L’11 settembre e quella torre che avevamo capito male

Venticinque anni dopo dalla mia vita da assistente di volo al lavoro di psicologa

Dott.ssa Barbara Durand | 11 settembre 2026

Pensammo alla torre di controllo. A bordo ci avevano appena detto che a New York un aereo aveva «colpito la torre», e noi avevamo capito così. Ero un’assistente di volo e stavo rientrando da Casablanca. Ogni volta che ripenso a quel momento mi colpisce la distanza fra quelle poche parole e tutto ciò che ancora non sapevamo. Noi provavamo a capire una notizia. Oggi chi legge sa già come sarebbe continuata.

Io cominciai a comprenderlo a Malpensa, guardando le facce del personale di scalo. Erano attonite. Ai controlli di sicurezza, tutti erano incollati ai monitor con le notizie. Al briefing c’era un’agitazione generale. Rivedo quei volti e mi colpisce che siano rimasti così presenti nel mio ricordo, insieme alle immagini delle Torri. Quello che stava accadendo aveva già cambiato l’espressione delle persone che incontravo.

Avevo ricevuto un sacco di telefonate. «Dove sei?». Per chi sapeva che facevo l’assistente di volo, quel giorno conoscere la mia posizione era diventato urgente. A distanza di venticinque anni, mi tornano in mente anche quelle chiamate: qualcuno aveva visto le notizie, aveva pensato a me e aveva cercato di raggiungermi.

Dovevo tornare a casa, a Torino. Andai in stazione a prendere il treno e trovai altre facce perplesse. È una cosa che mi colpisce ancora: dentro una giornata che sarebbe rimasta nei libri di storia, io dovevo compiere un gesto ordinario come prendere un treno. Da quel momento rimasi attaccata al telegiornale, a seguire una realtà che avevamo inizialmente scambiato per qualcos’altro.

Gli aerei erano il mio luogo di lavoro. Su quegli aerei c’erano persone che facevano il mio stesso mestiere, salite a bordo per lavorare. Pensarci, anche oggi, dà alla parola «equipaggio» una vicinanza particolare. Ero lontana dai luoghi degli attentati, ma quelle notizie riguardavano un mondo che conoscevo dall’interno. Altre persone avevano cominciato il loro turno. Avrebbero dovuto poterlo finire.

Chi mi conosce oggi incontra soprattutto la psicologa. Prima c’era un’altra vita, fatta anche di aeroporti, equipaggi, partenze e rientri. Quel giorno ero dentro quella vita e avevo bisogno, come le persone che mi stavano intorno, di capire che cosa stesse succedendo. Mi sembra giusto raccontarlo: nella professionista che sono diventata c’è anche la donna che quel giorno attraversava Malpensa. La formazione è arrivata dopo. Quel ricordo era già lì.

Sono passati venticinque anni e mi viene ancora da dire: «Ricordo ogni istante, come fosse ieri». Forse, leggendo, anche voi siete tornati a dove eravate. Oppure vi è venuta in mente una vostra giornata, di quelle che basta nominare per ritrovare una stanza, una voce, una frase precisa. Sapete quanto tempo è passato, eppure ricordarla vi fa sentire di nuovo vicini a quel momento.

Oggi posso guardare questa esperienza anche attraverso ciò che ho imparato sulla memoria. Mentre viviamo, la nostra attenzione seleziona una parte di quello che accade. Le emozioni contribuiscono a stabilire che cosa acquista rilievo e possono favorire la conservazione di alcuni dettagli. È un effetto osservato anche negli esperimenti sulla memoria emotiva: ciò che ci colpisce può essere ricordato con maggiore precisione in certi aspetti, senza che tutta l’esperienza venga conservata allo stesso modo. Nel mio racconto emergono le facce e le telefonate. Oggi mi sembra significativo che siano rimaste proprio tante tracce delle altre persone.

Mi domando quanto contasse, in quel momento, guardarci per capire che cosa stava succedendo, o sapere che qualcuno ci cercava. A venticinque anni di distanza, è su questo che mi fermo: fra tante immagini, mi tornano quelle in cui ci stavamo guardando o cercando. Forse riconoscete qualcosa di simile in un vostro ricordo. La notizia è rimasta, insieme al modo in cui qualcuno ve l’ha data, a chi avevate accanto o alla persona che avete chiamato subito dopo.

La sensazione di avere davanti una scena quasi intatta ha un nome: flashbulb memory, un ricordo lampo delle circostanze in cui abbiamo appreso una notizia sconvolgente. E proprio qui la ricerca ci consegna una scoperta sorprendente: possiamo essere molto sicuri di un ricordo anche quando alcuni suoi dettagli sono cambiati. Negli studi iniziati subito dopo l’11 settembre, la convinzione di ricordare bene resisteva più della coerenza dei particolari raccontati. La nitidezza che sentiamo è una caratteristica del ricordo, da distinguere dalla sua esattezza.

Questo riguarda anche me, mentre scrivo «ricordo ogni istante». Negli anni abbiamo rivisto le immagini, ascoltato racconti, ripensato a quel giorno. La memoria viene richiamata e ricostruita dentro tutto questo. Una ricerca durata dieci anni ha mostrato che alcune incongruenze nei ricordi personali dell’11 settembre potevano persistere, accompagnate da grande sicurezza. La mia memoria, oggi, tiene insieme la giornata che ho vissuto e tutti gli anni in cui ci sono tornata con il pensiero. Posso sentirmi vicina a quella donna e, nello stesso tempo, guardarla con occhi diversi.

Il tempo trascorso, però, solleva anche un’altra domanda: «Perché mi fa ancora questo effetto?». È una domanda che merita attenzione, soprattutto quando diventa un rimprovero. Un ricordo intenso può commuoverci ancora senza indicare, da solo, un disturbo. Nel trauma possono comparire anche ricordi che irrompono, incubi o reazioni di allarme; durante un flashback, il passato può essere vissuto come se stesse accadendo adesso. Per comprenderne il significato clinico servono la storia della persona e l’insieme delle sue reazioni, compreso quanto interferiscano con la vita quotidiana. Approfondimento sullo stress post-traumatico.

La differenza conta. Possiamo ricordare qualcosa con dolore e riuscire a tornare a quello che stavamo facendo. Possiamo anche sentirci trascinati dentro l’esperienza, fare fatica a dormire o cominciare a evitare situazioni che prima affrontavamo. In quel caso, trovare uno spazio in cui parlarne può aiutarci a capire che cosa succede. Il fatto che siano passati anni non rende meno degna di ascolto una sofferenza presente.

Gli anniversari offrono molti richiami: la data, una fotografia, le notizie che ricominciano a circolare. Per chi ha vissuto un trauma, questi segnali possono riattivare anche il disagio, con reazioni molto diverse da persona a persona. Ecco perché «ormai è passato tanto tempo» dice poco su come qualcuno stia davvero. Può essere l’inizio di una conversazione, se siamo disposti a chiedere quale posto abbia oggi quell’esperienza nella sua vita.

È qui che sento incontrarsi le mie due vite. Oggi ho strumenti per comprendere alcuni aspetti di quella giornata, eppure mi emoziono ancora a ripensarci. Essere una psicologa mi aiuta a dare parole a quell’esperienza; continuo a riconoscermi nella donna che la stava vivendo, con le informazioni incomplete e lo sconcerto di allora. Quando ascolto una storia, provo a ricordarmi anche di questo: chi la racconta conosce il seguito, chi l’ha vissuta in quel momento doveva ancora scoprirlo.

All’inizio avevamo pensato alla torre di controllo. Venticinque anni dopo, torno a quell’equivoco e ritrovo quanto potesse essere difficile comprendere ciò che stava accadendo. Ritrovo soprattutto le persone davanti ai monitor e quelle che cercavano di raggiungermi al telefono. «Dove sei?». Oggi, dentro quella domanda, sento la paura di perdere qualcuno e il desiderio di sapere che fosse al sicuro. Io quel giorno tornai a casa. Penso a chi aspettava una persona che non è tornata, e a quelle telefonate che avrebbero voluto ricevere una risposta diversa.

Dott.ssa Barbara Durand

Psicologa clinica a Torino e online ·

Lascia un commento

Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

supporto psicologico ›