Libertà Emotiva a Natale: Essere Imperfetti

Oggi è il 24 dicembre.

E ogni anno, puntuale come le lucine in vetrina, torna la stessa domanda: cosa ci si aspetta dal pubblico da una terapeuta, la vigilia di Natale? Un post sulla famiglia, sul valore di riunirsi, sul “teniamoci stretti”, sul collezionare ricordi buoni, sul diventare tutti più calmi, più tolleranti, più accudenti. Un invito gentile a volersi bene, a non litigare, a scegliere le parole giuste. Un messaggio caldo, rotondo, con quel profumo di cannella che sembra dire: “Va tutto bene, basta volerlo”.

Io oggi non ce l’ho, quel profumo.

E non perché non creda nella cura, nel legame, nel tempo condiviso. Ma perché oggi, almeno per me, sarebbe una bugia ben impacchettata. O, peggio: sarebbe performance. E io ho voglia di scrivere di umanità e non di perfezione. Di finitezza e non di prestazione. Di quelle parole che non devono per forza avere senso per tutti. Mi basta che abbiano senso anche solo qui, anche solo adesso.

È un Natale difficile, e non ho voglia di celebrarlo. È anche per questo che fino a oggi non ho toccato l’argomento: perché quando una cosa fa male davvero, spesso la si gira larga. Si evita. Si rimanda. Si fa finta che non sia un punto dolente, finché non arriva il momento in cui ti accorgi che quel punto dolente ti sta guardando dritto negli occhi.

Poi ho pensato ai miei pazienti.

Ho pensato a quella forma di attesa silenziosa che esiste anche quando nessuno la dichiara. “Chissà cosa dirà lei, a Natale.” “Chissà se farà un augurio.” “Chissà se mi farà sentire meno sbagliato.” Ho pensato agli sforzi che vedo ogni settimana. A chi prova a non esplodere. A chi prova a non scomparire. A chi prova a tenere insieme una storia che traballa. A chi prova a tenere insieme sé.

E allora sì, mi è venuta voglia di scrivere. Ma non un augurio lucido e impeccabile. Un pezzo vero. Un pezzo che tenga conto del fatto che il Natale, per molti, non aggiunge pace: aggiunge peso.

Io vi vedo.

Vi ho a mente.

E proprio perché considero validi tutti i vostri sentimenti, oggi scrivo “di tutto”. Perché il 24 dicembre non è una cartolina unica: è un’enorme stanza piena di persone che vivono lo stesso giorno in modi opposti.

C’è chi a Natale vorrebbe essere fuori casa, lontano da tutto e da tutti, come si scappa da una scena che fa male da guardare.

C’è chi vorrebbe passarlo senza figli, in uno chalet con il partner, e insieme a quel desiderio sente subito una colpa appiccicosa, come se desiderare una tregua fosse un tradimento.

C’è chi vorrebbe stare con i figli ma non con il partner. Chi vorrebbe stare con il partner ma non con certi parenti. Chi vorrebbe stare solo e non riesce a dirlo senza sentirsi egoista. Chi invece sta bene dove sta, eppure non si sente mai abbastanza per nessuno.

C’è chi vorrebbe avere più pazienza e chi, con un filo di vergogna, riconosce di averne troppa: quella pazienza che diventa annullamento, accomodamento, “va bene tutto” anche quando non va bene per niente.

C’è chi attraversa un lutto. Chi una malattia. Chi un dolore “per procura”, quello che ti spezza non perché ti sta accadendo nel corpo, ma perché sta accadendo a qualcuno che ami e tu lo guardi, impotente, e ti senti in colpa perfino per respirare.

C’è chi sente che la vita non ha più senso. E magari domani siederà a tavola e sorriderà per non rovinare l’atmosfera, come se la disperazione potesse aspettare il 27 dicembre.

Non ho un post caldo al profumo di cannella da scrivere.

Ho pensieri, invece, per questo nostro essere umani: fragili, finiti, bisognosi. Ho pensieri per il fatto che il Natale spesso complica le cose per chi sta soffrendo, perché mette un riflettore proprio dove dentro si sta cercando di tenere la luce bassa per non crollare.

E ho un pensiero, anche un po’ scomodo: che il Natale sta diventando sempre più performatività, soprattutto sui social. La tavola più bella. La famiglia più unita. Il regalo più emozionante. La coppia più “noi”. Il bambino più felice. La madre più paziente. Il padre più presente. E se tu non ci stai dentro, se il tuo 24 dicembre è disordinato, pieno di pianto, o di silenzi, o di assenze, ti sembra di essere fuori norma. Difettoso. Come se stessi sbagliando la festa.

Lo sento anch’io, questa pressione. E già il fatto che ne stia parlando qui lo dice: non sono fuori dal mondo, non sono una che guarda dall’alto. Sono dentro, come tutti. Con la differenza che il mio mestiere mi insegna ogni giorno una cosa: la perfezione non cura nessuno. La verità, a volte, sì.

Allora oggi vorrei che ci concedessimo un attimo di libertà.

Libertà dal dover essere “giusti”. Dal dover essere “grati”. Dal dover dimostrare che siamo maturi, evoluti, pacificati. Libertà dal dover fare il Natale “come si deve”, quando dentro ci sarebbe solo voglia di fare spazio.

Se posso lasciarvi un gesto, è questo.

Concediti, oggi, di vedere la bimba o il bimbo che sei stato. Non come un esercizio carino, ma come un incontro serio. Guardalo. Guardala. E prova a chiedere: di cosa hai bisogno, proprio adesso?

Forse quel bambino ha bisogno di essere autorizzato a non essere felice. Di non essere sociale. Di non essere brillante. Di non essere “a posto”.

Forse ha bisogno di riposare. Di uscire un attimo dalla stanza. Di non dover abbracciare tutti. Di non dover raccontare come va. Di non dover sorridere mentre dentro si sente vuoto.

Forse ha bisogno di qualcuno che gli dica: “Io ci sono. Non ti lascio da solo con quello che senti.”

E se riesci, prova a fare tu quella cosa. Prendilo in braccio, metaforicamente ma anche concretamente: con una mano sul petto, con un respiro che si fa più lento, con una frase che non sia un giudizio. Con un limite gentile. Con una scelta piccola che ti protegga.

E se non ci riesci, va bene lo stesso.

Sul serio: va bene lo stesso.

Perché ci sono giorni in cui la cosa più adulta che possiamo fare non è “fare bene”, ma sopravvivere con dignità. Attraversare. Non peggiorare. Non farci male. Non obbligarci a sembrare.

Quel giorno arriverà.

E per quel piccolo o quella piccola, quando finalmente si sentirà visto, quando finalmente non dovrà meritarsi l’amore, quando finalmente non dovrà essere perfetto per essere accolto… ecco, quello sarà Natale.

Non necessariamente il 25 dicembre. Ma Natale.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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