Vuoto e noia in adolescenza: come accompagnare senza riempire

C’è un momento, nella vita di ogni adolescente, in cui sembra non succedere niente.
Non entusiasmo, non tragedia. Solo una specie di sospensione, un “boh” difficile da raccontare.

Noia e vuoto: due esperienze che mandano in crisi i ragazzi e — soprattutto — gli adulti che li accompagnano.
Perché quando un figlio o uno studente si ferma, sembra che tutto il nostro sistema educativo e relazionale vada in tilt.

Siamo cresciuti nell’idea che “stare bene” significhi essere attivi, pieni, motivati.
E quindi quando arriva il vuoto, ci spaventiamo.
Eppure, il vuoto non è assenza: è spazio.

Noia e vuoto: non sono la stessa cosa

A volte si abbracciano, ma non sono identici.

  • La noia è quella sensazione grigia che ti fa scorrere reel in loop senza ricordare il primo.
  • Il vuoto è più profondo: è come non sentire nulla, essere scollegati da sé e dal mondo.

Non sono difetti.
Sono stati umani.

Può essere difficile riconoscerli, e spesso li confondiamo con svogliatezza, pigrizia, disinteresse.
In realtà, raccontano un passaggio: un momento sospeso tra ciò che ero e ciò che ancora non so di essere.

E se c’è un tempo della vita in cui questa sospensione è fisiologica, è proprio l’adolescenza.

Perché il vuoto fa così paura agli adulti

Perché ci costringe a fermarci.
E fermarsi può essere spaventoso.

Noi adulti spesso abbiamo paura del silenzio: appena c’è uno spazio, lo riempiamo.
Con parole, attività, consigli, soluzioni — qualunque cosa pur di non sentire quell’eco lì dentro.

E allora, quando un figlio dice “non so cosa fare”, scatta la modalità manager:

  • “Esci!”
  • “Iscriviti a calcio!”
  • “Vai a trovare qualcuno!”
  • “Troviamo un corso!”

Riempire è rassicurante.
Per noi.

Peccato che la noia — quella vera — non si elimini con un’agenda piena.
E che il vuoto non scompaia solo perché lo ignoriamo.

A volte, quel momento sospeso è una domanda travestita:

“Che ci faccio con me stesso?”

Ed è enorme, a quattordici anni come a quaranta.

La noia che apre, la noia che chiude

Non tutta la noia è uguale.
C’è una noia che libera — fertile, creativa, piena di possibilità.
E c’è una noia che spegne — pesante, appiccicosa, senza direzioni.

La prima è spazio.
La seconda è richiesta di compagnia.

Non di soluzioni.
Di presenza.

Quando un ragazzo dice “non ho voglia”, spesso sta dicendo:

“Puoi stare qui, mentre non succede niente?”

E questo, per un adulto, è difficilissimo.
Molto più difficile che trovare un’attività.

Perché restare accanto al vuoto significa farci i conti anche con il nostro.

Il vuoto come luogo di crescita

L’adolescenza è un territorio di mezzo: non sei più ciò che eri, non sei ancora ciò che sarai.
Spesso non sai nemmeno se ti piace chi stai diventando.

Quel senso di vuoto non è patologia: è confine.
E il confine non è un errore.
È un luogo di costruzione.

Noi adulti vorremmo accelerare il processo, saltare le parti scomode, arrivare alla versione finale.
Ma il vuoto è un laboratorio.
E la noia è la pausa in cui quello che hai vissuto trova un posto.

Non serve riempirli.
Serve riconoscerli.


Come stare accanto a noia e vuoto

Non servono grandi discorsi.
Serve presenza.

  • Non giudicare
  • Non interpretare subito
  • Non riempire
  • Non scappare

A volte basta dire:

“Sono qui.”

E restarci davvero.

Il corpo parla: rallenta, si spegne, si fa più pesante.
L’adolescente ha bisogno di un punto fermo, non di un’agenda piena.

Quando la sensazione di vuoto si fa troppo intensa o troppo prolungata, può essere utile un aiuto professionale.
Non perché c’è qualcosa “di sbagliato”, ma perché ciò che accade merita spazio e cura.

Noi adulti: possiamo restare?

La domanda vera è questa.

Non possiamo chiedere ai ragazzi di tollerare il vuoto se noi siamo i primi a scappare dal nostro.
Se ogni volta che siamo soli cerchiamo rumore, se riempiamo ogni minuto per non sentire, se non lasciamo mai che qualcosa si depositi.

Accompagnare un adolescente significa, prima, conoscere le nostre stanze interne.
Saperci stare.

Non è facile.
Nemmeno per noi.

Ma il messaggio più potente che possiamo dare è semplice:

“Non devi essere pieno per essere amato.

In fondo

La noia non è un fallimento.
Il vuoto non è un’emergenza.

Sono parti del viaggio.
Momenti in cui la vita si prepara, si assesta, si fa domande.

Non dobbiamo evitarli.
Dobbiamo esserci.

Rimanere sulla soglia, senza chiudere la porta.
Lasciarli andare e tornare.
Tenere accesa una luce piccola, che non abbaglia ma accompagna.

Perché quando la vita rallenta, qualcosa si muove.
E spesso ciò che nasce nel silenzio è proprio ciò che stavamo cercando senza saperlo.

A volte basta restare accanto.
Altre volte serve uno spazio in cui il silenzio possa diventare parola, e la nebbia prendere forma.

Nel mio studio accompagno ragazzi e famiglie proprio in questo: trovare insieme un linguaggio per ciò che sembra vuoto.
E scoprire che, spesso, in quel vuoto c’è più vita di quanta immaginiamo

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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