Il corpo come archivio del trauma

C’è un modo in cui il corpo ricorda anche quando la mente dimentica.

Alcune persone non riescono mai a rilassarsi del tutto: vivono con un allarme costante, un’irrequietezza sottile che non si spegne nemmeno quando apparentemente “va tutto bene”.

Il corpo sembra non fidarsi della quiete, come se la tranquillità fosse una trappola.

Questa condizione non nasce da un carattere ansioso o da una predisposizione.

È la traccia fisiologica di un vissuto precoce in cui la sicurezza relazionale non è stata garantita.

Il prof. Benedetto Farina, durante la formazione che ho seguito di recente, lo ha espresso con grande chiarezza: il trauma dell’attaccamento è prima di tutto un fallimento biologico di regolazione.

Significa che, nei primi anni di vita, il sistema nervoso del bambino — che non ha ancora la capacità di autoregolarsi — si costruisce sull’esperienza corporea dell’altro.

Quando la figura di accudimento è sintonizzata, calma, disponibile, il corpo del bambino impara che il mondo è un posto prevedibile, e che l’attivazione può cedere alla quiete.

Ma se quell’adulto è spaventato, depresso, imprevedibile o emotivamente assente, il piccolo non riceve segnali di sicurezza: resta in uno stato di allerta cronica, in cui l’attivazione non trova mai scarico.

Non è una questione psicologica, ma neurofisiologica.

L’attaccamento, spiega Farina, non è solo un legame affettivo: è un sistema di regolazione biologica reciproca.

Il cuore, il respiro, il tono muscolare e la secrezione ormonale del bambino vengono modellati dalla presenza dell’altro.

Quando questa presenza è incoerente o spaventante, il sistema nervoso autonomo — che regola le funzioni vitali di base — si organizza in funzione della minaccia, non della sicurezza.

Il corpo, così, si abitua a vivere come se il pericolo fosse sempre dietro l’angolo.

Il sistema simpatico resta in iperattivazione, il parasimpatico perde la sua flessibilità, e la fisiologia della sopravvivenza prende il posto di quella della relazione.

È ciò che Stephen Porges descrive nella teoria polivagale: quando la sicurezza manca, il corpo blocca la possibilità di connessione e si rifugia in modalità di difesa.

Farina aggiunge un tassello fondamentale: nelle persone con attaccamento traumatico, questo non è un evento occasionale, ma uno stato cronico dell’organismo.

Quando la minaccia diventa la normalità

Il trauma relazionale non è un episodio, ma un ambiente.

È crescere in un clima in cui la vicinanza non è fonte di conforto ma di allarme.

Il corpo, che dovrebbe potersi distendere nella presenza dell’altro, si irrigidisce; il respiro diventa corto, la muscolatura tesa, il sonno leggero.

Ogni cellula impara che rilassarsi è pericoloso, che abbassare la guardia espone al rischio.

E questa lezione diventa il fondamento dell’identità.

Molti adulti vivono così senza saperlo.

Raccontano di ansia, insonnia, mal di testa, difficoltà a “staccare”, ipersensibilità al rumore o alle critiche.

Ma dietro questi sintomi c’è spesso un corpo che non ha mai imparato la calma perché non l’ha mai respirata accanto a nessuno.

È per questo che il trauma dell’attaccamento è così resistente al cambiamento: perché non è una ferita della memoria esplicita, ma della memoria implicita, quella che si scrive nei circuiti corporei, nei pattern neurovegetativi, nel modo in cui il cuore accelera o la pelle suda.

Non si guarisce “capendo”, ma sperimentando qualcosa di diverso.

Il corpo che impara di nuovo

Il percorso terapeutico, in questi casi, non può partire solo dal racconto.

Come dice Farina, “non si può integrare ciò che il corpo non riesce ancora a tollerare”.

Serve prima restituire al sistema nervoso la possibilità di oscillare tra attivazione e calma, di percepire che il contatto non è una minaccia ma una risorsa.

Per questo, nelle terapie del trauma relazionale — come la TIST, l’EMDR somatico o gli approcci basati sulla teoria polivagale — il lavoro comincia spesso dal corpo: dal respiro, dalla postura, dalla presenza condivisa.

È attraverso esperienze di co-regolazione che la mente può tornare a pensare.

Quando un terapeuta, un partner o un genitore riescono a restare presenti anche di fronte all’intensità emotiva dell’altro, stanno offrendo al corpo una lezione nuova: la vicinanza può essere sicura.

Ogni volta che un respiro si allunga, che una tensione si scioglie, che una lacrima trova spazio senza essere fermata, il sistema nervoso aggiorna la sua mappa.

È come se il corpo dicesse: “Adesso posso rilassarmi, adesso posso restare”.

Dalla sopravvivenza alla presenza

Per chi è genitore, questa comprensione è potentissima.

Sapere che la regolazione emotiva dei figli passa attraverso la propria calma cambia radicalmente lo sguardo educativo.

Un bambino non impara la tranquillità dalle parole, ma dal corpo del genitore.

Se l’adulto riesce a rallentare, respirare, restare accanto senza fuggire né reagire in modo impulsivo, gli sta insegnando la forma più profonda di sicurezza: quella che nasce dalla presenza.

E per chi è adulto e sente il corpo sempre “in trincea”, la buona notizia è che non è condannato a restarci.

La fisiologia si può riscrivere.

Attraverso la relazione, la consapevolezza corporea, la respirazione, la terapia, è possibile trasformare la difesa in connessione.

Perché il corpo che un tempo ha imparato a sopravvivere può, lentamente, imparare a vivere.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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