Superare la Dipendenza Affettiva: Consigli Pratici

La dipendenza affettiva è una di quelle cose che, finché non ti ci trovi dentro, suonano un po’ melodrammatiche. Poi ci finisci dentro e scopri che non c’è niente di teatrale: c’è una quotidianità fatta di micro-sismi. Un messaggio che non arriva, una spunta che resta grigia, un “oggi sono stanco” che ti scivola addosso come fosse una sentenza. E tu, persona adulta, con un lavoro, una vita, magari anche un buon livello di intelligenza emotiva… ti ritrovi a fare l’archeologo del tono di voce.

Non è che “ami troppo”. È che, in quel momento, l’altro è diventato il tuo regolatore emotivo. Se c’è, respiri. Se manca, il corpo entra in allarme. E quando il corpo decide che sta succedendo qualcosa di grave, la mente si mette al servizio della missione: recuperare la sicurezza. Subito. Anche a costo di perderti un po’.

Dipendenza affettiva: non è romanticismo, è vigilanza

Chi vive dipendenza affettiva spesso non è fragile. È iper-allenato. Ha un radar potentissimo puntato sull’altro: coglie sfumature, micro-cambiamenti, silenzi, ritardi, “stranezze” che agli altri passano sotto al naso. Il problema è che quel radar, a forza di lavorare fuori, ha abbassato il volume dentro.

E così succede una cosa curiosa: ti sembra di essere dentro una storia d’amore, ma in realtà sei dentro un sistema di allarme. La dipendenza affettiva assomiglia all’amore intenso solo in superficie. Sotto, è un bisogno: di certezza, di conferma, di non crollare.

La domanda quindi non è “quanto lo/la amo?”. La domanda è: “quanto mi sto restringendo per reggere questa relazione?”.

I segnali: quando la relazione diventa un termostato

Ci sono segnali evidenti e segnali più subdoli. Quelli evidenti sono i pensieri che non ti mollano: l’altro in testa sempre, anche quando dovresti concentrarti, riposare, vivere. L’umore che sale e scende in base ai suoi messaggi, alle sue attenzioni, ai suoi silenzi. La sensazione che basti un’assenza piccola per sentire un vuoto enorme.

Poi ci sono i segnali più “educati”, quelli che non fanno rumore ma cambiano la tua forma.

Ti iperadatti: dici meno, chiedi meno, fai meno confusione. Ti diventi comodo/a. Ti convinc i che “non è niente”, che “esagerare non serve”, che “meglio non creare problemi”. E intanto i confini, invece di proteggerti, diventano una colpa.

E c’è un dettaglio che fa luce su tutto: la dipendenza affettiva non è “amore grande”. È urgenza. È una fatica fisica, una tensione nel corpo che ti spinge a cercare un segnale di sicurezza dall’esterno. Il romanticismo, di solito, non dà l’ulcera.

E sì, riguarda anche gli uomini. Anzi: spesso negli uomini si vede sotto altre forme, più difficili da nominare. Gelosia travestita da “protezione”, controllo travestito da “mi importa”, chiusura e rigidità come difesa dall’ansia. Ma la radice è la stessa: se l’altro si allontana, io mi sento minacciato.

Perché si resta anche quando è finita

Questa è la parte che molte persone giudicano… e invece andrebbe capita con una delicatezza quasi clinica. Perché non si resta “perché si è stupidi”. Si resta perché il legame ha un valore di sopravvivenza emotiva.

Si resta per paura del vuoto. Non della solitudine romantica, quella da film con la coperta e la tisana. Parlo del vuoto che risveglia pensieri antichi: “non valgo”, “non sono scelto”, “sono troppo”, “sono poco”. La relazione, anche se ormai non nutre, anestetizza.

Si resta per investimento: tempo, energie, speranza. Il cervello odia l’idea di aver dato tanto per qualcosa che non “ha funzionato”, e quindi tenta il recupero. Ancora un tentativo. Ancora una conversazione. Ancora una prova. È come continuare a mettere monete in un distributore che non eroga: non perché credi nei miracoli, ma perché non vuoi accettare la perdita.

Si resta per identità: dopo un po’ non è solo “sto con quella persona”, è “io sono quella persona che sta con…”. Quando finisce, sembra che finisca una parte di te. E il lutto non è solo dell’altro: è della versione di te che eri dentro quella storia.

Si resta per senso di colpa e ruolo di salvataggio: “se lo/la lascio crolla”, “senza di me si perde”, “io devo avere pazienza”. Qui succede spesso un equivoco: si confonde l’amore con la responsabilità di regolare l’altro. Ma se una relazione si regge solo sulla tua capacità di tenere insieme i pezzi, non è una relazione: è un pronto soccorso.

E infine, si resta per intermitt enza. Questo è il carburante più potente. Quando l’altro alterna calore e gelo, presenza e sparizione, promesse e ritiri, il tuo sistema nervoso entra nel gioco d’azzardo: “stavolta torna come prima”. Non perché “sei dipendente dal dramma”, ma perché l’intermittenza è neurobiologia della ricompensa: ti dà picchi e crolli, e ti aggancia.

Perché idealizziamo un partner

Idealizzare non è essere ingenui. È un modo della mente per sopravvivere alla mancanza. In astinenza affettiva, il cervello monta un trailer bellissimo e taglia le scene brutte. Serve a reggere il dolore nell’immediato.

Idealizziamo perché ci aggrappiamo alla versione potenziale dell’altro: “se capisse, se maturasse, se guarisse…”. E a quel punto non stiamo più amando una persona: stiamo amando una possibilità. Che è molto comoda, perché non deve mai diventare reale.

Idealizziamo perché, se ammettiamo che la relazione era incoerente o ferente, rischiamo di farci una domanda difficile: “perché ho accettato così poco?”. È più facile pensare che fosse “quello giusto nel momento sbagliato” che guardare in faccia i nostri punti ciechi.

E a volte idealizziamo perché dentro quel legame stavamo cercando un risarcimento antico: essere finalmente visti, scelti, al sicuro. Quando quella promessa crolla, non perdiamo solo una relazione: perdiamo una speranza.

Cosa fare (oltre ad andare in terapia)

La terapia è uno spazio privilegiato perché lavora in profondità: attaccamento, ferite, modelli interni, ripetizioni. Ma ci sono anche passi concreti che puoi iniziare a fare subito, soprattutto se ti riconosci in quel circuito “ansia → contatto → sollievo → nuova ansia”.

Il primo è imparare a riconoscere l’urgenza come segnale, non come comando. Quando senti l’impulso di scrivere, controllare, inseguire, fermati un minuto. Letteralmente. Piedi a terra, una mano sul torace o sull’addome, fai un’espirazione un po’ più lunga dell’inspirazione per alcuni cicli. Non per diventare zen: per riportare il corpo da “allarme” a “presenza”. Perché se il corpo è in allarme, la mente scrive messaggi che poi non ti riconosci più.

Il secondo è una regola semplice e potentissima: non decidere mai sotto picco emotivo. Se vuoi mandare quel messaggio, rimandalo di venti minuti. Poi di trenta. Poi di un’ora. In quel tempo fai qualcosa di concreto e fisico: doccia, camminata, riordino, cucina, telefonata a una persona affidabile. Non stai “reprimendo”: stai scegliendo.

Il terzo è mettere la realtà su carta. Due colonne: “cosa mi manca” e “cosa mi faceva male”. Quando idealizzi, quella lista è il tuo antidoto gentile. Non per demonizzare l’altro, ma per rimettere insieme il film intero.

Il quarto è ridurre le droghe emotive: rileggere chat, controllare social, guardare foto, cercare segnali. Sono comportamenti comprensibili, ma alimentano il craving. Se stai provando a disintossicarti, non tieni la sostanza sul comodino.

Il quinto è allargare la vita. La dipendenza restringe; la cura allarga. Riprendi luoghi, amici, interessi, attività che ti fanno sentire competente e vivo/a. Non come “distrazione”, ma come ricostruzione dell’identità: ricordare al cervello che esisti anche senza quell’ancora.

Il sesto è allenare confini brevi e ripetibili. La dipendenza tende a spiegare troppo, a convincere, a negoziare la dignità. Un confine, invece, è una frase chiara sostenuta dai fatti: “Per me sparire così non va bene.” “Ne parliamo quando c’è rispetto.” “Se non c’è reciprocità, io mi fermo.” Non serve urlare. Serve essere coerenti.

Una nota necessaria: se nella relazione ci sono controllo, svalutazione, isolamento, minacce, paura, allora non è solo dipendenza affettiva. È una dinamica potenzialmente abusante. In quel caso la priorità è la sicurezza, e vale la pena attivare protezioni reali oltre a qualsiasi percorso: persone di fiducia, servizi dedicati sul territorio, supporti specializzati.

Il segnale che stai uscendo dal tunnel

Non è quando non ti importa più. È quando smetti di chiederti “mi sceglierà?” e inizi a chiederti “io mi sto scegliendo?”. Quando il contatto non è più un’ambulanza, ma una possibilità. Quando l’amore torna a essere un incontro tra due persone, e non una prova da superare per sentirsi degni.

Se ti sei riconosciuto/a anche solo in una parte, non serve fare diagnosi su di te. Serve iniziare a trattarti come qualcuno che merita una relazione che non tolga aria

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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