Durante il mio percorso di formazione come sessuologa ho avuto l’occasione di seguire una giornata intensa dedicata alla prevenzione primaria dell’abuso sessuale sui minori col dott, Pellai. È stata una lezione densa, clinica, concreta. Non un discorso ideologico, non una crociata morale. Un lavoro serio su dati, neuroscienze, dinamiche relazionali e strumenti educativi
Ho sentito il bisogno di condividere subito alcuni passaggi fondamentali con voi genitori. Perché la prevenzione non comincia nelle aule di tribunale. Comincia nelle case.
Che cos’è davvero un abuso sessuale su minore
Una delle prime cose che è stata messa a fuoco è la definizione. Non basta dire “atto sessuale senza consenso”. Quando parliamo di minori, dobbiamo parlare di consenso informato. E il consenso informato implica una corteccia prefrontale funzionante, capace di pianificare, valutare conseguenze, inibire impulsi, integrare emozione e ragionamento.
Il problema è che in età evolutiva quella cabina di regia non è ancora pronta.
Oggi il corpo matura molto prima di un secolo fa. Il menarca si è anticipato drasticamente, l’attivazione puberale arriva in seconda media con un cervello emotivo già pienamente acceso . Ma la corteccia prefrontale, quella che regola, frena, valuta, procede molto più lentamente. È come avere un motore da Formula 1 e i freni da bicicletta .
Per questo non possiamo parlare di consenso tra un adulto e un minore, ma anche tra minori con una certa differenza di età.
Un tredicenne che invia immagini intime a un adulto non sta dando un consenso informato. Sta agendo un’emozione senza avere la struttura neurocognitiva per comprenderne implicazioni e conseguenze .
La prevenzione comincia prima che immaginiamo
Prevenzione non significa parlare di reati. Significa educare ai confini fin dalla primissima infanzia.
Insegnare che il corpo è proprio.
Che le parti intime non si toccano.
Che possono farlo solo mamma o papà quando ti lavano, o il medico durante una visita.
Che se qualcosa ti fa sentire a disagio, quel disagio conta.
Questo è educazione alla sicurezza. E quello che si insegna al corso di massaggio neonatale, la richiesta del permesso, o quando accettiamo i no dei piccoli, quando accogliamo il disgusto per cibi e consistenze, quando non basiamo l’educazione sull’obbedienza.
Attenzione a non semplificare con le categorie “conosciuto” o “sconosciuto” a proteggerci, come il nostro famoso “non accettare caramelle dagli sconosciuti”… l’abusante spesso è conosciuto, un familiare, un amico di famiglia, uneducatore, in insegnate, un allenatore…
Qui entra in gioco anche il tema del potere. Potere “su” (controllo), potere “con” (relazione), potere “di” (competenza), potere “da” (liberazione). L’abuso si annida dove il potere è squilibrato, dove uno usa l’altro come oggetto per soddisfare propri bisogni, spesso anche di controllo.
Il silenzio dei bambini non è tradimento
Un bambino racconta se qualcuno lo spinge, lo schiaffeggia, lo strattona. Molto più raramente racconta un contatto sessuale.
Dovremmo chiederci perchè accade.
Il silenzio è spesso funzionale a proteggere i genitori, se il bambino percepisce che la mamma o il papà “non reggerebbero” la notizia, si fa forza da solo, tiene il segreto per non rompere l’equilibrio .
Il silenzio può essere imposto dall’abusante, ma può anche essere una strategia di sopravvivenza relazionale .
E questo ci riguarda come genitori. Se non siamo disponibili a parlare di corpo, emozioni, sessualità; se reagiamo con imbarazzo, rabbia o negazione; se il tema è tabù, il bambino impara che lì non si entra.
Non sorprende allora che molti minori vittimizzati online si rivolgano direttamente alla Polizia di Stato e non ai genitori. E la prima richiesta che fanno è: “Non dirlo a mamma e papà” .
Questo dovrebbe farci fermare.
L’abusatore non è un orco come viene descritto nei giornali.
Altro punto fondamentale: l’abusante non è sempre il mostro nell’ombra. Può essere una figura affettivamente significativa, qualcuno che costruisce una relazione, che entra nel sistema familiare, che appare affidabile.
Ridurre tutto alla favola dell’orco ci rassicura, ma non ci protegge.
L’online ha amplificato esponenzialmente il rischio.
Le tre forme più frequenti di vittimizzazione sessuale online dei minori sono l’adescamento, la sextortion e la diffusione non consensuale di materiale intimo .
L’adescamento è particolarmente probabile quando l’adolescente utilizza la rete per esplorare dubbi sul proprio orientamento: il rischio aumenta fino a 5-7 volte .
La sextortion è crudele nella sua semplicità: invii una foto, vieni ricattato con richieste economiche gestibili da un quindicenne, gift card, ricariche telefoniche, tutto nel silenzio e nella vergogna .
In 24-48 ore un adolescente può percepire un’intimità profonda con qualcuno che non ha mai incontrato. E molti segnali di allarme che il nostro cervello riconosce nella vita reale, online semplicemente non si attivano .
Pornografia precoce e desensibilizzazione
Un altro capitolo cruciale riguarda l’esposizione precoce alla pornografia.
La pornografia non contiene la grammatica del consenso. Mostra l’uso del corpo dell’altro per il proprio piacere. Spesso normalizza l’idea che il “no” in realtà significhi “sì” .
L’accesso è sempre più precoce e i contenuti sempre più estremi .
Dal punto di vista neurobiologico, l’escalation dopaminergica è evidente: più stimolo, più bisogno di stimolo ancora più intenso. Il sistema si desensibilizza, perde sensibilità, cerca contenuti più forti. Immaginiamo un interrutore programmato per accendersi sfiorandolo, la pornografia attuale martella quell’interruttore…distruggendolo o danneggiandolo gravemente.
Dire “vietato ai minori di 18 anni” non è moralismo. È competenza. Significa aspettare che la cabina di regia maturi .
Quando la pornografia diventa educazione sostitutiva del silenzio adulto, il messaggio che passa è pericoloso .
Per le ragazze, oggi, a questo si aggiunge un altro fenomeno: i romance “spicy”, romanzi che mettono al centro relazioni in cui il controllo maschile, la dinamica di dominanza e la tensione erotizzata sono presentati come massimamente eccitanti. Anche qui l’eccitazione si lega a copioni relazionali in cui il confine è ambiguo e il potere è sbilanciato.
Se non offriamo una narrazione alternativa, l’immaginario si forma lì.
La prevenzione è relazione
Questo dobbiamo tenere come bussola: la prevenzione la fa sempre la relazione.
Non bastano regole tecniche. Serve una base sicura che regga le emozioni. Serve un adulto che non si spaventi, che non si scandalizzi, che non minimizzi.
Serve educazione affettiva e sessuale seria, life skills based, che alleni competenze emotive, cognitive e sociali .
Serve lavorare anche sulla “domanda”: se i genitori non sentono il problema, la prevenzione non attecchisce. Eppure i dati raccolti in contesti scolastici mostrano che almeno una vittima di abuso conclamato è presente in ogni classe .
Non possiamo più dire “da noi non succede”.
Come posso aiutarvi
Mi occupo di consulenze genitoriali su questi temi, di ascolto e supporto ai minori, di accompagnamento familiare quando emergono situazioni di rischio o di esposizione online.
Propongo percorsi strutturati di prevenzione primaria nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, lavorando sia con gli studenti sia con insegnanti e genitori. Perché la prevenzione funziona quando il sistema è coerente.
Non è un lavoro contro qualcuno.
È un lavoro per la sicurezza, la consapevolezza e la libertà dei nostri figli.
Se vogliamo proteggerli davvero, dobbiamo prima diventare adulti emotivamente disponibili a stare dentro questi temi. Senza panico. Senza negazione. Con competenza e relazione.
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