Quando osserviamo i comportamenti dei bambini, è facile fermarsi all’etichetta: “è bravo”, “è capriccioso”, “è difficile”, “è indipendente”. Ma dietro quelle parole ci sono strategie di sopravvivenza emotiva che i bambini mettono in campo molto presto, per proteggersi e mantenere vivo il legame con chi si prende cura di loro.
Le ricerche sull’attaccamento hanno mostrato che quando il genitore non riesce ad accogliere con coerenza i bisogni emotivi del bambino, quest’ultimo sviluppa due grandi modalità insicure: evitante (A) e resistente (C). Ognuna di esse, però, non è un blocco unico: si divide in strategie attive e passive, che lasciano tracce visibili nel corpo e nell’evoluzione del comportamento.
Bambini evitanti (A): l’adattamento silenzioso
Nei primi mesi
Il genitore tende a non tollerare la vulnerabilità: di fronte al pianto o al bisogno emotivo, può apparire distante, distratto o frettoloso nel “zittire”. Il bambino riceve il messaggio: “Se mostro troppo, non vengo accolto”.
Risultato? Impara a minimizzare. Piange poco, sembra tranquillo, si calma “da solo” (ma in realtà rinuncia a cercare conforto).
Strategie attive e passive
- Attivi A: usano il corpo per mascherare le emozioni. Sorrisi rigidi, voci controllate, iperattività nell’esplorazione: “Non ho bisogno di te, guarda come me la cavo”.
- Passivi A: si spengono, diventano bambini molto quieti, che non disturbano. Sembrano “buoni”, ma in realtà hanno imparato a non chiedere.
Nel corpo
- Postura composta e rigida, poco contatto visivo intenso.
- Espressioni facciali contenute, spesso sorrisi “di circostanza”.
- Tendenza a trattenere lacrime o a ridere per coprire emozioni di dolore.
In età prescolare e scolare
A scuola appaiono come “piccoli adulti”: diligenti, ordinati, rispettosi delle regole. Non chiedono aiuto, preferiscono cavarsela da soli. Gli insegnanti spesso li lodano, ma sotto quell’autonomia precoce c’è la rinuncia a mostrarsi vulnerabili. Crescendo, il rischio è che fatichino a fidarsi degli altri e ad affidarsi nelle relazioni.
Bambini resistenti (C): il legame incerto
Nei primi mesi
Il genitore è imprevedibile: a volte accogliente, a volte assente o intrusivo. Il bambino non sa mai se il suo bisogno sarà riconosciuto. Così amplifica: piange più forte, si aggrappa con insistenza, protesta con rabbia. È il suo modo per dire: “Non posso mollare, devo farti restare vicino”.
Strategie attive e passive
- Attivi C: usano la rabbia per controllare la relazione. Pianti esagerati, scenate, oppositività, sfida. Il messaggio è: “Non puoi ignorarmi, guarda quanto rumore faccio”.
- Passivi C: usano la fragilità. Si mostrano incapaci, bisognosi, lamentosi, in modo da costringere l’adulto a prendersi cura di loro. Il messaggio è: “Non puoi lasciarmi, senza di te non ce la faccio”.
Nel corpo
- Gli attivi hanno corpi tesi, gesti ampi, voci alte, sguardi intensi e talvolta aggressivi.
- I passivi mostrano posture curve, piagnucolii, occhi che cercano costantemente approvazione.
In entrambi i casi il corpo parla molto più delle parole: è teatro di una relazione che non dà certezze.
In età prescolare e scolare
All’asilo possono alternare momenti di grande dolcezza a esplosioni di collera. Crescendo, le strategie diventano più raffinate:
- I C attivi possono apparire come bambini “difficili”, provocatori, sempre in lotta con regole e adulti.
- I C passivi come bambini che sembrano eternamente fragili, che si attaccano agli insegnanti o ai compagni più forti, quasi incapaci di fare da soli.
In entrambi i casi, il filo conduttore è l’ansia di perdere la relazione: controllare serve a garantire che l’altro resti.
Due mondi diversi, un bisogno uguale
Che sia nascosto dietro la compostezza di un sorriso forzato o gridato dentro un capriccio, il messaggio dei bambini evitanti e resistenti è lo stesso: “Ho bisogno di sapere che ci sei per me”.
Il problema nasce quando queste strategie, che in origine sono adattamenti intelligenti, diventano rigide e automatiche. Se nulla cambia, rischiano di accompagnare il bambino nell’adolescenza e poi nell’età adulta, influenzando amicizie, amori, capacità di fidarsi degli altri.
Perché riconoscerle fa la differenza
Un bambino che non chiede mai o uno che chiede sempre non ci sta dicendo che “è fatto così”: ci sta mostrando come ha imparato a stare nella relazione.
I genitori, immersi nella fatica quotidiana, possono non cogliere questi messaggi, ed è comprensibile. Ma riconoscerli in tempo permette di cambiare rotta: accogliere una vulnerabilità nascosta, dare contenimento a una rabbia che spaventa, restituire a quei comportamenti un senso che va oltre l’apparenza.
Interpretare questi segnali non è semplice se si è soli. Avere accanto qualcuno che conosce queste dinamiche significa aiutare i bambini a non restare prigionieri delle loro strategie e a crescere con più libertà e sicurezza
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