Attaccamento ansioso e relazioni intermittenti
Perché continuiamo ad aspettare chi alterna vicinanza e distanza? Attaccamento ansioso, rinforzo intermittente e sicurezza nelle relazioni.
Quando una relazione alterna momenti di grande vicinanza a distanza, silenzi o improvvise ritirate, smettere di aspettare l’altro può diventare sorprendentemente difficile. L’attaccamento ansioso, le strategie evitanti e alcuni meccanismi dell’apprendimento possono aiutarci a capire perché. Non perché ogni relazione intermittente sia necessariamente “tossica”, ma perché l’incertezza relazionale può mantenere il sistema di attaccamento costantemente attivato.
Qualche volta, in realtà, abbiamo già capito tutto. Abbiamo raccolto gli indizi, fatto due più due, notato una frase detta un po’ di traverso o un’informazione curiosamente mancante. La parte adulta, razionale e discretamente competente della nostra testa possiede già abbastanza dati per formulare una previsione piuttosto attendibile.
Poi ce n’è un’altra.
Quella che pensa: magari non me lo sta dicendo perché vuole farmi una sorpresa.
Possiamo sapere razionalmente che quella persona probabilmente non arriverà e ritrovarci comunque ad aspettarla tutto il giorno. Possiamo riconoscere la distanza e continuare ad aspettare un messaggio. Possiamo avere davanti parecchie prove dell’indisponibilità dell’altro e ricordare, con altrettanta precisione, le volte in cui indisponibile non lo è stato affatto.
È qui che di solito arriva qualcuno con il sempre utile: «Devi smettere di aspettarti qualcosa».
Grazie….Sai che non ci avevo pensato?
Il problema è che il sistema di attaccamento non funziona come la disdetta di un abbonamento. Comprendere razionalmente qualcosa non significa averlo già elaborato sul piano emotivo.
Attaccamento ansioso: quando l’incertezza aumenta il bisogno di vicinanza
Secondo la teoria dell’attaccamento, sviluppata a partire dal lavoro di John Bowlby e successivamente approfondita nello studio delle relazioni adulte, il sistema di attaccamento ha una funzione fondamentale: cercare e mantenere una sufficiente sensazione di sicurezza attraverso la disponibilità delle figure significative.
Nelle relazioni adulte questo sistema non si attiva soltanto davanti a un pericolo fisico. Anche la separazione, il rifiuto, la distanza o semplicemente l’incertezza sulla disponibilità dell’altro possono essere percepiti come segnali di minaccia relazionale.
Quando l’altro viene percepito come sufficientemente accessibile e responsivo, il sistema può progressivamente disattivarsi. In parole semplici: non abbiamo continuamente bisogno di controllare che sia ancora lì.
Quando invece la sua disponibilità è incerta, può accadere il contrario.
Mikulincer e Shaver descrivono, nelle persone con maggiore ansia di attaccamento, le cosiddette strategie di iperattivazione del sistema di attaccamento: aumenta la vigilanza nei confronti dei segnali relazionali, cresce la ricerca di prossimità, diventa più difficile spostare l’attenzione dalla relazione e acquistano maggiore rilevanza i segnali di possibile rifiuto o abbandono.
Non significa semplicemente essere “troppo bisognosi”. Significa che un sistema deputato a verificare la disponibilità dell’altro continua a non ricevere informazioni sufficientemente stabili per potersi mettere a riposo.
Dall’altra parte, possono comparire strategie differenti, maggiormente associate all’attaccamento evitante: ridurre il contatto, prendere distanza dall’intimità, minimizzare i propri bisogni di attaccamento, affidarsi maggiormente all’autosufficienza.
Quando strategie di iperattivazione e disattivazione si incontrano può crearsi una dinamica particolarmente faticosa: la distanza di uno aumenta l’attivazione dell’altro e la ricerca di vicinanza dell’altro può aumentare ulteriormente il bisogno di distanza del primo.
Non serve che qualcuno lo faccia intenzionalmente perché il risultato faccia male.
Rinforzo intermittente nelle relazioni: cosa dice davvero la psicologia
C’è poi un altro elemento interessante che arriva dalla psicologia dell’apprendimento: il Partial Reinforcement Extinction Effect, o PREE.
Negli studi sperimentali si è osservato che una risposta appresa attraverso un rinforzo soltanto occasionale può, in determinate condizioni, persistere più a lungo quando il rinforzo scompare rispetto a una risposta precedentemente rinforzata in maniera costante.
In parole molto semplici: se qualcosa ha funzionato sempre e improvvisamente smette di funzionare, riceviamo un’informazione piuttosto chiara sul fatto che le condizioni siano cambiate. Se invece ha funzionato solo alcune volte, una mancata ricompensa è più ambigua: potrebbe semplicemente essere una delle volte in cui non arriva.
Qui serve però una precisazione. Il rinforzo intermittente è stato studiato soprattutto attraverso paradigmi sperimentali di apprendimento. Trasferire direttamente quei risultati alle relazioni sentimentali dicendo che una relazione intermittente “funziona come una slot machine” o produce automaticamente dipendenza affettiva è una semplificazione molto popolare, ma scientificamente eccessiva.
Quel modello può però aiutarci a comprendere un aspetto dell’intermittenza: l’imprevedibilità rende più difficile aggiornare le aspettative.
Perché il nostro cervello possiede un’informazione fondamentale: qualche volta è successo.
Qualche volta quella persona è tornata. Qualche volta ci ha cercato. Qualche volta è stata vicinissima, affettuosa, presente, amabile, calda.
L’assenza successiva, quindi, non incontra un cervello che non sa nulla. Incontra un cervello che ha già imparato che dopo un’assenza può esserci un ritorno.
Ed è in quello spazio minuscolo che può crescere un’attesa enorme.
Attaccamento ansioso ed evitante: quando vicinanza e distanza si rincorrono
Una delle caratteristiche più faticose delle relazioni intermittenti è che la presenza dell’altro può essere assolutamente autentica.
“Ma quando c’è, è reale.”
È una frase importante.
Quando una relazione ci fa soffrire tendiamo facilmente a riscriverla in una delle due direzioni. Possiamo convincerci che fosse tutto falso, così diventa più facile arrabbiarci e andarcene. Oppure possiamo utilizzare i momenti di maggiore vicinanza come prova di ciò che la relazione “è davvero”, relegando tutto il resto a incidente di percorso.
Esiste una possibilità più complessa e decisamente meno consolatoria.
Può essere stato vero quando c’era. E può essere altrettanto vero che quella persona non riesca, non voglia o non possa garantire continuità alla relazione.
Una persona può provare autenticamente desiderio, affetto e tenerezza e contemporaneamente non essere disponibile a costruire il legame che l’altro desidera. Può stare benissimo con noi e successivamente prendere distanza. Può desiderarci e non sceglierci. Può sentire qualcosa e non volerlo trasformare in un progetto.
L’intensità emotiva e la continuità relazionale non sono la stessa cosa.
Eppure tendiamo inevitabilmente a utilizzare le esperienze passate per prevedere ciò che accadrà.
“Se quando siamo insieme succede tutto questo, allora…”
Spesso il problema comincia proprio dopo quell’“allora”.
Perché ciò che accade quando siamo insieme ci dice innanzitutto qualcosa su ciò che accade quando siamo insieme. Non può, da solo, dirci quale disponibilità quella persona avrà nel tempo.
La sicurezza di una relazione si vede anche nell’assenza
Una relazione non è fatta soltanto di quello che succede quando due persone sono nella stessa stanza. Esiste anche nello spazio tra una presenza e l’altra.
La sicurezza relazionale ha a che fare anche con la possibilità di percepire l’altro come sufficientemente accessibile, responsivo e prevedibile. Non significa sapere sempre dove sia, ricevere messaggi continuamente o pretendere una disponibilità senza limiti. La sicurezza non è controllo.
Significa poter tollerare la distanza senza vivere ogni volta il legame come improvvisamente in pericolo.
Una relazione esiste quindi anche nel modo in cui ci si cerca, nella reciprocità dell’iniziativa, nelle informazioni che viene spontaneo condividere, nella possibilità di esprimere un bisogno senza temere continuamente che provochi una fuga. Esiste nella ragionevole possibilità di sapere quale posto occupiamo nella vita dell’altro senza doverlo ricostruire ogni volta da tre messaggi, due silenzi, un accesso a WhatsApp e, nei casi più disperati, dall’orario di un volo.
L’intermittenza rende tutto questo più complicato perché un nuovo momento intenso di vicinanza può riattivare molto rapidamente memorie e aspettative associate alla relazione.
Non significa necessariamente “non aver capito”. Possiamo aver capito benissimo.
È che comprendere cognitivamente che qualcosa è cambiato non cancella automaticamente ciò che abbiamo appreso emotivamente. Anche nella ricerca sull’estinzione dell’apprendimento, infatti, estinguere una risposta non significa necessariamente cancellare la memoria precedente: il nuovo apprendimento può competere con quello già acquisito e, in alcune condizioni, vecchie risposte possono riemergere.
Nelle relazioni, a volte, basta pochissimo.
Una voce. Un ritorno. Un abbraccio.
E il sistema ricomincia a prevedere.
Quando l’eccezione diventa più importante della regola
Il rischio delle relazioni intermittenti non sta soltanto nell’aspettare. Sta anche nel modo in cui selezioniamo le informazioni.
Un gesto meraviglioso può diventare la prova di ciò che l’altro “veramente” prova. Dieci assenze vengono invece spiegate attraverso la paura, la confusione, un momento difficile, il bisogno di spazio, i tempi sbagliati.
Ha paura.
È confuso.
Si protegge.
Non vuole soffrire.
Magari è persino tutto vero.
Ma intanto può succedere qualcosa di curioso: utilizziamo la presenza per definire la relazione e la distanza per giustificarla.
Così l’eccezione acquista più valore della regola.
Non perché siamo ingenui, ma perché quando il sistema di attaccamento è attivato i segnali relativi alla disponibilità della persona significativa acquistano una particolare rilevanza emotiva.
Ed è qui che diventa importante riuscire a guardare non soltanto quanto intensamente stiamo bene quando l’altro c’è, ma quale esperienza complessiva stiamo vivendo dentro quella relazione.
Vero e sufficiente non sono la stessa cosa
Non credo molto nelle ricette sentimentali che finiscono con «scegli chi ti sceglie». Funzionano benissimo su Instagram, decisamente meno quando un sistema di attaccamento è attivato.
Non decidiamo a tavolino chi desiderare e non possiamo ordinare al cervello di disinvestire affettivamente perché abbiamo finalmente compilato in maniera impeccabile la lista dei pro e dei contro.
Il lavoro psicologico può essere meno spettacolare e molto più complesso: riuscire a tenere insieme informazioni apparentemente incompatibili.
La persona che ci ha stretto forte e quella che non ci ha cercato. La tenerezza e l’assenza. Il momento in cui ci siamo sentiti profondamente scelti e quello in cui abbiamo scoperto che l’altro aveva scelto diversamente.
Senza bisogno di svalutare ciò che abbiamo vissuto per riuscire a proteggerci. Ma anche senza usare ciò che abbiamo vissuto per cancellare continuamente ciò che stiamo vivendo.
E facendo spazio persino a quella parte un po’ cogliona che, nonostante abbia già capito tutto, continua ad aspettare: magari vuole farmi una sorpresa.
Non serve umiliarla ulteriormente. Quella parte non è stupida. Sta utilizzando una memoria relazionale. Sta prevedendo un ritorno anche perché qualche ritorno, prima, c’è stato davvero.
Possiamo però aiutarla a distinguere un desiderio da una previsione.
Posso desiderare moltissimo che tu venga. Posso sperare che tu mi cerchi. Posso immaginare una stanza bellissima, una terrazza sui tetti, una notte insieme. Posso sapere che, se arrivassi, per qualche ora tornerei a sentirmi esattamente dove vorrei essere.
Tutto questo racconta qualcosa di me, del mio desiderio e del mio legame con te.
Ma non è ancora un’informazione sulla tua disponibilità.
I momenti belli non devono essere stati falsi perché una relazione non sia abbastanza. Possono essere stati profondamente autentici.
Solo che vero e sufficiente non sono la stessa cosa.
Il punto è sostenere questa complessità: conservare la memoria di qualcuno che, quando c’era, era reale con noi senza utilizzare quella memoria per rendere meno reale ogni volta che non c’è.
E continuare magari a desiderarlo.
Ma con gli occhi aperti e la stretta allo stomaco.
Riferimenti bibliografici essenziali
Bowlby, J. (1969/1982). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. Basic Books.
Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in Adulthood: Structure, Dynamics, and Change. Guilford Press.
Fraley, R. C., & Shaver, P. R. (2000). Adult romantic attachment: Theoretical developments, emerging controversies, and unanswered questions. Review of General Psychology, 4(2), 132–154.
Bouton, M. E. (2004). Context and behavioral processes in extinction. Learning & Memory, 11(5), 485–494.
Bouton, M. E., Woods, A. M., Moody, E. W., Sunsay, C., & García-Gutiérrez, A. (2006). Counteracting the context-dependence of extinction: Relapse and tests of some relapse prevention methods. In M. G. Craske, D. Hermans & D. Vansteenwegen (Eds.), Fear and Learning: From Basic Processes to Clinical Implications. American Psychological Association.
attaccamento ansioso, attaccamento evitante, attaccamento adulto, relazioni intermittenti, rinforzo intermittente, sistema di attaccamento, ansia di attaccamento, indisponibilità emotiva, sicurezza relazionale, iperattivazione dell’attaccamento, dinamica ansioso evitante, regolazione emotiva, relazioni di coppia, memoria emotiva, aspettative relazionali, psicologia delle relazioni, paura dell’abbandono, psicologia dell’apprendimento


Lascia un commento