Lo stress non è solo “attacca o fuggi”. Un articolo di Shelley Taylor propone che, soprattutto nelle donne, la risposta allo stress possa orientarsi verso cura e connessione (“tend and befriend”). Spieghiamo cosa significa, perché ci riguarda, e quali critiche sono state mosse al modello.
Ci sono momenti in cui lo stress non ti rende più aggressiva, né ti fa venire voglia di sparire. Ti fa venire voglia di qualcuno. Non “qualcuno” in generale: un’amica, una sorella, una voce che ti conosce. E magari ti accorgi di una cosa strana: non stai cercando soluzioni, stai cercando regolazione. Stai cercando quel tipo di presenza che ti riporta il respiro nello stomaco, le spalle al loro posto, la testa un po’ meno affollata.
Recentemente mi sono imbattuta in un articolo non recente e che, nel suo piccolo, ha avuto un grande merito: ha detto ad alta voce che la storia dello stress raccontata era, in parte, una storia raccontata da un punto di vista limitato. L’articolo è quello di Shelley E. Taylor e colleghi (2000), e propone un’idea semplice ma per niente banale: accanto al famoso “attacca o fuggi” (fight-or-flight), nelle femmine, e spesso nelle donne, può comparire con maggiore frequenza un altro orientamento: “tend and befriend”, cioè “accudisci e fai alleanza”.
Prima però una precisazione che mi piace fare sempre, perché ci salva dal pensiero magico: un paper non “fa scienza” da solo. Non è una verità definitiva scolpita nella pietra. È una proposta, una lente, un modo per aprire domande nuove. Ed è proprio questo il suo valore: costringerci a notare quello che, per abitudine, non vedevamo più.
Partiamo da zero: che cos’è “lo stress”, davvero?
Quando diciamo “sono stressata”, spesso intendiamo “sono piena”. Piena di cose da fare, di pensieri, di responsabilità, di urgenze emotive. Ma dal punto di vista del corpo lo stress è una risposta, non un evento. L’evento è il “fattore stressante” (un litigio, una scadenza, una malattia, un esame, un periodo di solitudine). Lo stress è ciò che il tuo sistema nervoso fa quando percepisce minaccia o sovraccarico: mette energia a disposizione per affrontare la situazione.
In pratica, il corpo attiva una modalità di sopravvivenza. Aumenta l’attenzione al pericolo, accelera alcuni sistemi, ne rallenta altri, ti prepara a reagire. Questa è la parte utile dello stress: senza stress non ci alzeremmo dal letto quando serve, non ci difenderemmo, non ci concentreremmo. Il problema nasce quando l’attivazione è troppo intensa, troppo lunga, o si accende in contesti in cui non c’è una vera minaccia ma il corpo la percepisce come tale. È lì che lo stress diventa logorante, confonde, irrigidisce, fa pagare interessi al sonno, all’umore, alle relazioni.
Per decenni, la narrazione dominante di questa risposta è stata “fight-or-flight”: sotto stress attacchi o fuggi. In realtà il cervello e il corpo hanno più opzioni: c’è anche il congelamento, c’è l’iper-controllo, c’è la compiacenza, c’è la dissociazione. Ma fight-or-flight è rimasto lo slogan più famoso, quasi un logo. Fino al 1995, le donne erano solo circa il 17% dei partecipanti negli studi di laboratorio su stress fisiologico e neuroendocrino; in una revisione che gli autori citano, su 200 studi tra 1985 e fine anni ’90, i campioni erano ancora sbilanciati (66% uomini, 34% donne). E quindi: se io guardo soprattutto un pezzo di umanità, poi mi convinco che quel pezzo sia “l’umano” Il punto che Taylor e colleghi mettono sul tavolo è: questa storia l’abbiamo costruita studiando per molto tempo soprattutto maschi, sia negli animali da laboratorio sia negli esseri umani. E quando costruisci un modello guardando soprattutto una parte della popolazione, rischi di scambiare “parziale” per “universale”.
Sul piano biologico, Taylor e colleghi non negano il nucleo classico della risposta allo stress (sistema simpatico, asse HPA, cortisolo ecc.): quello si attiva in tutti. Ma propongono l’esistenza di un “sistema regolatorio” che, in molte femmine, può spostare l’uscita comportamentale verso calma, contatto, cura e ricerca di supporto, appoggiandosi ai circuiti dell’attaccamento-accudimento. In questa cornice entrano ossitocina, ormoni sessuali femminili (in particolare l’estrogeno come modulatore) e meccanismi oppioidi endogeni.
L’ossitocina, nella loro ricostruzione, non è la “molecola dell’amore” da cioccolatino, ma un pezzo di fisiologia che può avere un ruolo contro-regolatorio: favorire calma, ridurre alcuni indicatori di paura/iperattivazione, sostenere comportamenti affiliativi e materni. In diversi studi animali citati, la somministrazione di ossitocina è associata a sedazione/relax, riduzione di alcuni indici di stress e incremento di comportamenti affiliativi; e l’effetto risulta più marcato nelle femmine anche per l’interazione con l’estrogeno.
Qui entra una delle parti più concrete (e clinicamente utili) dell’articolo: “accudire” non è solo un tratto caratteriale, è un comportamento che, in specie sociali, ha effetti sullo stress dei piccoli. Nel paper vengono richiamate evidenze su contatto madre–cucciolo (ad esempio nei ratti) che riduce alterazioni dell’asse HPA nei piccoli; separazione che aumenta corticosteroidi; riunione che abbassa. Anche negli umani si riprende letteratura su allattamento, contatto, massaggio: non come idealizzazione della maternità, ma come esempio “misurabile” di come prossimità e cura possano modulare lo stress.
E “befriending”? Qui il dato è sorprendentemente robusto: cercare supporto sociale sotto stress è una delle differenze di genere più consistenti nella letteratura sul coping. Gli autori citano una meta-analisi in cui, su 26 studi, 25 favorivano le donne nella tendenza a cercare/usare supporto sociale. Ma attenzione: non è “compagnia qualunque”. In laboratorio e nella vita, l’affiliazione femminile sotto stress è spesso selettiva, con una preferenza marcata per “simili”, in particolare altre donne.
Questa non è una favola edificante sulle “reti femminili”. Anzi: Taylor e colleghi mettono un caveat che mi piace molto perché è adulto. Le reti tra femmine non sono automaticamente luoghi sicuri: possono avere gerarchie, conflitti, esclusioni, perfino crudeltà (loro citano esempi forti dal mondo dei primati per dire: non romanticizziamo). Il punto è statistico e funzionale: nel complesso, per molte femmine, la rete tende a dare più benefici che danni nella regolazione dello stress.
Fin qui la teoria. E nella vita di oggi, cosa ce ne facciamo senza trasformarla in un meme?
La lettura “tend-and-befriend” cambia il modo in cui interpretiamo alcune reazioni che spesso vengono giudicate male. Pensa a quando una persona sotto pressione diventa iper-attenta ai bisogni degli altri, “fa la brava”, tiene insieme tutti, oppure al contrario cerca immediatamente qualcuno con cui parlare, scrive, chiama, raduna. Nel paradigma classico rischia una lettura di debolezza, dipendenza, dramma. Un coping disfunzionale. In questa cornice può essere, invece, una strategia di sopravvivenza e regolazione: ridurre la minaccia attraverso connessione, cura e alleanza.
C’è anche un rovescio della medaglia, che l’articolo lascia intravedere e che in clinica si vede benissimo: se la tua regolazione passa soprattutto dalla relazione, quando la relazione manca (o è pericolosa), lo stress può diventare più tossico. Non perché “sei fatta così”, ma perché il tuo sistema cerca istintivamente la leva che funziona per te e trova porta chiusa. Da qui, per esempio, l’importanza di chiedersi non solo “quanto sono stressata/o?”, ma “dove sto cercando riparo quando mi attivo? e quel riparo è disponibile, affidabile, gentile?”.
Gli autori sono anche onesti sui limiti. Mettono insieme evidenze da ratti, primati e umani, e questo richiede salti inferenziali; inoltre riconoscono che il ruolo di ossitocina e oppioidi endogeni è plausibile ma non “definitivamente stabilito”, e che la risposta può dipendere dal tipo di stressor (alcuni stress attivano un pattern, altri no). E soprattutto: se davvero c’entrano estrogeni e ciclo riproduttivo, allora dovremmo aspettarci variazioni cicliche (fasi del ciclo, gravidanza, allattamento, menopausa), che proprio per la complessità erano state un motivo per escludere le donne dagli studi. Insomma: il punto non è “abbiamo la risposta finale”, ma “abbiamo una domanda fatta bene”.
Mi porto a casa tre messaggi divulgativi che funzionano bene anche con i lettori non “addetti ai lavori”.
Primo: fight-or-flight non è sbagliato, è incompleto. È un pezzo della storia, non tutta la storia. E quando la ricerca guarda solo una parte della popolazione, poi ci costruisce sopra un’idea di “normalità” che normalissima non è.
Secondo: per molte donne, la relazione non è un optional “carino”, ma una via di regolazione fisiologica sotto stress. Il che non significa che “devono” essere relazionali, né che gli uomini non lo siano: significa che, mediamente, questa strategia è più frequente e più documentata. E quando la capisci, smetti di etichettare come fragilità quello che spesso è un tentativo intelligente di sopravvivere.
Terzo: se vuoi prenderti cura dello stress (tuo o di qualcun altro), chiediti qual è la risposta che sta cercando di emergere: sto scappando, sto attaccando, mi sto congelando… o sto provando a “tendere e fare rete”? Perché se è quest’ultima, la domanda pratica diventa: “di chi mi fido davvero?” e “che tipo di contatto mi calma invece di agitarmi?”. Non è poesia: è igiene neuropsicologica.
Le critiche al modello: attenzione al determinismo di genere
Il modello, naturalmente, ha ricevuto critiche. La più importante è questa: se la racconti male, sembra dire che esistono due strategie “naturali”, una maschile (fight-or-flight) e una femminile (tend-and-befriend). E questo scivola facilmente nel determinismo di genere: “sei donna quindi reagisci così”, “sei uomo quindi reagisci cosà”. È una trappola, perché la biologia può influenzare, ma raramente impone. E perché dentro ogni persona ci sono più risposte possibili allo stress, attivabili a seconda della storia, del contesto e della sicurezza percepita.
Quindi il modo migliore di usare questo articolo non è per incasellare le persone, ma per allargare lo sguardo: smettere di pensare lo stress come un bivio a due corsie, e iniziare a vederlo come un sistema con più uscite. Alcune sono rumorose (attacco, fuga). Altre sono silenziose ma potentissime (connessione, cura, richiesta d’aiuto). Quando impari a riconoscerle, smetti di giudicarti e inizi a capire cosa ti sta succedendo.
Il gancio con la terapia: costruire una sorellanza “sicura” quando non c’è
E se non hai una rete? O se la rete che hai è piena di giudizio, confronto, frasi tossiche e minimizzazioni? Qui arriva la parte che trovo più reale: per molte persone, l’idea di “chiamare un’amica” è bellissima finché non ti ricordi che non sai chi chiamare, o che ogni chiamata ti lascia peggio.
In questi casi la terapia può diventare, per un po’, un luogo dove fare un’esperienza di connessione diversa: una relazione che non ti chiede di essere brillante, produttiva, a posto. Una relazione che ti aiuta a riconoscere i segnali di attivazione, a dare un nome a ciò che senti, e a capire di quale tipo di vicinanza hai bisogno. E sì, a volte può essere significativo scegliere una terapeuta donna, proprio perché per alcune persone il lavoro passa anche dal recupero di fiducia nel femminile: non quello competitivo o giudicante, ma quello che sa contenere, rispecchiare, stare. Non è una regola, non è “meglio”, ma può essere una scelta sensata per chi sente che la sorellanza è una ferita aperta, o un desiderio mai davvero incontrato.
In fondo è questo che mi piace dell’articolo di Taylor: non ti dice come devi essere. Ti suggerisce una domanda più gentile e più utile: quando mi attivo, dove cerco sicurezza? E quella sicurezza, nella mia vita, è disponibile? Se sì, come posso usarla meglio. Se no, come posso costruirla, pezzo per pezzo, in modo più protettivo?
dott.ssa Barbara Durand
Riferimento dell’articolo citato
Taylor, S. E., Klein, L. C., Lewis, B. P., Gruenewald, T. L., Gurung, R. A. R., & Updegraff, J. A. (2000). Biobehavioral responses to stress in females: Tend-and-befriend, not fight-or-flight.

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