Come scegliamo chi amare?

Perché scegliamo proprio quella persona? Attaccamento, amore e scelta del partner

Meta description: Perché ci innamoriamo proprio di alcune persone? Il modo in cui viviamo la vicinanza, la distanza e il bisogno di conforto può influenzare la scelta del partner e le dinamiche di coppia.

Perché proprio quella persona?

A volte ci innamoriamo di qualcuno e ci sembra una scelta inspiegabile. “È successo e basta”, diciamo. Poi, magari, ci ritroviamo dentro una relazione che ci fa stare male, ma dalla quale è difficile allontanarsi. Oppure scappiamo appena l’intimità diventa concreta, anche se fino al giorno prima ci sembrava di desiderarla.

Il punto è che la scelta de/della partner non riguarda soltanto chi troviamo attraente. Riguarda anche come ci muoviamo quando abbiamo bisogno di vicinanza, come reagiamo alla distanza e che cosa ci aspettiamo dagli altri quando siamo vulnerabili. In altre parole: non scegliamo solo una persona. A volte scegliamo, senza saperlo, anche un modo familiare di stare in relazione.

Quattro indizi per capire se una relazione è diventata un legame

C’è una domanda semplice, quasi da posta del cuore: quando possiamo dire che una persona è diventata davvero importante per noi? Non basta desiderarla, né pensare a lei tutto il giorno. Anche l’ansia può occupare molto spazio mentale: questo non la trasforma automaticamente in amore.

Un legame profondo si riconosce da quattro esperienze. Desideriamo mantenere la vicinanza con quella persona; la cerchiamo quando siamo turbati o abbiamo un problema; la sua assenza ci pesa; sapere che possiamo contare su di lei ci permette di sentirci più sicuri anche fuori dalla relazione.

Questa ultima parte è essenziale. Una relazione significativa non serve soltanto a stare insieme: può diventare una base da cui affrontare il mondo. Quando sentiamo che l’altro è disponibile, non dobbiamo passare ogni minuto a controllare se ci ama ancora. Possiamo dedicarci anche ad altro, agli amici, al lavoro, ai nostri interessi. La sicurezza, insomma, non è una gabbia romantica: può essere ciò che ci consente di uscire di casa senza portarci dietro il partner in formato tascabile.

Che cosa ci insegnano i macachi: il conforto viene prima del latte

Uno degli esperimenti più sorprendentinella stora della psicologia riguarda i piccoli macachi studiati da Harry Harlow. Separati dalle madri, venivano nutriti con biberon. Sopravvivevano, ma molti mostravano gravi difficoltà fisiche e comportamentali. Alcuni, avendo trovato pezzi di stoffa nella gabbia, vi si avvolgevano: il contatto morbido sembrava offrire loro conforto.

In seguito, ai piccoli vennero presentati due surrogati delle madri: una di fil di ferro ma con il biberon pieno di latte, e una rivestito di panno morbido, senza latte. Le scimmiette andavano a nutrirsi dal primo, ma trascorrevano molto più tempo aggrappate al secondo. Quando erano spaventate, cercavano proprio la figura morbida. Il nutrimento rispondeva alla fame; il contatto rispondeva a un bisogno diverso, quello di sentirsi protetti e confortati.

Il passaggio colpisce perché mette in crisi un’idea intuitiva: non cerchiamo vicinanza soltanto perché l’altro ci dà qualcosa. Il bisogno di contatto ha un valore fondamentale. E, nel legame umano, amore e cura non sono un premio da guadagnarsi dopo aver dimostrato di essere abbastanza bravi, autonomi o poco impegnativi.

L’oca Martina e il potere delle prime figure

Anche gli esperimenti di Konrad Lorenz con gli anatroccoli ci hanno insegnato molto. Martina, appena nata, indirizzò verso Lorenz i comportamenti che avrebbe rivolto alla madre: lo seguiva e lo cercava, mostrando agitazione quando non riusciva a trovarlo. Quando la madre biologica venne reintrodotta, Martina non la riconobbe come la propria figura di riferimento.

L’esempio riguarda l’imprinting negli uccelli, ma apre una riflessione più ampia: nelle prime fasi della vita, impariamo a riconoscere chi è disponibile a proteggerci e a rivolgere a quella figura le nostre richieste. Per gli esseri umani il percorso è più complesso e modificabile: nuove relazioni possono cambiare le aspettative costruite nelle esperienze precoci. Le prime mappe contano, ma non sono una sentenza.

Le mappe invisibili che portiamo nella coppia

Quando un bambino cerca conforto e trova una risposta, comincia a costruirsi delle aspettative: “Se ho paura, qualcuno verrà”; “posso chiedere aiuto”; “sono degno di attenzione”. Se invece le richieste vengono ignorate, derise o accolte in modo imprevedibile, può imparare altre regole: “È meglio non chiedere”; “devo cavarmela da solo”; oppure “se non insisto, l’altro si dimenticherà di me”.

Queste mappe non restano nella cameretta dell’infanzia. Possono accompagnarci nelle relazioni adulte, influenzando ciò che notiamo, il significato che attribuiamo ai gesti del partner e il modo in cui cerchiamo vicinanza. E qui il meccanismo può diventare circolare: se mi aspetto di essere rifiutata, posso interpretare ogni ritardo come una prova; protesto, controllo, accuso. L’altro si sente sotto pressione e si allontana. La distanza sembra confermare la mia paura iniziale.

Non significa che ci inventiamo tutto o che siamo responsabili di ogni comportamento altrui. Significa che le aspettative con cui entriamo in una relazione possono contribuire a orientare ciò che succede dentro quella relazione. A volte, senza accorgercene, collaboriamo alla conferma di una storia che conosciamo già.

Quando uno rincorre e l’altro si ritira

La letteratura ci aiuta, Otello rappresenta una modalità molto ansiosa: vive la separazione come una minaccia, cerca prove di tradimento e fa fatica a fidarsi anche quando la partner prova a rassicurarlo. Giovanni, invece, tende a proteggersi prendendo le distanze: da piccolo ha imparato che mostrare paura o chiedere conforto può esporlo al rifiuto; da adulto può desiderare una relazione, ma sottrarsi quando l’intimità gli chiede di affidarsi.

Sono personaggi esemplificativi, non diagnosi e non etichette da appiccicare al partner durante la prossima discussione. Aiutano però a vedere una danza molto comune: più una persona teme di perdere l’altro e insiste per ottenere rassicurazioni, più l’altra può sentirsi invasa e ritirarsi. E più si ritira, più cresce la paura di chi resta a inseguire.

A quel punto entrambi si sentono confermati: uno pensa “non posso fidarmi”, l’altro “se mi avvicino, perdo la libertà”. La coppia non sta litigando soltanto per un messaggio letto tardi o per una serata saltata. Sta reagendo a ciò che quei fatti sembrano significare per ciascuno.

La familiarità non è sempre una buona bussola

Il familiare può attrarci anche quando ci fa soffrire. Se abbiamo imparato che l’amore si accompagna a incertezza, potremmo scambiare l’attesa e la preoccupazione per intensità. Se abbiamo imparato a non mostrare i bisogni, potremmo sentirci più a nostro agio con chi non ci chiede vera vicinanza. Non perché siamo condannati a ripetere la storia, ma perché spesso sappiamo orientarci meglio dentro ciò che già conosciamo.

La domanda utile non è soltanto “quanto mi piace questa persona?”. Possiamo chiederci anche: quando sto male, riesco a cercarla? Posso dirle che ho bisogno di qualcosa senza sentirmi ridicola o di troppo? La sua vicinanza mi aiuta a sentirmi più libera, oppure mi tiene impegnata a verificare continuamente se ci sarà ancora domani?

Sono domande meno cinematografiche del “mi ha travolta”, ma forse più utili quando si deve capire che cosa stiamo vivendo.

Le prime esperienze influenzano, ma non decidono tutto

Attenzione, l’infanzia noon è una condanna. Le aspettative affettive possono cambiare attraverso relazioni continuative in cui troviamo ascolto e conforto, e attraverso una maggiore consapevolezza del nostro modo di stare con gli altri. Anche rileggere la propria storia può aiutare a capire perché certi comportamenti ci attivano così tanto e quali strategie utilizziamo per proteggerci.

Diventare più sicuri non significa smettere di avere bisogno di qualcuno. Significa poter chiedere vicinanza senza doverla strappare, tollerare una distanza senza trasformarla subito in una prova di abbandono e restare in relazione senza scomparire dentro l’altro.

Quindi non possiamo fermarci a chiederci “perché ho scelto proprio lui o lei?”, ma è utile: “Che cosa mi aspetto che accada quando amo? E questa relazione mi aiuta a vivere quell’aspettativa in modo diverso?”.

Se la risposta e no bisogna cambiare.

Bibliografia

Attili, G. (2022). Attaccamento e amore. Che cosa si nasconde dietro la scelta del partner. Bologna: il Mulino.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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