Ieri sera sono stata al Carignano a vedere l’Otello di Shakespeare.
E ogni volta che torno a casa dopo una tragedia mi succede una cosa strana, molto poco glamour e molto vera: mi porto via una storia, certo. Ma soprattutto mi porto via persone. Persone che restano addosso. Vive, contraddittorie, riconoscibili. Quelle che in teatro hanno i costumi e le luci, e in studio arrivano senza trucco e senza scenografia, ma con lo stesso tremore negli occhi. Il teatro, quando è teatro davvero, non ti spiega: ti attraversa. E ti lascia lì, sul pianerottolo di casa, a pensare “ok… questa l’ho già vista, solo che non si chiamava Otello”.
In scena c’è un Otello che tiene insieme magnetismo e fragilità, e c’è un Iago che non è “cattivo” nel modo caricaturale: è quel tipo di male elegante che non urla, non sbava, non perde mai il controllo. È il maestro dell’inganno, sì. Ma soprattutto è il maestro delle interpretazioni. E attorno a loro la materia grezza di sempre: passione, gelosia, fragilità. Vite tradite e mostrate senza filtri. E ogni gesto sembra dire: guarda bene, perché questa storia non è in un libro. Questa storia è nelle coppie, nelle famiglie, nei messaggi letti tre volte, nelle notti in cui ti dici “non ci penso” e intanto ci pensi.
Poi arriva la chiusura. E Otello pronuncia una frase che, detta lì, non suona come poesia. Suona come diagnosi. “Le cose che non sai ma che credi di sapere ti rovinano la vita.”
E io, da terapeuta, avrei voluto alzarmi e applaudire la frase da sola. Perché è esattamente così che funziona la gelosia: non ha bisogno di fatti, ha bisogno di convinzioni. E la convinzione, quando nasce dalla paura, non cerca conferme per capire; cerca conferme per non tremare. Solo che più cerchi di non tremare, più ti irrigidisci. E più ti irrigidisci, più qualunque dettaglio diventa una prova. Una spunta sul modulo: “Ecco, lo sapevo”.
Shakespeare qui è attuale in modo quasi imbarazzante, perché mette in scena una cosa che vedo continuamente: la gelosia non come sentimento romantico “troppo intenso”, ma come allarme identitario. Non è “ho paura di perderti”. È “ho paura che, perdendoti, io perda valore”. E quando la minaccia non riguarda un nemico esterno ma il tuo valore interno, la mente cambia assetto: diventa investigativa. Si irrigidisce. Cerca prove. E soprattutto perde una cosa essenziale: la capacità di restare in relazione mentre è spaventata.
Otello non crolla solo perché immagina un tradimento. Crolla perché quel tradimento, nella sua testa, diventa una sentenza su di lui. Non “mi hai ingannato”, ma “mi hai svelato”. Mi hai svelato che non valgo abbastanza. Che sono sostituibile. Che posso diventare ridicolo. E qui la gelosia smette di essere un’emozione e diventa un assetto identitario: una ferita narcisistica, nel senso clinico e non moralistico del termine. Non narcisismo come vanità, ma come punto vulnerabile del Sé: il bisogno di sentirsi degni di amore, al sicuro nello sguardo dell’altro.
Otello, infatti, non è “geloso di carattere” come se fosse un segno zodiacale. È un uomo competente, stimato, abituato a governare l’azione. Il punto è che quando il pericolo diventa interno – dubbio, vulnerabilità, paura di non valere – non ha più gli stessi strumenti. Desdemona per lui è anche una conferma: di essere amabile, degno, scelto. L’amore, insomma, come appoggio identitario. E quando quell’appoggio vacilla, non vacilla solo la relazione: vacilla lui.
Qui entra in scena la vergogna, che è sempre la regina madre delle tragedie relazionali. Otello è un outsider e lo sa. Porta addosso lo sguardo degli altri, l’idea di dover dimostrare. La gelosia non nasce solo dall’idea di perdere Desdemona, ma dall’idea di diventare “quello che non ha capito”. Quello ingannato. Quello umiliato. E quando la vergogna prende il timone, la mente non cerca più la verità: cerca di non essere umiliata.
Ecco perché la gelosia non dà pace. Perché non sta litigando con un rivale. Sta litigando con un’idea interna di sé che si sente minacciata. Quando il valore personale è in discussione, la mente non riposa.
Iago lo sa benissimo. E fa la cosa più pericolosa che si possa fare a una mente spaventata: le dà un’interpretazione pronta. Non porta un fatto, porta un filtro. E il filtro trasforma il mondo. A un certo punto Otello non cerca più la relazione come luogo di regolazione: la cerca come tribunale. Non vuole capire, vuole sentenziare. E quando la mentalizzazione si spegne – quando non riesci più a tenere in mente che l’altro ha una mente separata dalla tua – la gelosia non tollera sfumature. Vuole un sì o un no. Colpevole o innocente. Mi ami o mi umili.
Desdemona, in tutto questo, fa la cosa che in seduta vedo fare spesso a chi è innocente e innamorato: prova a rassicurare, prova a spiegare, prova a “fare bene”. Ma quando l’altro è in allarme, la spiegazione non consola: irrita. Perché la parte ferita non si calma con le parole. Si calma con la sicurezza. E qui la sicurezza è stata sequestrata dal sospetto.
E adesso usciamo dal teatro e rientriamo nelle nostre vite, dove la gelosia ha un equivoco enorme a suo favore: viene scambiata per amore. “Se è geloso vuol dire che ci tiene.” “Se soffro così è perché amo tanto.” È una narrazione che suona romantica, ma spesso è soltanto rassicurante: dà un vestito elegante a una cosa che elegante non è. Perché molte gelosie non nascono dall’amore per l’altro: nascono dall’amor proprio che si sente minacciato.
Non amor proprio in senso sano, quello che ti fa dire “merito rispetto”. Amor proprio vulnerabile: quello che non regge l’idea di essere messi da parte, rifiutati, scartati. La gelosia, in questa forma, è una difesa dalla vergogna. È un tentativo disperato di non sentire quel punto interno che sussurra: non sei abbastanza. Sei sostituibile. Sei rifiutabile.
E infatti sotto molte gelosie c’è un pensiero terribile, quasi infantile, ma potentissimo: “Se mi tradisci, significa che io ho sbagliato qualcosa.” Come se l’amore dell’altro fosse un voto sul nostro valore. E allora la mente gelosa non riposa, torna e ritorna, controlla, interpreta, mette in fila dettagli come fossero perle. Ma non si placa, perché sta cercando nel posto sbagliato: nella fedeltà dell’altro sta cercando una cura per una ferita interna.
Quando la gelosia è difesa narcisistica si presenta come certezza: so come stai, so cosa fai, so cosa sei. E lì l’incontro diventa impossibile, perché l’incontro richiede rischio. E la parte ferita, il rischio, lo odia.
Il lavoro psicologico, allora, non è spegnere la gelosia come fosse un interruttore. È ricostruire una base interna: un posto dentro di sé dove il valore non dipende dall’essere preferiti a qualcun altro, dall’avere una prova, dall’essere certi. È recuperare la dignità di dire “ho paura” invece di dire “sei colpevole”. È imparare a reggere te stesso quando l’amore ti espone, invece di trasformare l’esposizione in controllo.
Il bello, e il duro, è che queste storie non servono a farci sentire migliori. Servono a farci diventare più lucidi. Perché quando riconosci il meccanismo, puoi interromperlo prima che diventi destino. E forse è per questo che amo il teatro: perché assomiglia alla stanza di terapia. Ti mette davanti a ciò che eviti. Ti toglie l’alibi. E ti ricorda che le cose che non sai, ma che credi di sapere… sì, possono rovinarti la vita. Ma possono anche, se le guardi davvero, rimettertela in mano
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