Nel precedente articolo ho raccontato come, al Simposio Internazionale di Suicidologia alla Sapienza di Roma, sia emersa con forza l’urgenza di cambiare la narrativa sul suicidio: non più “malattia” o “debolezza”, ma espressione di un dolore mentale insopportabile.
Un altro intervento che mi ha colpita ha affrontato un tema tanto delicato quanto concreto: il ruolo dell’impulsività nei disturbi affettivi.
Il gesto che sorprende tutti
Molti familiari raccontano di episodi improvvisi e drammatici: una persona depressa che sembrava tranquilla, magari a cena con i suoi cari, si alza di colpo e compie un gesto irreparabile. Non sempre il suicidio è il risultato di una pianificazione lunga e meditata: a volte nasce da un impulso improvviso, quando dolore e disperazione incontrano la mancanza di freni interni.
Impulsività: tratto o sintomo?
L’impulsività può manifestarsi in molti modi: come tratto di personalità, come stile cognitivo (tendenza a reagire senza valutare le conseguenze), o come componente di un disturbo psichiatrico vero e proprio. In ogni caso, essa riduce la capacità di riflettere, pianificare e trovare alternative, aumentando il rischio che un momento di disperazione si trasformi in un gesto estremo.
Dalle “vecchie” alle “nuove” depressioni
Un tempo la depressione era descritta soprattutto come vissuto di colpa, melanconia, dolore morale, senso di un tempo bloccato nel “non più”. Oggi, accanto a queste forme, vediamo sempre più depressioni segnate da ansia, incertezza, mancanza di confini personali e forte impulsività. Non è più solo il tempo della tristezza, ma anche il tempo dell’immediatezza: tutto deve accadere subito, l’attesa è intollerabile, e l’assenza di gratificazione diventa insopportabile.
Adolescenza: quando il cervello non ha ancora i freni
Questo quadro è particolarmente evidente negli adolescenti, la cui corteccia prefrontale – quella deputata a regolare gli impulsi e valutare le conseguenze – matura solo intorno ai vent’anni. Ecco perché nei giovani il rischio suicidario può assumere la forma di un gesto improvviso: il dolore emotivo incontra un cervello ancora in formazione, con scarsa capacità di inibire la spinta del momento.
Impulsività e cervello: cosa ci dice la ricerca
Gli studi neuroscientifici mostrano che nei disturbi affettivi – unipolari o bipolari – l’impulsività non è solo un comportamento, ma un vero e proprio tratto neurobiologico. Coinvolge aree come la corteccia prefrontale e l’insula anteriore, spesso meno efficienti nel frenare le risposte emotive. A ciò si aggiunge la vulnerabilità legata a disfunzioni nei sistemi della serotonina e nei meccanismi infiammatori: un terreno biologico che rende più difficile gestire l’immediatezza dell’azione.
Perché parlarne è fondamentale
Il suicidio non è mai un atto banale o senza storia. È sempre l’ultimo anello di una catena di sofferenze, fragilità, esperienze e – a volte – impulsi incontrollati. Comprendere il ruolo dell’impulsività ci aiuta a non ridurre la prevenzione a un discorso morale (“avrebbe dovuto resistere”), ma a riconoscere la complessità del fenomeno e l’importanza di creare contesti protettivi: famiglie, scuole, relazioni in grado di contenere, rallentare, offrire alternative quando la mente da sola non ce la fa.
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