C’è chi si spaventa, chi si arrabbia, chi si sente in colpa di fronte ai momenti di rabbia del proprio figlio. Non è raro che i genitori mi dicano: “Non so più come gestirlo, si arrabbia per tutto” oppure “Non sopporto quando urla, sembra che lo faccia apposta”.
La rabbia, però, non è un difetto da correggere. È un’emozione primaria, presente in tutti gli esseri umani fin dalla nascita, che ha una funzione precisa: proteggere i confini e comunicare un bisogno.
Perché la rabbia è così importante
Nei primi mesi di vita, rabbia e pianto sono i modi che il bambino ha per segnalare che qualcosa non va: fame, dolore, disagio, paura. È un linguaggio universale che dice: “Ho bisogno che qualcuno mi aiuti”.
Con la crescita, la rabbia non scompare: cambia forma. Diventa protesta di fronte a un “no”, frustrazione per un gioco che non riesce, ribellione di fronte a una regola. In ogni caso, resta un’emozione che chiama la relazione: “Guardami, ci sono, aiutami a regolare quello che non so ancora gestire da solo”.
Quando la rabbia viene ignorata o punita
Se la rabbia non trova ascolto o viene accolta solo con durezza, il bambino non impara che può attraversarla in sicurezza. Due strade allora diventano più probabili:
- L’esplosione continua: la rabbia cresce, si fa incontrollabile, diventa un modo per dire “non mi senti, allora grido più forte”.
- Il congelamento: il bambino smette di arrabbiarsi in modo visibile, ma trattiene tutto dentro. Diventa “troppo bravo”, accomodante, ma al prezzo di perdere contatto con le proprie emozioni.
In entrambi i casi, il rischio è che la rabbia non venga integrata come parte naturale della vita emotiva, ma rimanga un’emozione temuta, repressa o usata solo in modo estremo.
La rabbia e l’attaccamento
Il modo in cui i bambini vivono e mostrano la rabbia dipende molto da come i genitori la accolgono.
- Se il genitore resta disponibile anche di fronte alle esplosioni, il bambino impara che la rabbia non rompe la relazione: può essere sentita, espressa e poi calmata insieme.
- Se invece la rabbia viene rifiutata o punita, il messaggio implicito diventa: “Non posso mostrarmi arrabbiato, rischio di perdere chi amo”.
È così che nascono le differenze tra bambini che reprimono la rabbia (per paura di perdere il legame) e bambini che la amplificano (per timore di non essere presi sul serio). In entrambi i casi, la radice è la stessa: il bisogno di sicurezza nella relazione.
Come appare la rabbia nelle diverse fasi
- Nei primi anni: la rabbia è esplosiva e immediata. Pianto, urla, corpi che si irrigidiscono o che si gettano a terra. È l’espressione cruda di un bisogno non ancora tradotto in parole.
- In età prescolare: il bambino comincia a legare la rabbia a situazioni specifiche (un gioco conteso, un limite imposto). Le esplosioni restano intense, ma inizia a comparire anche la capacità di spiegare o giustificare la protesta.
- In età scolare: la rabbia si intreccia con le regole sociali. Alcuni bambini imparano a contenerla e a usarla come segnale costruttivo (“non è giusto”), altri invece faticano e continuano a viverla come tempesta ingestibile.
Cosa può fare un genitore
Accogliere la rabbia non significa lasciare che tutto sia permesso. Significa distinguere tra emozione e comportamento:
- L’emozione va riconosciuta e legittimata (“Capisco che sei arrabbiato, è difficile smettere di giocare adesso”).
- Il comportamento può essere contenuto (“Non puoi lanciare i giochi, ma puoi dirmi che sei arrabbiato”).
Così il bambino impara che sentirsi arrabbiato non lo rende cattivo, ma che ci sono modi sicuri per esprimerlo.
Quando la rabbia è una richiesta di aiuto
Un bambino che si arrabbia troppo o che non si arrabbia mai non sta mostrando solo un tratto di carattere, ma un segnale che merita attenzione. Dietro ogni tempesta c’è un bisogno: essere visti, sentiti, contenuti.
A volte, da soli, i genitori fanno fatica a distinguere se si tratta di una fase passeggera o di un modello che rischia di consolidarsi. In questi casi, avere un supporto per leggere la rabbia del bambino non significa ammettere un fallimento, ma darsi una possibilità: quella di trasformare un momento difficile in un’occasione di crescita condivisa.

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