È una frase che sento spesso, e ha dentro una verità scomoda: capire non è guarire. La comprensione è preziosa, certo. Ti mette ordine, ti dà parole, ti fa sentire meno “matta”. Ma il trauma, di solito, non abita nelle parole. Abita nel corpo, nelle micro-reazioni, nei muscoli che si preparano prima ancora che tu decida, nel cuore che accelera “anche se so che non c’è pericolo”, nella voglia di sparire o di controllare tutto quando qualcosa assomiglia lontanamente a ciò che ti ha ferito.
La mente può dire: “È passato”. Il sistema nervoso, invece, ragiona per somiglianze. Se la tua storia gli ha insegnato che il contatto è pericoloso, che chiedere non serve, che mostrarti fragile ti costa caro, allora lui farà il suo mestiere: proteggerti. Con iperallerta, chiusura, distanza, compiacenza, rabbia, congelamento. Non perché “non hai capito bene”, ma perché la tua neurocezione (quella specie di radar interno) continua a leggere rischio dove tu leggi logica.
E qui tornano, una dopo l’altra, queste frasi che valgono più di mille spiegazioni: la comprensione non cambia il sistema nervoso, lo cambia l’esperienza della sicurezza. La guarigione non arriva tramite la comprensione, ma tramite la presenza, quando accanto c’è qualcuno capace di sostenere il tuo dolore. Non possiamo lasciar andare il dolore finché qualcuno non ci aiuta a sopportarlo. Il trauma vive nell’isolamento, la guarigione avviene nel contatto.
Perché è così? Perché il trauma è spesso un’esperienza di solitudine emotiva: sei stata in pericolo (fuori o dentro), e in quel momento non c’era nessuno abbastanza con te. O c’era qualcuno, ma non era sintonizzato, non era affidabile, o eri tu a doverti occupare di lui. Allora il corpo ha imparato: “Meglio farcela da sola”. Solo che “farcela da sola” è un superpotere che a un certo punto diventa una gabbia.
Il lavoro terapeutico non è convincerti che stai al sicuro. È accompagnare il tuo sistema nervoso a farne esperienza, a piccole dosi, con rispetto. È restare quando una parte di te vorrebbe scappare. È dare un posto anche alle parti che si vergognano, a quelle che si irrigidiscono, a quelle che “non si fidano”, a quelle che amano troppo in fretta o chiudono prima di sentire. È co-regolazione: due sistemi nervosi in dialogo, finché il tuo non può iniziare a dire, non con le parole ma con il corpo: “Qui posso respirare”.
E succede spesso in modo poco cinematografico. Non come un’illuminazione. Più come un aggiornamento silenzioso: ti accorgi che riesci a stare in una conversazione senza andare in apnea, che una critica non ti distrugge, che non devi spiegare cento volte per meritarti attenzione, che puoi dire “no” senza sentirti cattiva, che puoi chiedere senza sentirti un peso. È la ripetizione di esperienze di sicurezza (e anche di riparazione, quando inevitabilmente ci si fraintende) che costruisce nuove strade.
Quindi sì: continua a capire, studiare, leggere, fare collegamenti. Ma se senti che “non cambia nulla”, forse non è perché manca un concetto. Forse manca un’esperienza: quella in cui il dolore non viene minimizzato, né drammatizzato, né lasciato solo. Viene sostenuto. E, sostenuto, finalmente può trasformarsi.
– La comprensione non cambia il sistema nervoso.
Lo cambia solo l’esperienza della sicurezza.
(Bessel Van Der Kolk)
– La guarigione non arriva tramite la comprensione, ma tramite la presenza.
Quando accanto c’é qualcuno capace di sostenere il tuo dolore.
(Irvin Yalom)
– Non possiamo lasciar andare il dolore, finchè qualcuno non ci aiuta a sopportarlo.
(Gabor Maté)
– Il trauma vive nell’isolamento.
La guarigione avviene nel contatto.
(Franz Ruppert)
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