressione.
Poter dire cosa si prova, anche quando è scomodo.
“Non devi arrabbiarti”, “non è niente”, “smettila di piangere”: frasi comuni, effetti profondi.
Se non puoi esprimerti, impari a trattenere. O a esplodere.
E poi c’è il bisogno di gioco, spontaneità, leggerezza.
Non tutto deve essere utile, produttivo, giusto.
Un bambino ha bisogno di poter essere semplicemente… bambino!
Bello vero?
Quando questi bisogni non vengono soddisfatti?
Il punto non è che il bambino “analizza la situazione”.
Non pensa: “i miei bisogni non sono stati soddisfatti”.
Pensa: “il mondo funziona così”.
E da lì nascono le aspettative, si deformano gli occhiali con cui vediamo, leggiamo le relazio, interpretiamo gli altri e vediamo noi stessi
Se non sei stato visto ti aspetti di non esserlo.
Se l’affetto è stato incostante ti aspetti che l’altro se ne vada.
Se sei stato criticato ti aspetti di non essere abbastanza.
Queste aspettative diventano schemi. (o altri approcci li chiamano credenze ma sempre li siamo!)
Gli schemi: a cosa servono (e perché poi ci fregano)
Gli schemi sono il modo in cui la mente organizza la realtà. La nostra mente cerca coerenza e prevedibilità.
Servono. Eccome se servono.
Senza schemi saremmo persi: ogni situazione nuova, ogni volta da capo.
Il problema nasce quando diventano rigidi e datati.
Sono come mappe costruite quando avevamo sei anni… che continuiamo a usare a trenta, quaranta, cinquanta.
E fanno una cosa molto precisa:
non cercano la verità, cercano conferme. (questo è un nodo cruciale che risponde al..ma perche mi trovo sempre in queste situazioni? in queste relazioni? perchè anche se ora so faccio sempre gli stessi errori?….)
Se penso che gli altri mi abbandoneranno, noterò ogni segnale di distanza.
Se penso di non valere, darò più peso agli errori che ai successi.
E piano piano, senza accorgercene, costruiamo una realtà coerente con quello schema.
E poi arrivano i coping: il modo in cui cerchiamo di salvarci
Quando uno schema si attiva, non è una cosa teorica.
È un’esperienza emotiva forte.
E lì facciamo qualcosa per gestirla.
Quel qualcosa si chiama coping.
Sono tentativi spesso intelligenti, a volte disperati di proteggerci.
Possiamo:
Evitare
Non mi espongo, non chiedo, non rischio.
Così non soffro… almeno nell’immediato.
Controllare o ipercompensare
Divento perfetto, forte, inattaccabile.
Così nessuno potrà ferirmi.
Arrendermi
Accetto lo schema.
“È così che va”, “io sono fatto così”.
Il punto delicato è questo:
il coping nasce per aiutarci, ma spesso diventa ciò che mantiene il problema.
Evito e non scopro mai che poteva andare diversamente.
Controllo e allontano proprio ciò che vorrei tenere vicino.
Mi arrendo ma confermo quello che temo.
Il passaggio che cambia tutto (e che spesso non è intuitivo)
A questo punto verrebbe da dire:
“Ok, allora tolgo questi comportamenti”.
No.
Non funziona così.
Perché quei comportamenti hanno una funzione.
Sono lì per proteggere qualcosa.
Il lavoro vero non è togliere il coping.
È andare sotto.
Chiedersi: che bisogno c’è lì sotto?
E iniziare, piano piano, a fare qualcosa di diverso:
non più difendere lo schema, ma nutrire quel bisogno che è rimasto scoperto.
Se ho paura dell’abbandono, non è “smettere di essere geloso”.
È lavorare sul sentire che posso essere al sicuro.
Se mi sento inadeguato, non è “fare meglio”.
È costruire un senso di valore che non dipenda solo dalla performance.
Per chi è in terapia. E per chi cresce qualcuno
Questa prospettiva ha un effetto interessante:
sposta lo sguardo dal comportamento al bisogno.
E cambia il modo in cui leggiamo noi stessi.
E anche gli altri.
Un bambino oppositivo non è “difficile”: potrebbe essere un bambino che non si sente visto.
Un adulto che evita non è “chiuso”: potrebbe essere qualcuno che ha imparato che esporsi costa troppo.
E allora sì, forse diventa più chiaro perché lavorare su queste cose non è un lusso da addetti ai lavori.
È un modo per smettere, piano piano, di reagire sempre nello stesso modo…
e iniziare a rispondere in modo un po’ più libero.
A un certo punto, mentre si leggono queste cose, capita qualcosa di curioso: ci si riconosce. In piccoli dettagli, in certe reazioni, in quel modo un po’ automatico di stare nelle relazioni o di parlarsi dentro.
E lì si apre uno spazio.
Non serve avere tutto chiaro, né incasellarsi in una teoria. A volte basta iniziare a guardarsi con un filo di curiosità in più e un po’ meno durezza. Capire che molte delle nostre fatiche non sono “difetti”, ma soluzioni che abbiamo imparato troppo presto e che abbiamo continuato a usare anche quando non servivano più.
Il lavoro terapeutico, in fondo, parte da qui. Da qualcuno che tiene lo sguardo con te mentre provi a mettere ordine, a dare senso, a riconoscere quei bisogni che sono rimasti in sospeso e che continuano a farsi sentire.
Non è un percorso rapido né sempre comodo. Però ha una qualità rara: permette di non dover più combattere contro sé stessi, ma di iniziare, finalmente, a capirsi.
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