auguri mamme

C’è una retorica sulla maternità che somiglia molto alle pubblicità dei biscotti della domenica mattina. Tutto morbido, luminoso, sorridente. Tutto terribilmente lontano dalla verità.

La verità è che diventare madre è una delle esperienze più trasformative, spaventose, disorganizzanti e profonde che una persona possa attraversare. E no, non sempre succede nel modo in cui ce lo avevano raccontato.

Allora oggi gli auguri forse vale la pena farli diversamente.

Auguri alle donne che un figlio lo hanno desiderato da sempre, immaginato, aspettato, cercato con tutto il corpo e tutta la vita.

Auguri a quelle a cui invece è “capitato” e poi, dentro quel terremoto, hanno scelto ogni giorno di diventare madre davvero.

Auguri alle madri innamorate dal primo istante, quelle che appena hanno guardato loro figlio hanno sentito qualcosa di enorme attraversarle.

E auguri anche a quelle che all’inizio non hanno sentito niente di tutto questo e si sono spaventate moltissimo.

Perché ci hanno venduto l’idea che l’amore materno arrivi sempre immediato, naturale, perfetto. Ma la verità è che a volte l’amore arriva piano. Come fanno le cose importanti.

Auguri alle mamme stanche.
Quelle che si sentono consumate dal carico mentale, dai sensi di colpa, dalle liste infinite, dalle notti spezzate, dalla paura continua di stare sbagliando tutto.

Auguri alle mamme che ogni tanto pensano “ti amo da morire” e cinque minuti dopo “se sento ancora qualcuno chiamarmi mamma mi sdraio sul pavimento e mi fingo morta”.

La maternità contiene entrambe le cose. Tenerezza e rabbia. Dedizione e desiderio di fuga. E non è questo a renderci cattive madri. È questo a renderci umane.

Auguri alle madri che chiedono aiuto.
E auguri anche a quelle che continuano a dire “faccio da sola”, perché hanno imparato troppo presto che avere bisogno di qualcuno era pericoloso, deludente o impossibile.

Auguri alle donne che hanno accanto una madre capace di sostenerle senza invaderle, di esserci senza giudicare.

E auguri alle donne che invece hanno una madre che critica, corregge, commenta, svaluta. Perché diventare madre con accanto uno sguardo che ti fa sentire sempre “troppo” o “mai abbastanza” è una fatica silenziosa che pochi vedono davvero.

Auguri alle mamme che sono state madri per poco tempo.
A quelle che hanno perso un figlio, una gravidanza, un sogno.
Il dolore non cancella la maternità. Semmai la rende invisibile agli altri e ancora più viva dentro.

Auguri alle donne che un figlio lo hanno soltanto immaginato.
A quelle che non lo avranno.
A quelle che lo hanno desiderato così tanto da sentirne ancora il vuoto in certi giorni dell’anno.

Eppure molte di loro sono madri lo stesso.
Nella cura che offrono.
Nel modo in cui sanno esserci.
Nel modo in cui proteggono, accompagnano, riparano.
Ci sono maternità che non passano dal parto ma lasciano comunque impronte profondissime nel mondo.

Auguri alle madri che sostengono altre madri.
Quelle che non gareggiano.
Che non si sentono migliori perché allattano, svezzano a pezzi, fanno autosvezzamento, fanno il lettone o non lo fanno.
Quelle che invece di giudicare dicono:
“Sei stanca? Vieni qui.”

Il mondo avrebbe bisogno di molte più donne così.

Auguri alle madri che sentono dentro soprattutto una voce critica.
Quelle convinte di sbagliare sempre.
Quelle che si guardano con una durezza che non userebbero mai con nessun altro essere umano.

Auguri alle donne che stanno andando in terapia.
Che stanno provando a interrompere catene invisibili lunghe generazioni.
Che stanno imparando che educare non significa essere perfette, ma sufficientemente presenti, sufficientemente consapevoli, sufficientemente capaci di riparare.

Winnicott la chiamava la madre sufficientemente buona.
Che tradotto nella vita vera suona più o meno così:
una madre da 6 meno meno.

Non impeccabile.
Non santa.
Non sempre regolata, paziente, centrata e zen come certi profili Instagram vorrebbero farci credere.

Una madre umana.
Che a volte sbaglia tono.
Che perde la calma.
Che si dimentica.
Che si stanca.
Ma che poi torna.
Riconnette.
Ripara.

Il Circolo della Sicurezza ci ricorda proprio questo: i figli non hanno bisogno di genitori perfetti. Hanno bisogno di qualcuno che sappia essere una base sicura abbastanza stabile da permettere loro di esplorare il mondo e un porto a cui tornare quando la vita fa paura.

E per farlo, spesso, bisogna diventare madri anche di sé stesse.
Delle proprie parti bambine.
Delle proprie ferite.
Della propria storia.

Auguri alle donne che sono state figlie facili.
E a quelle che sono state figlie difficili.
A quelle che ancora oggi stanno cercando di capire cosa farsene di quello che hanno ricevuto.

Auguri a chi ci sta provando.
A chi cade.
A chi riparte.

E auguri anche alle donne che hanno scelto consapevolmente di non diventare madri.

Perché anche quella può essere una forma profonda di consapevolezza, di cura e di amore.
Ci sono donne che non mettono al mondo figli ma imparano, finalmente, a mettere al mondo sé stesse.

E forse, in fondo, crescere è anche questo.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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