Ci sono famiglie in cui l’affetto è dappertutto. Non nel senso poetico: proprio dappertutto. Nel contatto continuo, nel “dimmi tutto”, nella presenza che non lascia tregua, nella convinzione che stare sempre addosso a un figlio sia sinonimo di proteggerlo.
È una cura che nasce da intenzioni buone, spesso persino commoventi. Solo che, a volte, diventa troppo. E quando diventa troppo smette di essere cura: diventa confusione.
Con “plusmaterno” non si intende “madri sbagliate”, ma un codice affettivo che può appartenere a chiunque faccia il genitore: madre, padre, coppia, genitore single, nonni o adulti di riferimento. È la modalità in cui l’amore eccede e, eccedendo, invade: non sostiene più la crescita, la rallenta. Non accompagna più l’autonomia, la sostituisce.
Baci sulla bocca, lettone, porte sempre aperte: il problema non è il gesto, è la funzione
Quando si parla di baci sulla bocca, condivisione del letto che si prolunga, bagni senza privacy, porte sempre aperte, abitudini corporee che restano “da piccoli” anche quando il bambino sta crescendo, la domanda utile non è: “È giusto o sbagliato?”
La domanda utile è: “A che cosa serve’ ma anche ‘A CHI serve?’’
Perché lo stesso gesto può avere significati completamente diversi. Può essere una fase, un’abitudine culturale, un momento transitorio. Oppure può diventare un modo per non separarsi mai. E quando la vicinanza fisica viene usata per sedare l’ansia dell’adulto, o per riempire solitudini adulte, o per evitare il passaggio evolutivo della separazione, allora non stiamo parlando di tenerezza: stiamo parlando di un confine che non si costruisce.
Il punto non è proibire l’affetto. Il punto è proteggere l’intimità del figlio: il suo diritto a dire “non mi va”, a chiudere una porta, a sentire che il proprio corpo è suo. E questo si impara presto, non perché il corpo sia una cosa “sporca”, ma perché è una cosa sacra: è la casa del Sé.
Il figlio come regolatore emotivo: quando la freccia si inverte
Uno dei nuclei del plusmaterno è l’inversione di funzione. L’adulto, senza volerlo, comincia ad appoggiarsi al figlio per reggere le proprie emozioni.
Succede così: il bambino diventa l’antidoto alla tristezza, alla solitudine, al senso di fallimento, alla paura. Diventa “ mi fa stare bene”, “ mi capisce”, “ non mi delude”. E a quel punto l’amore smette di essere solo un dono: diventa anche una richiesta.
La richiesta non è esplicita. Non è: “mi devi consolare”. È più sottile: “non mi lasciare”, “non crescere troppo”, “non chiuderti”, “raccontami tutto”, “se stai male io crollo”. E il figlio, che è un radar emotivo incredibile, impara a regolarsi in base al clima dell’adulto. A volte diventa bravissimo: accomodante, compiacente, “maturo”. A volte diventa esplosivo: oppositivo, ingestibile, aggressivo. In entrambi i casi, spesso, sta facendo lo stesso lavoro: tenere in piedi l’equilibrio emotivo della casa.
Il figlio come senso identitario: quando il “noi” soffoca l’“io”
C’è un’altra forma di plusmaterno ancora più silenziosa: quando il figlio diventa pezzo di identità dell’adulto.
Non parlo di orgoglio sano. Parlo di quando il valore personale del genitore si appoggia troppo sul figlio: sul suo comportamento, sul suo rendimento, sul suo benessere, sulla sua vicinanza. Se il figlio sta bene, l’adulto sta bene. Se il figlio soffre, l’adulto sente di fallire. Se il figlio si allontana, l’adulto vive un’angoscia che assomiglia all’abbandono.
È una dinamica comprensibile, soprattutto se l’adulto ha poco sostegno, pochi spazi propri, poca rete. Ma per il figlio può diventare un cappio emotivo: separarsi significa far male, dissentire significa tradire, crescere significa perdere qualcuno.
E qui si capisce perché l’adolescenza, in alcune famiglie, diventa un campo minato. Perché l’adolescenza non è solo “età difficile”: è un processo di separazione. E se la separazione mette in crisi l’identità dell’adulto, il ragazzo lo sente. E a quel punto fa due cose: o si trattiene (e si ammala in silenzio), o spacca tutto (e si ammala facendo rumore).
Adolescenza: il costo di un amore senza soglie
Quando un ragazzo cresce senza confini chiari, può arrivare all’adolescenza con una difficoltà di base: distinguere ciò che sente da ciò che sente l’altro. Capire se un bisogno è suo o è una risposta alla paura del genitore. Tollerare la frustrazione senza viverla come catastrofe. E, soprattutto, reggere la distanza senza trasformarla in colpa.
In molti casi la sofferenza si esprime con il corpo e con i comportamenti: ritiro, attacchi di panico, sintomi alimentari, rabbia ingestibile, uso compulsivo di schermi, sessualità agita, sostanze, pensieri cupi. Non perché “oggi i ragazzi sono più fragili” per natura. Ma perché spesso sono cresciuti in contesti dove lo spazio psichico era poco: tutto pieno di amore, sì, ma pieno. E la mente, per crescere, ha bisogno anche di vuoti, di attese, di possibilità di fare da soli.
Il rischio nelle relazioni affettive successive: amore o occupazione?
Quello che si impara nelle prime relazioni affettive si ripresenta dopo, con altri volti.
Se un ragazzo cresce con l’idea che l’intimità sia fusione, da grande rischia due direzioni opposte.
La prima è la direzione possessiva: “se ti amo ti tengo”, “se ti allontani mi stai rifiutando”, “se non mi rassicuri mi stai ferendo”. Qui la gelosia non è romanticismo: è paura di perdere il controllo, perché il controllo è stato scambiato per sicurezza.
La seconda è la direzione evitante: “se mi avvicino troppo mi perdo”, “se entro in una relazione mi soffoco”, “se qualcuno mi ama mi chiede troppo”. Qui la distanza non è libertà: è difesa, perché la vicinanza è stata vissuta come invasione.
In entrambi i casi l’intimità è difficile: o diventa un’occupazione, o diventa un rischio.
Un punto delicato: perché i figli maschi sono particolarmente esposti
Quando i confini corporei e affettivi non sono stati costruiti bene, nei figli maschi può accadere una cosa specifica: una confusione tra amore e disponibilità.
Se da piccoli il corpo dell’adulto è stato “sempre accessibile”, se la vicinanza è stata il linguaggio principale per calmare l’ansia, il rischio è che da grandi facciano fatica a riconoscere pienamente l’alterità del corpo dell’altra. Non per cattiveria, ma per imprinting relazionale: il corpo femminile può essere percepito, inconsciamente, come qualcosa che dovrebbe accogliere, rassicurare, appartenere.
E questo può diventare terreno fertile per due problemi molto frequenti: gelosia e controllo. Non sempre in forma violenta, spesso in forma “romantica”: messaggi continui, bisogno di conferme, richiesta di presenza totale, fatica a tollerare la privacy dell’altra. È un copione che sembra amore, ma è dipendenza. E la dipendenza, nelle relazioni, è quasi sempre paura mascherata.
Che cosa protegge davvero: più confini, non meno amore
Il messaggio più controintuitivo è questo: un figlio si sente più amato quando i confini sono chiari.
Perché un confine dice: “Io reggo. Non ho bisogno di usare te per calmarmi. Non ho bisogno di occuparti per non sentirmi sola. Non ho bisogno che tu sia sempre disponibile per sentirmi importante.” E questa è una libertà enorme per un ragazzo.
Confini chiari significano: un contatto fisico rispettoso dell’età e del desiderio del figlio, spazi personali, privacy, porte che si possono chiudere, un diritto al “no” che non diventa dramma, un adulto che ha una vita emotiva sostenuta anche altrove (amici, terapia, rete, interessi, cura di sé).
Non è una lezione di freddezza. È una lezione di crescita: l’amore che fa bene non è quello che invade, è quello che lascia diventare.
Dott.ssa Barbara Durand — http://www.basisicure.com
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