“Mia figlia è come me, non ha autostima…”: davvero funziona così?
Spesso i genitori mi dicono: “Non ho mai avuto autostima, è nel nostro carattere” oppure “Ho paura che abbia preso da me, non crede abbastanza in sé”. Ecco, fermiamoci un attimo su questa convinzione….
L’autostima non è un tratto genetico. Non si eredita come il colore degli occhi o il naso storto dello zio. L’autostima si costruisce nel tempo, nelle interazioni quotidiane, in quello sguardo che il bambino riceve quando cade e viene raccolto senza giudizio.
La buona notizia è che non importa da dove partiamo, ma da cosa scegliamo di fare oggi. Anche se non abbiamo ricevuto uno sguardo che ci facesse sentire abbastanza, possiamo imparare a offrirlo ai nostri figli. Possiamo interrompere quel filo sottile che lega la nostra insicurezza alla loro.
E no, non si tratta di crescere figli narcisi, gonfiati da “sei il migliore” ogni tre minuti. Ma di crescere persone che si sentono viste, amate e riconosciute anche quando non sono performanti, brillanti o vincenti. Persone che sanno valere, anche quando sbagliano.
L’autostima si costruisce nelle piccole cose (che per loro sono gigantesche)
Facciamo qualche esempio concreto?
• Quando il bambino prova a infilarsi le scarpe da solo e tu, anche se sei in ritardo, lo lasci provare. Sta nascendo un pezzetto di autostima.
• Quando cade e piange, e tu lo tieni senza dire “non è niente” ma “è stato spaventoso, eh?” Sta crescendo un altro pezzo.
• Quando racconta di una litigata con un amico e tu non lo correggi subito, ma ascolti davvero come si è sentito. Bingo, altro mattoncino.
L’autostima non nasce dal sentirsi dire “sei bravissimo”, ma dal sentirsi visti, ascoltati e accolti per come si è, anche – soprattutto – nei momenti scomodi.
Non è “sei il migliore”, ma “sei amato comunque”
Il problema, spesso, è che confondiamo l’autostima con la performance. Pensiamo che per far sentire i bambini sicuri di sé, dobbiamo dirgli che sono i più bravi. Che devono farcela da soli. Che devono imparare in fretta.
E invece, il Circolo della Sicurezza ci ricorda che l’autostima vera nasce dalla relazione, non dal risultato.
Un bambino impara a stimarsi quando scopre che:
• può avere paura, e non viene sminuito;
• può sbagliare, e non viene umiliato;
• può riuscire, e non si sente schiacciato dall’aspettativa di dover riuscire sempre.
In pratica? Un bambino ha bisogno di sentire che va bene così com’è. Anche mentre sta imparando a diventare ciò che sarà.
Siamo le mani che reggono: né troppo strette, né troppo lontane
Il COS-P ci offre un’immagine potentissima: le mani dell’adulto che tengono aperto il cerchio. Quelle mani rappresentano il nostro sguardo, la nostra presenza, la nostra capacità di dire con tutto il corpo: “Ti vedo. Ti tengo. Ti lascio andare quando sei pronto. Ti accolgo quando hai bisogno.”
E tra queste due mani, in quel movimento che va e torna, si costruisce la fiducia in sé. L’autostima.
Non serve riempirli di complimenti. Serve esserci. Servono adulti che sanno reggere le emozioni senza aggiungere giudizio, che insegnano che la vulnerabilità non è una vergogna, ma un ponte tra due esseri umani.
In sintesi: l’autostima non si insegna. Si trasmette.
Con lo sguardo. Con il tono della voce. Con la disponibilità a restare.
Con il coraggio di dire: “Io ti vedo anche quando non sei al massimo. E sei abbastanza, comunque.”
Se vuoi approfondire come costruire una relazione così, che sostiene davvero l’autostima di tuo figlio, il percorso Circolo della Sicurezza Parenting è fatto apposta per questo.
Per imparare a essere quelle mani che fanno sentire forti, anche quando si cade.
Perché crescere sicuri… si può. Insieme
Sempre connessi terribilmente soli
Social media e solitudine negli adolescenti Puoi ricevere cinquanta notifiche e non avere nessuno a cui dire: «Oggi non sto bene». Puoi essere dentro sette gruppi WhatsApp, avere una streak che dura da centottantadue giorni, conoscere in tempo reale chi si è lasciato, chi è uscito senza di te e chi ha visualizzato senza rispondere.…
Non voglio piu sopportare questo dolore
Il dolore che non si vede merita ascolto «Ma cosa ti manca?» A volte comincia così. Tu provi a dire che stai male e qualcuno ti fa l’inventario delle cose per cui dovresti stare bene. Hai amici. Un lavoro. Sei in salute. hai tempo davanti a te. E tu, che magari quell’elenco lo conosci a…
IA e relazioni
Quando una chat ci sembra più sicura di una persona Intelligenza artificiale solitudine e teoria dell’attaccamento Dott.ssa Barbara Durand · http://www.basisicure.com «Almeno lui mi risponde.» Lui, questa volta, non è un compagno, un’amica o un genitore. È una chat. Sono le due e diciassette. Hai già riletto quattro volte lo stesso messaggio. Scrivi: «Secondo te…

Rispondi