Ieri sono stata ad una lectio di Daniel Lumera sul tema Lascia andare, organizzata dalla Fondazione Faro .
Lumera parte da una premessa netta: lasciare andare non riguarda solo la morte.
È un tema che attraversa tutta la vita. Le relazioni, il corpo, la mente, le emozioni, il passato irrisolto, le aspettative sul futuro, le identificazioni con i ruoli, con l’immagine di sé, con ciò che possediamo o crediamo di essere. Se continuiamo a pensare l’essere umano in modo meccanicistico, ridotto a un insieme di funzioni, il “lasciare andare” sembra una rinuncia. Se invece lo pensiamo come un sistema multidimensionale, diventa un processo naturale che coinvolge contemporaneamente il corpo, la vitalità, l’emotività, il piano mentale, le cause profonde della nostra storia, la dimensione spirituale ed esistenziale, fino a quella che in Oriente viene chiamata legge naturale.
Il problema, dice Lumera, è il contesto in cui viviamo. Una società che accumula tutto e non sa smaltire nulla. Accumuliamo oggetti, informazioni, stimoli, relazioni, identità. Ma non abbiamo sistemi di smaltimento efficaci, soprattutto a livello mentale ed emotivo. A sostegno di questo porta dati molto precisi: negli ultimi dieci anni, secondo report di psichiatria e metanalisi recenti, depressione e ansia sono aumentate del 50% nella fascia 12–24 anni. Un dato enorme, che non può essere letto come fragilità individuale, ma come effetto sistemico.
Ogni giorno, a livello cognitivo, siamo esposti a circa 62 gigabyte di informazioni. La mente adulta, secondo la ricerca neuroscientifica, passa circa il 47% della giornata in uno stato di wandering mind, cioè a pensare a ciò che non sta vivendo in quel momento: futuro, passato, interpretazioni del presente. Questo genera una sofferenza di fondo, una sensazione cronica di vuoto e di disconnessione. Non siamo dove siamo. E questo ha un costo psicologico altissimo.
Lumera racconta anche l’evoluzione della nostra capacità attentiva. Nel 2004, gli studi mostravano che mentre lavoravamo su un compito avevamo un indice medio di distrazione di circa due minuti e mezzo: ogni due minuti e mezzo cambiavamo attività, aprivamo una mail, un file, una finestra. Oggi quell’indice è sceso a 8–43 secondi. L’attenzione è diventata un prodotto di mercato. Dove metti l’attenzione, metti la tua energia vitale. E noi viviamo in una giungla in cui la nostra attenzione viene costantemente catturata, frammentata, sfruttata. Il risultato è che perdiamo la capacità di entrare nello stato di flusso: servirebbero almeno quindici minuti continuativi su un compito per entrare in profondità, ma questa possibilità si è drasticamente ridotta, soprattutto per le nuove generazioni.
Dentro questo contesto, Lumera individua tre grandi ostacoli che impediscono la comprensione autentica del lasciare andare.
Il primo è il possesso. Siamo educati a vivere le relazioni come esperienze di possesso: possedere per sentirci al sicuro, possedere per entrare in intimità, possedere per non perdere. Ma la vita non funziona così. La vita non è una questione di possesso, è una questione di custodia. Ogni essere umano presente oggi è il risultato di una possibilità infinitesimale, parla di centinaia di trilioni di combinazioni, eppure viviamo come se tutto fosse dovuto. Abbiamo smesso di stupirci del fatto di respirare, di camminare, di avere un corpo che funziona. Non si tratta nemmeno di gratitudine: è proprio la perdita del contatto con il miracolo dell’esistenza.
Il secondo ostacolo è la dipendenza, in particolare quella costruita attraverso il sistema dopaminergico di punizione e ricompensa. Lumera richiama esperimenti classici di laboratorio: l’associazione tra stimolo e dolore, la trasmissione transgenerazionale di risposte di paura anche senza apprendimento diretto. Il corpo ricorda ciò che la mente non sa. Fin dall’infanzia veniamo educati attraverso sistemi di addestramento basati su premio e punizione. Questo attiva potentemente il sistema dopaminergico, creando spinta, motivazione, ma anche dipendenza. Molti comportamenti adulti, molte relazioni, molte dipendenze emotive nascono da qui: da parti di noi che non sono state elaborate, che cercano fuori ciò che non è stato integrato dentro. ( E ancora abbiamo un intero sistema educativo familiare e scolastico basato su questo strumento nonostante le evidenze delle neuroscienze ormai dimostrino non solo l’inutilità ma la dannosita)
Il terzo ostacolo è la disconnessione. Disconnessione dal corpo, dal sentire, dall’altro, dalla natura, dalla realtà biologica. Lumera è molto chiaro su questo punto: l’idea di un io separato è un’illusione. Biologicamente non esistiamo come entità isolate. Il fondamento biologico della vita è la relazione. Siamo composti in prevalenza da microrganismi, viviamo in sistemi interdipendenti. La Terra stessa è una sfera sospesa nel vuoto cosmico, e la vita al suo interno è regolata da equilibri di cooperazione, non di competizione. Porta esempi concreti: impollinatori, sistemi ecologici, interdipendenza globale. Anche tra esseri umani: se una persona profondamente depressa si siede accanto a te, senza dire una parola, nel giro di pochi minuti il tuo tono fisiologico tende ad abbassarsi. La salute emotiva dell’altro influisce sulla tua.
Quando Lumera entra nel tema del lutto, il discorso si fa ancora più preciso. Dice chiaramente: quando perdiamo qualcuno, non siamo attaccati solo alla persona, ma soprattutto a ciò che quella persona rappresentava per noi. Sicurezza, famiglia, identità, protezione, senso. Se non riconosciamo questo, rischiamo di confondere l’amore con l’attaccamento. ( e in questo caso per attaccamento lo intendiamo nel senso buddista e non bowbliano!!!) Da qui la frase che ritorna più volte: ti amo e per questo ti lascio andare. Non come atto di distacco freddo, ma come forma di amore che non possiede.
Durante la lectio sono state proposte esperienze corporee per mostrare che ciò che chiamiamo “toccare” è in realtà una percezione mediata dal sistema nervoso. Non tocchiamo davvero l’altro: sentiamo la risposta dei nostri recettori, l’informazione che arriva al cervello, e la interpretiamo. Questo serve a mostrare quanto spesso soffriamo non per ciò che accade, ma per l’interpretazione che ne diamo. Nel fine vita, questo è cruciale: a volte non servono parole, ma presenza, silenzio, tono, respiro.
Infine Lumera ci propone un attivita per portare attenzione sulla respirazione consapevole. Lumera spiega come molti stati emotivi – ansia, agitazione, disregolazione – incidano direttamente sul respiro, riducendone l’ampiezza. Un adulto può immettere tra i 500 e i 3000 cm³ di aria, ma sotto stress utilizza solo la respirazione clavicolare. Respirare in modo consapevole ossigena meglio il cervello, riduce l’attivazione cardiocircolatoria, abbassa la temperatura corporea, sostiene il sistema immunitario. I
Un passaggio centrale riguarda il non-sapere. Per lasciare andare, dice Lumera, dobbiamo smettere di credere di sapere. Accumuliamo informazioni perché abbiamo paura di non sapere, paura di essere esclusi, di non essere amati, di non essere adeguati. Ma l’illusione del sapere è una forma di nevrosi. Nell’amore, soprattutto dopo la fase neurobiologica dell’innamoramento, sostenuta da dopamina e altri neurotrasmettitori, se non subentra una costruzione relazionale fatta di valori, comunanza, contenimento, arriva la delusione. Non perché l’amore finisca, ma perché non riconosciamo la neurobiologia del legame. Da qui l’invito radicale: non sapere. Non dare mai l’altro per conosciuto.
Nel momento della morte, dice Lumera, viene meno il fare, l’avere, l’apparire. A volte viene meno anche il sentire. È una spogliazione totale. E proprio per questo può diventare un luogo di verità profonda, se accompagnata senza controllo. Nel libro e nella lectio indica due elementi fondamentali per una “morte di pace”: risolvere i sospesi e conoscere il proprio progetto di vita, il significato più profondo della propria esistenza. Non all’ultimo momento, ma vivendo.
Alla fine, ciò che resta è una postura esistenziale. Lasciare andare non è una tecnica, non è una frase motivazionale, non è un atto eroico. È imparare a stare nella vita senza possederla, nelle relazioni senza imprigionarle, nel dolore senza anestetizzarlo, nel vuoto senza riempirlo subito.
E la domanda, inevitabile, resta aperta. Non come provocazione, ma come invito onesto a guardarsi dentro:
tu cosa – o chi – devi, o vorresti, lasciare andare?
Nei prossimi giorni condividerò alcune riflessioni su questo tema utili in particolare per i genitori e per le coppie… intanto se ti va puoi scrivermi le tue impressioni…







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