(Ovvero quando il piccolo comanda e l’adulto… obbedisce)
C’è una scena che in molte case si ripete con inquietante regolarità.
Ore 19.34. Il bambino (4 anni, 16 chili, potere illimitato) urla: “VOGLIO LA PASTA IN BIANCO MA SOLO CON QUEL PIATTO BLU A POIS CHE STA IN LAVATRICE!”.
Tu, genitore amorevole e un po’ stremato, obbedisci. Perché? Perché “altrimenti è peggio”.
Benvenuti nella reggia del bambino tiranno.
Un esserino minuscolo che tiene sotto scacco la famiglia con ordini, insulti, pianti greci, spinte, pugni e sguardi truci da film post-apocalittico.
Com’è possibile che una creatura che ancora sbaglia a dire “cocomero” riesca a controllare tutta la baracca?
Spoiler: non è colpa tua. Ma è utile capirci qualcosa in più.
Quando il potere nasce dalla paura
Sotto la sindrome del piccolo despota non c’è un’anima malvagia in miniatura, ma una domanda fondamentale:
“Chi mi protegge?”
I bambini hanno un radar finissimo per captare una cosa: la solidità dell’adulto.
Se mamma e papà trasmettono sicurezza – anche nei no – il bambino può rilassarsi. Può essere piccolo. Può anche fare qualche capriccio, ma sa che c’è chi lo tiene, lo guida, lo contiene.
Ma se l’adulto è troppo assente, disconnesso, fragile, spaventato o semplicemente non c’è (emotivamente o mentalmente), allora il bambino prende il comando.
Lo fa per sopravvivere.
E lo fa come può.
Nascono così le strategie controllanti
Ci sono bambini che diventano dolcissimi, disponibili, empatici.
Abbiamo parlato di loro nel nostro articolo sulla “strategia accudente”: sono i piccoli terapeuti che accudiscono il genitore per sentirsi al sicuro.
E poi ci sono quelli che fanno il contrario: controllano.
Sono quelli che picchiano, insultano, decidono tutto, si oppongono sempre.
Ogni decisione è guerra. Ogni regola è una provocazione.
Sembrano arrabbiati col mondo. E a volte lo sono davvero.
Ma quella rabbia, spesso, è solo paura travestita.
È una difesa. Un modo, rozzo ma efficace, per dire: “Qui nessuno comanda. Perché non posso fidarmi di nessuno. Quindi comando io.”
Non servono schiaffi. Serve uno specchio.
Chiariamo: dire che un bambino è tiranno non significa che vada “raddrizzato a suon di sberle”.
Non funziona. E, spoiler, peggiora le cose.
Perché questi bambini non fanno così per vizio, ma per disperazione.
E il punto non è punirli.
Il punto è capire perché si sono messi alla guida della nave.
A volte è per un genitore troppo duro, spaventoso, imprevedibile.
Altre volte per un genitore troppo fragile, assente, perso nei suoi pensieri o nelle sue fatiche psicologiche.
In entrambi i casi, il messaggio che il bambino riceve è: “sei solo, arrangiati”.
E lui si arrangia. Comandando.
E quindi, che si fa?
No, non si accetta di essere trattati come servi.
Ma neanche si combatte il fuoco con altro fuoco.
Si fa qualcosa di molto più sottile (e difficile):
si torna a essere genitori affidabili.
Vuol dire:
- reggere i no, anche se urla.
- non entrare nel suo stesso livello emotivo, anche se provoca.
- dargli contenimento, anche se ci mette alla prova.
- non giustificare ogni scatto d’ira, ma leggerne il bisogno sottostante.
- esserci, davvero, con la mente e con il cuore.
Perché un bambino tiranno è prima di tutto un bambino che ha paura di non potersi fidare di nessuno.
Un finale poco epico, ma molto utile
Non c’è una formula magica.
A volte serve solo pazienza, fermezza e qualcuno che ci aiuti a guardare la scena con occhi nuovi.
Non perché siamo genitori sbagliati, ma perché nessuno ci ha mai spiegato che anche un bambino furioso è, in fondo, un bambino che chiede aiuto.
E che tornare a essere il suo punto di riferimento è difficile… ma possibile.
Un giorno, un “no”, un abbraccio alla volta.
Barbara
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Tu, genitore amorevole e un po’ stremato, obbedisci. Perché? Perché “altrimenti è peggio”.
Benvenuti nella reggia del bambino tiranno.
Un esserino minuscolo che tiene sotto scacco la famiglia con ordini, insulti, pianti greci, spinte, pugni e sguardi truci da film post-apocalittico.
Com’è possibile che una creatura che ancora sbaglia a dire “cocomero” riesca a controllare tutta la baracca?
Spoiler: non è colpa tua. Ma è utile capirci qualcosa in più.
Quando il potere nasce dalla paura
Sotto la sindrome del piccolo despota non c’è un’anima malvagia in miniatura, ma una domanda fondamentale:
“Chi mi protegge?”
I bambini hanno un radar finissimo per captare una cosa: la solidità dell’adulto.
Se mamma e papà trasmettono sicurezza – anche nei no – il bambino può rilassarsi. Può essere piccolo. Può anche fare qualche capriccio, ma sa che c’è chi lo tiene, lo guida, lo contiene.
Ma se l’adulto è troppo assente, disconnesso, fragile, spaventato o semplicemente non c’è (emotivamente o mentalmente), allora il bambino prende il comando.
Lo fa per sopravvivere.
E lo fa come può.
Nascono così le strategie controllanti
Ci sono bambini che diventano dolcissimi, disponibili, empatici.
Abbiamo parlato di loro nel nostro articolo sulla “strategia accudente”: sono i piccoli terapeuti che accudiscono il genitore per sentirsi al sicuro.
E poi ci sono quelli che fanno il contrario: controllano.
Sono quelli che picchiano, insultano, decidono tutto, si oppongono sempre.
Ogni decisione è guerra. Ogni regola è una provocazione.
Sembrano arrabbiati col mondo. E a volte lo sono davvero.
Ma quella rabbia, spesso, è solo paura travestita.
È una difesa. Un modo, rozzo ma efficace, per dire: “Qui nessuno comanda. Perché non posso fidarmi di nessuno. Quindi comando io.”
Non servono schiaffi. Serve uno specchio.
Chiariamo: dire che un bambino è tiranno non significa che vada “raddrizzato a suon di sberle”.
Non funziona. E, spoiler, peggiora le cose.
Perché questi bambini non fanno così per vizio, ma per disperazione.
E il punto non è punirli.
Il punto è capire perché si sono messi alla guida della nave.
A volte è per un genitore troppo duro, spaventoso, imprevedibile.
Altre volte per un genitore troppo fragile, assente, perso nei suoi pensieri o nelle sue fatiche psicologiche.
In entrambi i casi, il messaggio che il bambino riceve è: “sei solo, arrangiati”.
E lui si arrangia. Comandando.
E quindi, che si fa?
No, non si accetta di essere trattati come servi.
Ma neanche si combatte il fuoco con altro fuoco.
Si fa qualcosa di molto più sottile (e difficile):
si torna a essere genitori affidabili.
Vuol dire:
- reggere i no, anche se urla.
- non entrare nel suo stesso livello emotivo, anche se provoca.
- dargli contenimento, anche se ci mette alla prova.
- non giustificare ogni scatto d’ira, ma leggerne il bisogno sottostante.
- esserci, davvero, con la mente e con il cuore.
Perché un bambino tiranno è prima di tutto un bambino che ha paura di non potersi fidare di nessuno.
Un finale poco epico, ma molto utile
Non c’è una formula magica.
A volte serve solo pazienza, fermezza e qualcuno che ci aiuti a guardare la scena con occhi nuovi.
Non perché siamo genitori sbagliati, ma perché nessuno ci ha mai spiegato che anche un bambino furioso è, in fondo, un bambino che chiede aiuto.
E che tornare a essere il suo punto di riferimento è difficile… ma possibile.
Un giorno, un “no”, un abbraccio alla volta.
Barbara

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