C’è una fantasia piuttosto resistente, dura a morire, che aleggia attorno alla figura dello psicologo: quella dell’essere umano emotivamente impeccabile. Una sorta di versione aggiornata del saggio di montagna, solo con l’agenda piena, la poltrona comoda e un vocabolario emotivo molto fluido.
Lo psicologo, in questa immaginazione collettiva, non si arrabbia mai, non sbaglia tono, non perde la pazienza al semaforo, non ha relazioni complicate, non fuma, non dice parolacce, non litiga, non si inceppa. Insomma: vive bene, sempre. E possibilmente insegna anche agli altri come fare.
È una bella immagine. Rassicurante. Ma è falsa.
Lo psicologo non è una persona con una vita perfetta. È, semmai, una persona che più di altre è chiamata a guardarsi dentro. A interrogarsi. A riconoscere il proprio funzionamento, le proprie ferite, i propri automatismi difensivi. E a farlo non una volta nella vita, ma più volte, in fasi diverse, perché le persone cambiano e le fragilità non seguono un copione lineare.
C’è una frase che circola spesso nei contesti formativi e che, pur essendo diventata quasi uno slogan, dice qualcosa di molto vero: “non puoi accompagnare qualcuno dove tu non sei mai stato”. Non significa aver vissuto le stesse esperienze dei pazienti, né avere un passato eroico di sofferenza certificata. Significa conoscere dall’interno cosa vuol dire stare male, disorientarsi, difendersi, confondersi, avere parti di sé che remano contro. Significa sapere, per esperienza diretta, che il cambiamento non è un’illuminazione ma un processo, spesso lento, a volte faticoso, quasi mai lineare.
Per questo, paradossalmente, i terapeuti hanno bisogno di più terapia di molte altre persone. Non perché stiano peggio, ma perché il loro lavoro passa attraverso la relazione, l’ascolto profondo, l’esposizione continua all’esperienza emotiva altrui. Senza un lavoro personale serio, costante, supervisionato, il rischio non è “essere imperfetti”, quello lo siamo tutti, ma non accorgersi dei propri punti ciechi.
Eppure, da questa consapevolezza nasce una delle grandi ambivalenze nel rapporto con lo psicologo.
Da una parte c’è chi lo idealizza. Chi ha bisogno che il terapeuta resti in una posizione quasi mitologica: calmo, composto, irreprensibile. Per alcune persone è disturbante scoprire che il proprio terapeuta fuma, o che si arrabbia se qualcuno gli taglia la strada, o che è stanco, o che ha una giornata storta. Come se l’umanità del professionista mettesse in crisi la fiducia nella cura. Come se, in fondo, fosse più rassicurante pensarlo un po’ Gandalf, con la bacchetta magica e una saggezza sempre accessibile.
Ma il terapeuta non è Gandalf. È un essere umano. Con un lavoro molto serio sulle spalle e una responsabilità enorme nella relazione di cura, ma pur sempre umano. Imperfetto. E, soprattutto, perfettibile.
Dall’altra parte c’è chi, proprio per questa umanità, diffida della terapia. “Tanto magari sta messo peggio di me”, si dice. È possibile, certo. Ma è anche un fraintendimento di fondo. Non ci si rivolge a uno psicoterapeuta perché è una persona senza problemi personali, ma perché è formato per lavorare su quelli altrui. Perché ha studiato, si è specializzato, ha fatto (e fa) un lavoro personale obbligatorio, è supervisionato, conosce i modelli teorici e clinici, sa riconoscere i confini tra sé e l’altro.
La competenza non coincide con l’assenza di sofferenza. Coincide con la capacità di riconoscerla, contenerla, darle senso, e non agirla inconsapevolmente su di essa dentro la relazione terapeutica.
Certo, esiste anche l’altra faccia della medaglia: terapeuti poco consapevoli del proprio funzionamento, del proprio malessere, delle proprie fragilità. Succede. Succede come in tutte le professioni. Ci sono professionisti più attenti e altri meno, più profondi e altri più superficiali. Ma nella psicoterapia questo rischio è, o dovrebbe essere, drasticamente ridotto dal percorso formativo stesso: nella maggior parte delle scuole di specializzazione in psicoterapia è obbligatorio un percorso di analisi personale. Non opzionale. Non consigliato. Obbligatorio.
Ed è qui che viene spontaneo fare una considerazione più ampia sulle professioni di aiuto. Medici, insegnanti, educatori, operatori sociali. Figure fondamentali, spesso esposte a un carico emotivo enorme, che però non sempre hanno uno spazio strutturato per lavorare su di sé, sulle proprie reazioni, sulle proprie ferite.
Spoiler: no, non è così per tutte le professioni.
E sì, è davvero un peccato.
Forse il punto non è smettere di desiderare competenza, solidità, affidabilità in chi ci accompagna. Il punto è smettere di confondere tutto questo con la perfezione. La buona terapia non nasce dall’assenza di fragilità del terapeuta, ma dalla sua capacità di conoscerle, prendersene cura e soprattutto di non metterle inconsapevolmente in scena nella relazione.
Forse allora la domanda non è se lo psicologo abbia una vita “migliore”, più ordinata o più riuscita. La domanda è se sappia stare con ciò che è complesso, anche quando non è risolto. Se sappia riconoscere i propri limiti senza negarli e le proprie risorse senza idealizzarle.
La terapia non è un incontro con qualcuno che non cade mai. È un incontro con qualcuno che ha imparato a guardare dove cade, a fermarsi, a capire cosa è successo e a ripartire senza fare finta di niente. Non perché sia più forte o più illuminato, ma perché è stato formato, e continua a formarsi, per farlo.
E forse è proprio questa umanità competente, e non la perfezione, a rendere possibile una relazione di cura. Quella in cui non serve essere “a posto” per potersi incontrare, ma abbastanza presenti da restare, insieme, dentro ciò che è vero.
dott.ssa Barbara Durand

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