Crescere Senza Pressione: Liberare gli Adolescenti

C’è una sofferenza adolescenziale che fa rumore e una che non lo fa.

Quella rumorosa la riconosci subito: la porta sbattuta, l’insulto, l’ennesimo “non mi capisci”, la scuola che diventa un bollettino di guerra. Quella silenziosa invece può passare per “tutto ok”: un ragazzo bravo, capace, persino “maturo”. Eppure, a volte, dietro quella calma c’è una fatica enorme: crescere senza sentirsi libero, diventare grande con la sensazione di tradire qualcuno.

Non è poesia. È clinica, educazione, e un po’ anche politica: oggi i ragazzi crescono in un mondo che fa fatica a stare con le emozioni scomode. Si corre, si misura, si ottimizza. E quando un adolescente si ferma, si spegne o si chiude, l’adulto spesso si spaventa… e accelera. Peccato che proprio lì servirebbe l’opposto: rallentare, capire e domandare.

La sofferenza non nasce nel vuoto

In molte famiglie succede qualcosa di molto comune e molto umano: gli adulti sono stanchi, sotto pressione, a volte soli. E senza volerlo possono chiedere ai figli una cosa enorme: reggere un pezzo del loro mondo emotivo.

Non parlo di “genitori cattivi”. Parlo di genitori che, in certi momenti, fanno fatica a tenersi in piedi. E allora il ragazzo diventa, lentamente, quello che rassicura, che non disturba, che si adatta, che fa il bravo. Oppure diventa quello che fa casino, così almeno qualcuno si accorge che c’è qualcosa che non va. Sono due strade diverse per dire la stessa cosa: “Io qui dentro non so dove mettermi”.

Quando l’adulto non riesce a reggere la propria vulnerabilità, può finire per scaricarla nella relazione: aspettative, paure, convinzioni. E compaiono due classici intramontabili: le etichette (“sei fatto così”) e le profezie (“lo sapevo che sarebbe finita così”). A quel punto non è più solo un problema di comportamento: è lo spazio mentale del ragazzo che si restringe.

Due stili familiari, stesso effetto: poco spazio per essere sé

Ci sono famiglie in cui l’amore si esprime soprattutto attraverso l’organizzazione: regole chiare, standard alti, investimento pratico, una certa idea di come “si sta al mondo”. Funziona benissimo… finché il figlio resta dentro quell’idea. Quando si scosta, il clima può diventare valutante: si corregge molto, si ascolta poco, si parla di risultati più che di vissuti. E chiudersi, lì, spesso non è menefreghismo: è autoprotezione. È “mi ritiro perché non ho voglia di sentirmi sbagliato ogni giorno”.

All’estremo opposto ci sono famiglie in cui l’amore si confonde con la fusione: ipercura, iperpresenza, iperansia. L’autonomia sembra un rischio e ogni distanza sembra una perdita. Qui la sofferenza può presentarsi come spegnimento, apatia, ritiro… oppure come maschera di forza: “se mi mostro invulnerabile magari smetti di aggrapparti a me”.

Due scenari diversi, un punto in comune: il ragazzo fa fatica a sentirsi libero di diventare quello che sta diventando.

Il figlio infantilizzato: quando crescere sembra fare male a qualcuno

L’infantilizzazione degli adolescenti (prosecuzione dell’adultizzazione degli infanti!) è uno di quei temi che si mascherano bene, perché spesso ha la voce della premura: geolocalizzazione, controlli “per sicurezza”, richieste di conferma, indicazioni costanti sul corpo e sulle cose (“mettiti…”, “copriti…”, “mangia…”, “scrivimi …”). E a volte confini del sonno che restano sfumati: ragazzi che dormono con i genitori oltre il tempo in cui separarsi dovrebbe essere un diritto evolutivo.

“Lo chiede lui”, “lo vuole lei”. Può essere. Ma la domanda adulta è: che cosa c’è sotto? Paura? Ansia? Solitudine? E soprattutto: di chi sono quelle emozioni?

Perché certe vicinanze diventano una diga contro l’angoscia adulta. Un modo per non sentire un vuoto, una ferita, una separazione, una casa emotivamente fredda. E il ragazzo, dentro questa dinamica, impara qualcosa di pesante: “Se mi separo, ti faccio male”. Crescere diventa colpa.

E poi succede l’equivoco più grande: non tutti i ragazzi infantilizzati diventano “piccoli”. Alcuni sì: dipendenti, accomodanti, bravissimi. Altri fanno l’opposto: si chiudono, si isolano, diventano ironici e taglienti, ostentano superiorità o strafottenza. Una corazza. Perché nella loro esperienza il bisogno è pericoloso: ti espone, ti rende controllabile, ti mette in debito.

Sotto, spesso, il messaggio è uno di questi: “Sto cercando un modo per esistere senza essere gestito.” “Sto provando a separarmi senza distruggerti.” “Se mi faccio vedere fragile, mi prendi.” Non cattiveria: protezione.

Quando il figlio diventa un appiglio identitario

C’è un punto cieco che torna spesso, ed è una frase detta con orgoglio che meriterebbe un minuto di silenzio: “Io vivo solo per lui. È la mia unica ragione di vita.”

Detta così sembra amore totale. Ma per un adolescente può essere un incarico. Perché se io sono la tua ragione, come faccio a separarmi? Come faccio a deluderti, a cambiare, a farmi una vita mia senza sentirmi un traditore?

E qui spesso entra in gioco la vita adulta fuori dalla genitorialità: un matrimonio finito o “finito dentro”, un lavoro che non nutre, una solitudine che morde, una fatica emotiva trascinata da anni. In questi momenti è umano aggrapparsi all’unico ruolo che dà identità e senso: “almeno qui so chi sono”. Il problema è che un figlio non può essere il sostegno identitario di un adulto. Può essere un amore enorme. Non un salvagente.

Cosa serve davvero: ascolto per i ragazzi, supporto per i genitori

Se un adolescente soffre, l’errore più comune è cercare il problema nel comportamento invece che nel significato. È come giudicare un incendio dalla direzione del fumo: utile, ma non basta.

Per questo serve uno spazio di ascolto terapeutico per i ragazzi. Non come “riparazione del figlio guasto”, ma come luogo in cui la sofferenza può diventare pensabile, narrabile, condivisibile. Dove si può smettere di difendersi con il corpo o con l’arroganza e cominciare a costruire parole. Dove si incontra un adulto che non infantilizza e non giudica, ma regge: abbastanza vicino da non far cadere, abbastanza lontano da non trattenere.

E serve, con la stessa dignità, il supporto ai genitori. Se un genitore vive un periodo di fragilità non è una vergogna: è umano. Il problema nasce quando quella fragilità resta senza ascolto e allora cerca appoggio dove non dovrebbe: sul figlio. Farsi supportare non significa essere inadeguati. Significa prendersi sul serio. Significa dire: “Se sto male io, mio figlio lo sente. E se non me ne occupo, lui lo pagherà.”

Alla fine, il lavoro non è trovare un colpevole. È rimettere ognuno al proprio posto. Il ragazzo deve poter essere ragazzo, con la sua confusione, i suoi scatti, le sue chiusure, le sue contraddizioni. Il genitore deve poter essere genitore: non perfetto, ma adulto, e come diciamo nel Circolo della Sicurezza più grande, più forte, più saggio e più affettuoso. E se c’è una crisi personale, di coppia, lavorativa, emotiva, allora va presa in carico. Non per “sistemare” la vita, ma per non chiedere ai figli di reggere ciò che spetta agli adulti.

Perché l’adolescenza è un passaggio. E per attraversarlo, un ragazzo ha bisogno di adulti che non lo tengano piccolo per paura, né lo costringano a diventare grande troppo presto per necessità. Ha bisogno di adulti che sappiano fare la cosa più difficile e più semplice: guardarsi dentro, chiedere aiuto quando serve, e restare davvero una base sicura.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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