(Ancora suggestioni dal Convegno di Suicidologia, ottobre 2025)
Ancora un articolo sulle suggestioni del Convegno di Suicidologia a cui ho partecipato ad inizio ottobre.
La prof.ssa Daniela Lucangeli, come sempre, mi ha emozionata ed è riuscita a portare tutto il pubblico ad un livello di coinvolgimento raro: un silenzio denso, vibrante, quasi palpabile… come se, per un istante, tutti i battiti cardiaci in sala avessero trovato lo stesso ritmo.
Da quella voce così limpida e piena di vita, è arrivato un pensiero che continua a risuonare:
se il corpo cambia continuamente, come mai noi restiamo “noi”?
E perché le cicatrici e le rughe rimangono, anche se la pelle si rinnova ogni pochi giorni?
La memoria del corpo: un archivio di sopravvivenza
Lucangeli lo spiega in modo meravigliosamente semplice: ogni cellula, prima di “andarsene”, passa il testimone alla successiva, lasciandole le informazioni più preziose — soprattutto quelle legate al dolore.
“La pelle cambia cellule ogni pochi giorni, eppure conserva le cicatrici.
Perché ogni cellula, prima di morire, consegna alle nuove il ricordo del dolore: un messaggio di protezione per il futuro.”
Non è filosofia. È epigenetica: il modo in cui la vita si ricorda di sé stessa.
Le cicatrici non sono difetti, ma istruzioni di sicurezza: segnano i luoghi in cui il corpo ha imparato qualcosa di importante, e lo tramanda, come un’eco biologica, alle cellule che verranno.
Le memorie del futuro
La professoressa lo chiama “memoria prospettica”: non una memoria che guarda al passato, ma una che protegge il futuro.
Il dolore, in questa prospettiva, non è un residuo da cancellare, ma un segnale di vita. È ciò che avverte, prepara, istruisce.
Il corpo si fa custode di ciò che serve per non inciampare ancora negli stessi pericoli — proprio come una madre che ricorda ai figli dove si sono feriti, perché non accada di nuovo.
Il linguaggio del corpo e la relazione
Il punto più toccante della lecture arriva quando Lucangeli mostra come, già nel grembo materno, il battito del cuore della madre trasmetta informazioni al feto.
Ogni pulsazione è una vibrazione che attraversa il liquido amniotico e racconta al corpo in formazione se il mondo fuori è sicuro o minaccioso.
È da lì che comincia il dialogo corpo-mente: un linguaggio fatto di vibrazioni, contatto, calore, carezze che insegnano al cervello a non sentirsi solo.
Le cicatrici come ponti, non come ferite
Ecco allora il cambio di sguardo che questa prospettiva ci chiede:
le cicatrici non parlano solo di ferite, ma di resilienza biologica.
Sono il modo con cui la vita si ricorda di avercela fatta.
Come terapeuti, genitori, educatori, possiamo imparare a non temere i segni del dolore, ma a leggerli come messaggi di continuità, come voci che dicono “sono sopravvissuto”.
Quando quelle memorie trovano una relazione che le contiene — uno sguardo, una presenza, una voce — smettono di essere allarmi e diventano mappe di orientamento.
Le cicatrici restano perché il corpo ricorda.
Ma ricordare, in fondo, è la forma più antica di cura.
Nel momento in cui riconosciamo il senso di quei segni, il dolore smette di essere un peso e diventa sapienza incarnata: la prova che la vita, nonostante tutto, ha continuato a scegliere sé stessa
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