Perché Nessuno Guarisce Da Solo

Parlo a te che stai male e continui a dirti che devi farcela.

Da solo.

Non perché stai bene. Ma perché pensi che chiedere aiuto significhi crollare.

O peggio: ammettere di non essere all’altezza dell’immagine che hai sempre avuto di te. Quella di chi regge, capisce, tiene insieme.

Sei una persona che ragiona.

Che analizza. Che collega i punti. Che sa da dove viene quello che prova.

E infatti capita che ti dici “ok, ho capito tutto”, e il dolore che, educatamente, resta lì. Come a dire: bene, e adesso?

C’è una confusione molto comune, soprattutto nelle persone intelligenti e sensibili: scambiare il rimuginio per lucidità.

Ma riflettere apre, il rimuginio stringe.

Riflettere ti fa muovere, il rimuginio ti tiene fermo con l’illusione di essere in controllo.

È una lavatrice che gira a vuoto.

Fa rumore, consuma energia, ma i panni restano sporchi. E tu sempre più stanco.

E allora succede questo: la giornata scivola via tra pensieri e schermi. Un social, poi un altro. Non per interesse, ma per spegnerti un po’. Una specie di morfina digitale, a basso dosaggio ma costante.

Alla fine resta quella sensazione lì: vuoto, solitudine, una fatica che pesa più del dolore stesso. Pensi e ripensi a cosa avresti dovuto fare o dire, a dove é iniziato tutto, al fatto che non te lo meriti, o che te lo meriti, al fatto che è colpa di… e se fosse stato che… o se non ci fosse stato… e più pensi e meno ne esci, più ti chiudi nel vortice dei pensieri più ne rimani intrappolato.

Non è perché non ti impegni abbastanza.

È perché un essere umano lasciato solo con la sofferenza fa quello che può per sopravvivere.

Chiedere aiuto, quando si sta così, è difficilissimo.

Perché la sofferenza ha una voce severa e convincente. Ti dice che sei tu il problema. Che esageri. Che dovresti cavartela. Che gli altri ce la fanno. Che se non ci riesci, allora c’è qualcosa che non va in te.

Ma lasciami dire una cosa con molta chiarezza e molta cura:

nessuno guarisce da solo.

Nemmeno quelli che sembrano forti. Nemmeno quelli che “hanno capito tutto”.

La terapia non è il posto dove si va quando si è fragili.

È il posto dove si smette di fare gli eroi contro se stessi.

Non ti promette di togliere il dolore. Non ti vende felicità.

Ti offre qualcosa di più concreto e più raro: una relazione sufficientemente sicura in cui il dolore può stare senza travolgerti. Dove non devi essere bravo. Dove non devi dimostrare niente.

C’è una frase di Irvin D. Yalom che dice questa cosa in modo molto diretto:

È la relazione che guarisce. La relazione è l’agente terapeutico.”

Non la spiegazione perfetta.

Non il controllo.

Non lo sforzo titanico di farcela da soli.

La relazione.

Ed é questo il motivo per cui anche noi terapeuti andiamo in terapia. E in supervisione.

Non perché non conosciamo la teoria. Anzi. Proprio perché la conosciamo, sappiamo che il dolore non si cura nella testa. Si maneggia nella relazione. Sempre.

Non siamo diversi io e te. Siamo esseri umani che hanno imparato, spesso a caro prezzo, che l’autoanalisi eroica non salva. L’incontro, sì.

E se hai figli, permettimi una cosa ancora.

La tua sofferenza, anche quando non la dici, arriva. I figli sentono quello che non nominiamo molto più di quello che spieghiamo. Non serve essere genitori perfetti. Serve essere adulti che si prendono la responsabilità del proprio dolore, invece di lasciarlo circolare nell’aria di casa.

È lo stesso discorso che faccio spesso ai genitori di adolescenti quando mi dicono:

Eh, ma lui non vuole venire in terapia.”

E io penso: se zoppicasse, lo lasceresti a casa perché “non ha voglia” dell’ortopedico?

Aspetteresti che impari a vivere con le stampelle, sperando che prima o poi gli passi?

Ecco. Con la sofferenza emotiva facciamo spesso questo.

Aspettiamo. Minimizzando. Tenendo duro. Convincendoci che sia solo una fase. Che prima o poi passerà.

Se fosse tuo figlio a stare male aspettersti che gli passi? Non trattarti diversamente…

La vita non è una prova di resistenza.

La nostra prima esperienza umana non è stata razionale.

È stata relazionale.

Siamo nati in una diade. Prima di pensare, abbiamo sentito. Prima di capire, siamo stati visti…o non visti.

È lì che si sono aperte le ferite.

Ed è lì, nella relazione, nel riconoscimento vivo e incarnato, che possono iniziare a rimarginarsi. Non sparendo, ma smettendo di occupare tutto lo spazio.

La vita non sarà mai priva di sofferenza.

Ma non dovrebbe toglierti la voglia di esistere.

E non dovrebbe essere affrontata da soli, in silenzio, come una gara a chi regge di più.

Andare in terapia non ti rende meno.

Non ti toglie valore.

Non dice che hai fallito.

Dice solo questo: che hai deciso di non restare da solo a soffrire.

E, a volte, credimi é già l’inizio del respiro.

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Grazie per la risposta. ✨

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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