La nuova legge sull’educazione sessuale rischia di lasciare soli adolescenti, famiglie e insegnanti. E no, il porno non può essere il supplente.
In Italia siamo riusciti a trasformare l’educazione sessuale a scuola in una specie di minaccia pubblica. Non la guerra, non la povertà educativa, non l’accesso libero dei ragazzini alla pornografia online. No. La minaccia, pare, sarebbe un adulto formato che entra in classe e prova a parlare con competenza di corpo, emozioni, consenso, confini, rispetto e relazioni.
A volte viene da pensare che il problema non sia la sessualità dei ragazzi. Il problema è la nostra.
Perché il corpo dei ragazzi cambia comunque. Il desiderio arriva comunque. La curiosità arriva comunque. Le domande arrivano comunque. Le chat girano comunque. I video pornografici sono accessibili comunque, spesso molto prima di quanto molti adulti riescano anche solo a immaginare.
E allora la domanda vera non è: “Vogliamo parlare di sessualità ai ragazzi?”
La domanda vera è: “Preferiamo che ne parlino con adulti formati o che imparino da soli, dove capita?”
Perché da qualche parte impareranno. La differenza la fa chi trovano davanti: una persona competente o un algoritmo. E, detto con una certa serenità, l’algoritmo non ha esattamente come obiettivo lo sviluppo armonico dell’identità dei nostri figli.
Cosa prevede la nuova legge sull’educazione sessuale a scuola
La nuova legge introduce il consenso informato scritto delle famiglie per i progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Per la scuola dell’infanzia e la primaria, invece, pone un divieto molto più rigido.
Sulla carta, coinvolgere le famiglie sembra una buona idea. E infatti lo è. Nessun professionista serio può pensare che la scuola debba agire alle spalle dei genitori. I genitori vanno informati, incontrati, ascoltati. Devono sapere chi entra in classe, con quale formazione, con quali obiettivi, con quali materiali, con quale linguaggio.
Il problema non è la trasparenza. Il problema è quando la trasparenza diventa sospetto organizzato.
Quando l’educazione sessuo-affettiva viene trattata come qualcosa da cui difendere i ragazzi, anziché come uno strumento per proteggerli meglio. Come se parlare di corpo e consenso significasse “sessualizzare” gli studenti. Come se il silenzio, invece, fosse una specie di coperta termica dell’innocenza.
Peccato che il silenzio non protegga. Il silenzio lascia soli.
Educazione sessuale non significa insegnare il sesso
Partiamo da qui, perché è il grande equivoco, il grande spauracchio, il grande fantasma agitato davanti ai genitori: “Non voglio che insegnino il sesso a mio figlio.”
Comprensibile. Peccato che un percorso serio di educazione sessuo-affettiva non faccia questo.
Non insegna “a fare sesso”.
Non anticipa esperienze.
Non spinge alla precocità.
Non sostituisce i valori della famiglia.
Non dice ai ragazzi chi devono essere.
Non impone identità.
Non fa il tutorial dell’intimità, che già detta così uno si vorrebbe trasferire in Islanda e cambiare nome.
Un percorso serio insegna altro.
Insegna a dare parole al corpo. A riconoscere la pubertà, il ciclo mestruale, l’erezione, la lubrificazione, l’eccitazione, il desiderio, l’orgasmo, il dolore, la contraccezione, le infezioni sessualmente trasmissibili.
Insegna che il corpo non è una cosa sporca da nominare solo quando si ammala.
Insegna che i genitali hanno un nome. E quando una parte del corpo ha un nome, può essere pensata, raccontata, protetta.
Insegna che il consenso non è una formuletta da appendere in classe accanto al cartellone della raccolta differenziata. Il consenso è un processo. Ha a che fare con la libertà di dire sì, ma anche con la possibilità reale di dire no. Ha a che fare con la paura di deludere, con il desiderio di piacere, con la pressione del gruppo, con il bisogno di essere scelti.
Un sì dato per paura non è un sì libero.
Un sì dato per non perdere l’altro non è desiderio.
Un sì ottenuto insistendo non è consenso.
E un corpo che reagisce non sta necessariamente scegliendo.
Queste cose vanno dette. Non perché i ragazzi siano incapaci. Ma perché stanno imparando.
Educazione sessuale o educazione affettiva? La risposta è: entrambe
Ci piace moltissimo dividere. Educazione sessuale da una parte, educazione affettiva dall’altra. Corpo di qua, emozioni di là. Biologia in aula di scienze, sentimenti magari in corridoio, se avanza tempo tra una verifica e una nota sul registro.
Ma la sessualità umana non funziona così.
La sessualità è un’esperienza complessa. Non è solo anatomia. Non è solo riproduzione. Non è solo prevenzione delle malattie. Non è solo amore romantico con tramonto, violini e adolescenti che si guardano come se avessero appena scoperto Netflix.
La sessualità riguarda il corpo, certo. Ma riguarda anche il piacere, la paura, la vergogna, la curiosità, il desiderio, la relazione, il senso di sé, l’identità, i valori, la storia personale.
Per questo parlare di educazione sessuo-affettiva è più corretto. Perché tiene insieme ciò che nella vita è già insieme.
Il corpo cambia e le emozioni arrivano.
Il desiderio nasce dentro una storia.
Il piacere ha bisogno di sicurezza.
Il consenso ha bisogno di confini.
La libertà ha bisogno di parole.
Non basta dire ai ragazzi “state attenti”. Bisogna aiutarli a capire a che cosa devono stare attenti. E anche da che cosa non devono farsi terrorizzare.
Il modello interattivo-narrativo: educare non è scaricare informazioni
Nei percorsi che ho studiato in questi due anni presso la scuola del Centro Clinico Crocetta di Torino, fondata da Fabio Veglia, una cosa mi è diventata sempre più chiara: l’educazione sessuale non può essere una lezione frontale travestita da prevenzione.
Ho appena terminato il corso biennale per consulente sessuale e il 12 luglio sosterrò l’esame conclusivo. Lo dico non per appuntarmi una medaglietta sul petto — che poi, francamente, con questo caldo anche no — ma perché questo percorso ha cambiato profondamente il mio modo di pensare l’educazione sessuale, la consulenza e la psicoeducazione.
Il modello interattivo-narrativo di Fabio Veglia parte da un’idea potente: educare alla sessualità significa accompagnare una persona nella costruzione di senso.
Non basta informare. Informare è dire: “Questa è una cosa.”
Educare è aiutare a capire: “Che cosa significa questa cosa per me, per il mio corpo, per le mie relazioni, per le mie scelte?”
Questo modello lavora su alcuni passaggi fondamentali: relazione educativa, selezione e narrazione dei contenuti, attribuzione negoziata di significati, sviluppo della conoscenza, autodeterminazione di sé.
Tradotto fuori dal linguaggio da slide: non basta dire cose giuste. Bisogna dirle dentro una relazione sufficientemente sicura, con parole adatte, nel momento giusto, in modo che possano diventare strumenti utilizzabili nella vita.
Perché i ragazzi non hanno bisogno solo di sapere. Hanno bisogno di sapersi orientare.
Educazione sessuale neutrale? Non esiste
Altro punto delicato: l’educazione sessuale neutrale non esiste.
E meno male.
Non significa fare propaganda. Non significa imporre una visione. Non significa trasformare la classe in un’arena ideologica, che già ne abbiamo abbastanza e il sistema nervoso ringrazia se ogni tanto ci risparmiamo.
Significa riconoscere che ogni progetto educativo sceglie dei contenuti e che scegliere contenuti significa dichiarare criteri.
Se parlo solo di anatomia, sto già comunicando che la sessualità è soprattutto funzionamento del corpo.
Se parlo solo di rischi, sto comunicando che la sessualità è soprattutto pericolo.
Se parlo solo di amore, sto dimenticando corpo, desiderio, consenso, piacere e protezione.
Se non parlo di pornografia, sto lasciando che sia la pornografia a parlare per me.
Se non parlo di confini, sto sperando che i ragazzi li imparino in automatico, possibilmente senza farsi troppo male.
Un percorso serio deve dichiarare il proprio orientamento: il benessere sessuale, relazionale, corporeo ed emotivo della persona.
Non neutrale. Trasparente.
C’è una bella differenza.
Che cosa dovrebbe contenere un percorso di educazione sessuo-affettiva
Un percorso serio non è un pacchetto preconfezionato da vendere alle scuole come il corso antincendio. Non si entra in classe, si accende il proiettore e si parte con “oggi genitali”, mentre metà gruppo ride, un quarto sprofonda sotto il banco e qualcuno finge di essere morto.
Un percorso serio parte dall’età, dal contesto, dal gruppo, dalle domande, dal bisogno educativo.
Per una scuola secondaria di primo grado può voler dire parlare di pubertà, cambiamenti corporei, vergogna, immagine di sé, parole corrette per nominare il corpo, confini, rispetto, amicizia, prime attrazioni, pressione del gruppo, segreti buoni e segreti cattivi, immagini online.
Per una scuola superiore può voler dire parlare anche di desiderio, consenso, contraccezione, infezioni sessualmente trasmissibili, pornografia, sexting, relazioni tossiche, gelosia, dipendenza affettiva, orientamento sessuale, identità, piacere, responsabilità, autonomia.
In ogni caso, i contenuti non dovrebbero mai essere solo biologici. L’anatomia serve, eccome. La fisiologia serve. Sapere come funziona il corpo serve. Ma non basta.
Serve parlare anche di relazione.
Perché un adolescente può sapere che cos’è un preservativo e non riuscire a proporlo per paura di essere preso in giro.
Può sapere che cos’è il consenso e dire sì perché teme di essere lasciata.
Può sapere che il porno non è realtà e comunque sentirsi in difetto perché il suo corpo, il suo desiderio o la sua prestazione non assomigliano a quello che ha visto.
Può sapere tutto, e non riuscire a usare niente.
Ecco perché l’obiettivo non è riempire la testa di informazioni. L’obiettivo è costruire conoscenza procedurale: strumenti che servano quando la vita accade davvero.
Pornografia: il grande educatore occulto
Facciamo finta di niente, ma la pornografia è già entrata nelle scuole. Non fisicamente, certo. Non ha chiesto il permesso al dirigente, non ha presentato il curriculum, non ha firmato il registro visitatori.
È entrata negli smartphone.
Molti adolescenti incontrano contenuti pornografici prima di avere gli strumenti emotivi e cognitivi per interpretarli. E questo è un punto enorme, perché la pornografia non mostra semplicemente “sesso”. Mostra copioni.
Mostra corpi performanti.
Mostra desiderio sempre disponibile.
Mostra penetrazione come centro della scena.
Mostra orgasmi spesso rappresentati come prova di riuscita.
Mostra corpi che raramente esitano, si imbarazzano, chiedono, si fermano, ridono, dicono “aspetta”.
Mostra un sesso senza dopo, senza storia, senza vulnerabilità.
Il problema non è demonizzare il porno. La predica, con gli adolescenti, ha l’efficacia educativa di una zanzara in camera: produce fastidio e desiderio di eliminarla.
Il punto è contestualizzare.
Dire: quello non è un manuale.
Quella è una rappresentazione.
Quello è un mercato.
Quello è un prodotto.
Quello non ti insegna l’intimità.
Non ti insegna ad ascoltare il corpo dell’altro.
Non ti insegna a riconoscere quando il tuo corpo è in allarme.
Non ti insegna che si può smettere.
Non ti insegna che il piacere non è una verifica a tempo.
Se non lo diciamo noi, chi lo dice?
Il sistema d’allarme entra anche nella sessualità
Un altro contenuto fondamentale, spesso assente, riguarda il sistema d’allarme.
La sessualità non funziona nel vuoto. Funziona dentro un corpo che può sentirsi sicuro o minacciato. E quando il sistema nervoso percepisce pericolo, ansia, pressione, giudizio, vergogna o obbligo, il corpo può reagire.
Può bloccarsi.
Può irrigidirsi.
Può perdere eccitazione.
Può provare dolore.
Può accelerare.
Può dissociarsi.
Può non sentire più desiderio.
Può confondere compiacenza e consenso.
Questa è una delle cose più liberanti da spiegare a ragazzi e adulti: il corpo non è una macchina a comando.
Non basta voler desiderare.
Non basta voler essere rilassati.
Non basta voler “funzionare”.
Se il corpo sente allarme, il sistema sessuale può spegnersi o alterarsi. E allora molte esperienze che vengono lette come “sono sbagliato”, “sono rotta”, “non sono abbastanza”, “ho un problema”, possono cominciare a essere comprese in modo meno colpevolizzante.
Educazione sessuale significa anche questo: aiutare mente e corpo a parlarsi.
Prevenzione degli abusi: senza parole si resta soli
C’è poi un tema che dovrebbe bastare, da solo, a rendere l’educazione sessuo-affettiva una priorità: la prevenzione degli abusi.
I bambini e gli adolescenti hanno bisogno di parole per raccontare. E non raccontano tutto allo stesso modo.
Un bambino può correre dalla mamma o dal papà se un adulto gli dà uno schiaffo al parco. Ma se un adulto gli mostra i genitali, lo tocca, gli chiede di mantenere un segreto, gli dice “questa cosa è solo nostra”, improvvisamente entrano in gioco vergogna, confusione, paura, congelamento, copioni appresi.
Non perché il bambino “non capisca”. Ma perché quell’area è già culturalmente caricata di silenzi, imbarazzi, divieti, mezze parole.
Se gli adulti diventano strani ogni volta che si parla di corpo, genitali, intimità, confini, il bambino impara una cosa molto chiara: di tutto posso parlare, tranne di questo.
E “tranne di questo” è esattamente il territorio in cui il segreto può attecchire.
La prevenzione primaria non significa spaventare i bambini. Significa dotarli di competenze protettive: riconoscere un confine, sapere che il corpo ha valore, sapere che alcuni segreti fanno male, sapere che si può chiedere aiuto, sapere che gli adulti affidabili possono ascoltare anche le cose difficili.
E significa formare gli adulti. Perché un mondo adulto competente è più protettivo di un mondo adulto imbarazzato che spera, molto intensamente, che certe cose non accadano.
Sperare non è un piano educativo.
Le famiglie non vanno scavalcate. Vanno coinvolte davvero
Qui bisogna essere chiari: criticare questa legge non significa dire che i genitori non contano. Sarebbe una sciocchezza e anche una pessima strategia, oltre che una postura clinicamente miope.
Le famiglie contano moltissimo.
Ma proprio per questo vanno coinvolte bene, non trasformate in guardiani spaventati davanti a un titolo scritto male. Molti genitori non sono contrari all’educazione sessuale. Sono spaventati da quello che immaginano sia l’educazione sessuale.
Pensano che qualcuno entrerà in classe a dire cose inadatte.
Pensano che si parlerà troppo presto.
Pensano che si toglierà spazio ai valori familiari.
Pensano che la scuola voglia sostituirsi a loro.
Pensano che nominare le cose significhi provocarle.
E invece un buon progetto dovrebbe fare esattamente il contrario: costruire alleanza.
Prima si incontrano gli adulti.
Si spiegano obiettivi e contenuti.
Si chiarisce il linguaggio.
Si risponde alle paure.
Si distingue tra educazione, informazione, prevenzione, consulenza.
Si offre ai genitori qualche strumento per continuare a casa.
Perché molti genitori vorrebbero parlare, ma non sanno come. Rimandano. Si imbarazzano. Minimizzano. Dicono “quando sarà il momento”. Solo che il momento, spesso, è già passato mentre loro cercavano la frase giusta.
E allora no: la famiglia non va esclusa. Va sostenuta.
Ma sostenere la famiglia non significa lasciare i ragazzi senza scuola, senza professionisti, senza prevenzione, senza parole.
Chi dovrebbe fare educazione sessuo-affettiva?
Questa è una delle domande centrali.
Non basta essere adulti.
Non basta essere genitori.
Non basta essere insegnanti.
Non basta essere psicologi, se non si ha una formazione specifica.
Non basta “sentirsela”.
Serve personale formato.
Serve qualcuno che conosca la sessualità come esperienza complessa. Qualcuno che sappia tenere insieme corpo, emozioni, identità, cultura, relazione, sviluppo, consenso, trauma, prevenzione, linguaggio.
Serve qualcuno che sappia rispondere a una domanda esplicita senza irrigidirsi, ma anche senza compiacere il gruppo.
Se un ragazzo chiede: “Quanto deve durare un rapporto?”, non sta chiedendo solo un numero. Sta chiedendo se esiste una norma. Se può essere adeguato. Se deve dimostrare qualcosa. Se il sesso è prestazione. Se il corpo deve obbedire. Se l’altro lo giudicherà.
Se una ragazza chiede: “Come faccio a capire se lo voglio davvero?”, non basta rispondere “devi sentirlo”. Bisogna parlare di corpo, emozioni, paura, pressione, desiderio, compiacenza, consenso, sicurezza.
Se il gruppo ride, provoca, usa parole volgari, non sempre sta “mancando di rispetto”. A volte sta cercando di sopravvivere all’imbarazzo. E l’adulto formato lo sa.
Sa stare lì. Non si scandalizza. Non fa il brillante per sembrare giovane. Non si mette sullo stesso piano. Non si ritira nella freddezza. Tiene la posizione.
Che poi, a pensarci bene, è già moltissimo.
Educazione sessuale a scuola: perché serve adesso
Serve perché i ragazzi sono già esposti.
Serve perché le famiglie sono spesso sole.
Serve perché gli insegnanti non possono essere lasciati senza strumenti.
Serve perché il porno non educa.
Serve perché i corpi cambiano prima delle conversazioni.
Serve perché il consenso non si improvvisa.
Serve perché la prevenzione degli abusi ha bisogno di parole.
Serve perché il rispetto non nasce da un divieto, ma da una cultura.
Serve perché la sessualità non è solo rischio: è anche identità, piacere, relazione, responsabilità, cura.
E serve perché, quando non costruiamo contesti educativi, non stiamo lasciando i ragazzi liberi.
Li stiamo lasciando soli.
Liberi e soli non sono la stessa cosa. Anche se a volte, da adulti, ci fa comodo confonderle.
Il silenzio non educa. Il silenzio lascia spazio a chi parla peggio
Questa legge rischia di produrre una scuola più timorosa, più cauta, più esposta ai conflitti tra adulti. Rischia di rendere l’educazione sessuo-affettiva un percorso a ostacoli proprio quando servirebbe renderla più accessibile, più competente, più condivisa.
Non dobbiamo togliere i genitori dal discorso. Dobbiamo metterceli dentro meglio.
Non dobbiamo togliere la scuola. Dobbiamo formarla.
Non dobbiamo improvvisare esperti. Dobbiamo pretendere competenza.
Non dobbiamo avere paura delle parole. Dobbiamo usarle con cura.
Perché se non parliamo noi di corpo, desiderio, consenso, pornografia, confini, relazioni e rispetto, qualcuno lo farà al posto nostro. E non è detto che abbia a cuore il benessere dei ragazzi.
Un percorso serio di educazione sessuo-affettiva non rovina l’innocenza.
Rovina l’ignoranza.
Rovina la solitudine.
Rovina la vergogna inutile.
Rovina l’idea che il corpo sia una cosa da capire quando ormai è già successo qualcosa.
Rovina il potere di chi conta sul silenzio.
E forse è proprio questo che fa così paura.
Percorsi di educazione sessuo-affettiva e consulenza
Un percorso di educazione sessuo-affettiva può essere costruito per scuole, gruppi di genitori, insegnanti, adolescenti, coppie e singole persone.
Può aiutare a parlare di corpo, emozioni, consenso, confini, pornografia, relazioni, desiderio, piacere, prevenzione e sicurezza con un linguaggio competente, rispettoso e adatto all’età.
Non si tratta di dire tutto. Si tratta di dire ciò che serve, nel modo giusto, dentro una relazione abbastanza sicura da permettere alle domande di uscire.
Perché quando una domanda trova un adulto capace di restare, spesso ha già smesso di essere un problema da nascondere.
Dott.ssa Barbara Durand psicologa
www.basisicure.com

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