settimane difficili

È venerdì. Per molte persone la settimana lavorativa sta finendo, quella zona mentale in cui si inizia a pensare alla spesa, alla cena, al sonno arretrato, magari a un film lasciato in sospeso da tre settimane perché la vita adulta ha questo senso dell’umorismo discutibile.

Per me no. La settimana non è finita: nel weekend mi aspetta ancora formazione. Altre ore di studio, ascolto, confronto, appunti, concetti da mettere in ordine, strumenti da integrare. Non voglio lamentarmi… me lo sono scelto!

Perché questo lavoro è così: quando pensi di aver studiato abbastanza, scopri che hai studiato abbastanza solo per accorgerti di quanto ancora ti manca.

Eppure questa settimana è stata faticosa. Non per il numero di sedute, non solo almeno. È stata faticosa per quel tipo di fatica che non si misura con l’agenda piena, ma con quello che ti resta addosso quando chiudi la porta dello studio, o lo schermo del Mac

La fatica invisibile del lavoro psicologico

Fare la psicologa non significa solo ascoltare. Questa è una delle grandi semplificazioni sul nostro lavoro, insieme a “stai seduta tutto il giorno” e “in fondo parlate”. Certo, parliamo. Ma anche i chirurghi “tagliano”, se vogliamo metterla su questo piano.

Nel lavoro clinico ascoltare non è stare lì con una faccia sufficientemente empatica e qualche cenno della testa messo al punto giusto. Ascoltare significa tenere insieme più livelli contemporaneamente: quello che la persona dice, quello che non dice, quello che il corpo lascia intravedere, quello che la famiglia porta nella stanza anche quando non è presente, quello che la storia ha costruito prima ancora che arrivasse la domanda d’aiuto.

A volte il compito non è trovare una soluzione. A volte il compito è proteggere uno spazio di pensiero.

Sembra poco. Invece è moltissimo.

Perché alcune situazioni arrivano già piene di rumore. Rumore di paura, di aspettative, di valori, di sensi di colpa, di urgenze, di persone che amano tantissimo e proprio per questo rischiano di diventare ingombranti. Non per cattiveria. La cattiveria, in clinica, è quasi una comodità: la riconosci, la nomini, la tieni a distanza. Molto più complesso è quando la pressione arriva vestita bene, con le parole dell’amore, della cura, della preoccupazione, della responsabilità.

Lì il lavoro diventa sottile. Devi riconoscere il bene senza smettere di vedere il peso. Devi accogliere gli adulti senza dimenticare chi, in quella stanza, ha meno forza. Devi non trasformarti in arbitro morale, in giudice, in consulente di vita, in madre sostitutiva, in avvocata di qualcuno contro qualcun altro.

Devi restare psicologa.

Che, in certi momenti, significa una cosa molto meno spettacolare e molto più difficile: aiutare una persona a non essere sequestrata.

Sequestrata dalla paura.
Sequestrata dal bisogno di non deludere.
Sequestrata dal giudizio.
Sequestrata dalla colpa.
Sequestrata dal desiderio degli altri.
Sequestrata anche dal nostro bisogno, molto umano, di fare bene.

L’incertezza non è un incidente: è parte del lavoro

Nel nostro mestiere non sempre esiste la scelta pulita, quella che dopo puoi dire: bene, risolto. Certe situazioni non si chiudono come un problema di matematica. Non basta spostare i dati nella colonna giusta e aspettare che venga fuori il risultato.

A volte ogni strada ha un costo. Ogni opzione chiede una rinuncia. Ogni decisione porta con sé una parte che resta indietro e che, se viene zittita troppo presto, prima o poi torna a bussare. Magari con un sintomo, magari con rabbia, magari con depressione, magari con un “non so cosa mi succede” detto anni dopo, quando apparentemente la vita è andata avanti.

La tentazione, per chi fa il nostro lavoro, è cercare la frase perfetta. L’intervento perfetto. La domanda che apre tutto. Il gesto clinico che rimette ordine dove ordine non c’è.

Peccato che la psiche abbia scarso rispetto per la nostra voglia di sentirci competenti.

La competenza, spesso, non è sapere dove portare una persona. È restare accanto mentre quella persona prova a capire dove può stare senza tradirsi del tutto. È tollerare che una risposta non arrivi subito. È non riempire il vuoto con la nostra ansia, con la nostra morale, con la nostra esperienza, con la nostra teoria preferita.

La teoria serve, eccome se serve. La tecnica serve. La diagnosi serve. Lo studio serve. La formazione serve. La supervisione serve. Tutto serve.

Ma niente di tutto questo basta, se poi non sei capace di stare dentro la complessità senza trasformarla in una ricetta.

La stanza di terapia non è un posto neutro

Si dice spesso che lo psicologo debba essere neutrale. Io credo che questa parola vada maneggiata con una certa cautela, perché rischia di farci sembrare frigoriferi ben laureati.

Noi non siamo neutrali nel senso di vuoti. Abbiamo una storia, un corpo, dei valori, delle ferite, delle paure, delle zone sensibili. Abbiamo cose che ci commuovono e cose che ci irritano. Abbiamo temi che ci attraversano più di altri. La differenza non sta nel non averli. Sta nel conoscerli abbastanza da non farli comandare al posto nostro.

La neutralità clinica non è assenza di umanità. È la capacità di non usare il paziente per risolvere qualcosa che appartiene a noi.

E questa capacità non si improvvisa.

Richiede studio, certo. Ma richiede anche terapia personale, supervisione, confronto, onestà. Richiede di accorgersi quando un caso ti entra sotto pelle. Quando ti viene voglia di proteggere troppo. Quando ti viene voglia di convincere. Quando ti viene voglia di dire “io al posto tuo”. Che è una frase umanissima, ma in terapia spesso è l’inizio del disastro.

Il punto, invece, è un altro: aiutare l’altro a scoprire dove sia il suo posto. Non il nostro.

Il peso dei casi difficili

Alcuni casi fanno fatica perché sono dolorosi. Altri perché sono confusi. Altri ancora perché chiedono decisioni in tempi stretti, mentre la psiche avrebbe bisogno di una lentezza che la realtà non concede.

In quelle situazioni il lavoro clinico assomiglia a stare su un ponte stretto. Da una parte il rischio di non fare abbastanza. Dall’altra il rischio di fare troppo. In mezzo, la persona che hai davanti e che non deve diventare il campo di battaglia delle ansie altrui, comprese le tue.

È lì che senti davvero il peso della responsabilità.

Non quella grandiosa, da salvatrice. Quella va lasciata fuori dallo studio, possibilmente insieme al cappotto. Parlo della responsabilità più sobria: scegliere bene le parole, non orientare dove non devi orientare, non arretrare dove invece devi esserci, non confondere la prudenza con la passività, non confondere l’empatia con la collusione.

A volte proteggere qualcuno significa dire una cosa scomoda. Altre volte significa tacere proprio quando avresti una frase brillante pronta. Che peccato, perché alcune frasi brillanti ci vengono anche bene. Ma non è detto che servano.

Il lavoro psicologico richiede anche questo: rinunciare a sentirsi efficaci per poter essere utili.

La cura non è sempre dolce

Una certa idea romantica della psicologia vorrebbe la cura sempre morbida, accogliente, riparativa, quasi profumata di tisana e coperta calda. La cura, a volte, è anche questo. Per fortuna.

Ma la cura non è sempre dolce.

A volte cura è fermare una pressione. A volte è nominare un’ambivalenza. A volte è proteggere una domanda fragile da chi ha già pronta una risposta. A volte è dire: “Aspettiamo. Prima ascoltiamo meglio.” A volte è aiutare una persona a dire una frase scomoda senza sentirsi perduta.

La cura non coincide con il tranquillizzare tutti.

Questa è forse una delle parti più difficili del nostro lavoro: non sempre possiamo far stare meglio tutti nello stesso momento. A volte, per permettere a qualcuno di respirare, qualcun altro deve tollerare di non avere subito controllo, rassicurazione, conferma.

E no, non sempre la prende bene.

Però il nostro compito non è essere amati da tutti i pezzi del sistema. Il nostro compito è cercare di capire dove passa, in quel momento, la linea più vicina alla salute.

Non basta sapere

Dopo settimane così, mi torna in mente una cosa: non bastano le ore di studio. Non bastano le formazioni, i libri sottolineati, le supervisioni, i modelli teorici, le tecniche apprese, i protocolli, le mappe.

Guai se mancassero, sia chiaro. La competenza non è un accessorio. Nessuno dovrebbe affidarsi a chi lavora solo “di pancia”, perché la pancia senza pensiero può fare parecchi danni e spesso li fa pure con convinzione.

Ma questo lavoro non si fa solo con quello che sai.

Si fa con tutta te.

Con la tecnica, sì. Con le conoscenze, sì. Con l’esperienza, certo. Ma anche con quello che risuona nella pancia, con quello che fa eco nella tua storia, con quello che vibra nei tuoi valori, con quello che devi imparare a riconoscere per non scambiarlo per verità clinica.

Si lavora con la mente e con il corpo. Con il metodo e con l’intuizione. Con il sapere e con il dubbio. Con la capacità di esserci e con quella, ancora più difficile, di non invadere.

Forse per questo certe settimane finiscono e non finiscono. Perché le sedute si chiudono, le fatture si fanno, l’agenda si aggiorna, il weekend arriva. Ma qualcosa resta a lavorare dentro. Non come ossessione, almeno si spera. Piuttosto come quella forma di responsabilità silenziosa che accompagna i lavori in cui l’altro non è un cliente da soddisfare, ma una vita da incontrare con rispetto.

E allora sì, è venerdì.
La settimana non è finita.
E forse, in fondo, nemmeno io ho ancora finito di attraversarla.

Lascia un commento

Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

supporto psicologico ›