C’è una mappa invisibile che guida ogni nostra interazione, ogni slancio verso l’altro e ogni ritiro silenzioso. Non si trova nel cuore, né nella testa, ma nel sistema nervoso autonomo. È il luogo dove la sicurezza si fa carne, dove il trauma diventa voce, respiro, sguardo. Ed è qui che la Teoria Polivagale di Stephen Porges affonda le sue radici.
Una teoria che non parla solo di nervi, ma di legami
La Teoria Polivagale non è semplicemente un aggiornamento della fisiologia. È una rivoluzione silenziosa che cambia il modo in cui comprendiamo lo stress, le relazioni, l’attaccamento e la guarigione. Propone che il nostro sistema nervoso autonomo (SNA) non sia un meccanismo binario — attacco o riposo — ma un sistema gerarchico, filogeneticamente ordinato, che regola la nostra sopravvivenza e la nostra capacità di connetterci.
Alla base, tre circuiti neurali si sono evoluti nel tempo per gestire l’interazione con il mondo:
- Il sistema di immobilizzazione primitiva (dorsovagale, non mielinizzato): eredità antica condivisa con i rettili, è ciò che ci porta a “spegnerci” in caso di pericolo estremo. Si traduce in collasso, svenimento, dissociazione.
- Il sistema simpatico: attivato di fronte a una minaccia percepita, prepara all’attacco o alla fuga. È mobilitazione, ipervigilanza, reazione.
- Il sistema ventrovagale (mielinizzato): esclusivo dei mammiferi, consente la regolazione sociale. Sostiene la calma, la comunicazione, la capacità di co-regolarsi con un altro essere umano.
Questa gerarchia non è teorica: è operativa. Quando ci sentiamo al sicuro, il sistema ventrovagale è attivo, e possiamo sorridere, parlare con intonazione, mantenere il contatto visivo. Se invece qualcosa — anche impercettibile — viene percepito come minaccia, entriamo nella mobilitazione o, in casi estremi, nel congelamento.
La neurocezione: quel radar che non possiamo spegnere
La neurocezione è la capacità del sistema nervoso di percepire la sicurezza o il pericolo senza passare dalla coscienza. È quel battito che accelera prima di parlare in pubblico, quel corpo che si ritrae davanti a un tono di voce, quel bambino che “diventa intrattabile” senza apparente motivo.
Non è un errore. È un sistema perfettamente calibrato per proteggerci. Il problema sorge quando la neurocezione è “tarata” su un mondo pericoloso, spesso a causa di esperienze precoci di trascuratezza, abuso, imprevedibilità.
Il volto che ascolta, la voce che calma
Una delle intuizioni più poetiche (e biologicamente fondate) di Porges riguarda la connessione tra il volto e il cuore. Il sistema ventrovagale regola i muscoli del volto, dell’orecchio medio, della faringe. Per questo, un volto accogliente, una voce con intonazione calda, un ritmo respiratorio lento possono cambiare lo stato fisiologico di chi ci sta di fronte.
Nel neonato, la capacità di succhiare, deglutire, respirare e vocalizzare in sincronia è il primo allenamento della co-regolazione. Non è un caso che il nutrirsi insieme, il cantare, il giocare diventino i primi rituali sociali capaci di regolare il sistema nervoso.
Trauma, regressione e il ritorno ai circuiti antichi
Secondo la teoria polivagale, il trauma fa regredire il sistema nervoso alle sue risposte più primitive. Quando la socialità non è possibile, quando l’attacco o la fuga non funzionano, il corpo sceglie la via più antica: l’immobilizzazione. Questa risposta, spesso accompagnata da bradicardia, apnea, dissociazione, è stata a lungo ignorata o fraintesa.
Chi sopravvive a un trauma spesso racconta di essersi “congelato”, di non aver potuto gridare o muoversi. Comprendere che questa risposta è biologicamente prevista e non un “difetto di reazione” è uno degli aspetti più liberanti di questa teoria.
Coregolazione: la sicurezza è una questione a due
Porges ci ricorda che la regolazione emotiva non è (solo) un affare individuale. Il primo modo per sentirsi calmi è essere calmati da un altro. Lo chiama coregolazione. E la socialità — il sistema di ingaggio sociale — non è un “plus”, ma un imperativo biologico: ci serve per sopravvivere, crescere, guarire.
La qualità del nostro stato fisiologico determina ciò che possiamo fare. Un bambino che si sente al sicuro può imparare, giocare, esplorare. Un genitore che si sente al sicuro può contenere, sostenere, aspettare. Ma nessuno può farlo a comando se il suo sistema è bloccato in una modalità difensiva.
Una pratica incarnata della sicurezza
Le implicazioni educative e terapeutiche della Teoria Polivagale sono immense. Non si tratta di dire al bambino “calmati”, ma di essere un corpo calmo, che trasmette sicurezza. Non si tratta di insegnare a un adolescente come gestire l’ansia, ma di costruire ambienti e relazioni dove il suo sistema nervoso possa finalmente respirare.
A volte basta un respiro insieme, una risata condivisa, un contatto visivo sincero. Altre volte, serve pazienza, ripetizione, tempo. Ma sempre, ciò che guarisce passa attraverso il corpo.
E comincia da un corpo che non si sente solo nel mondo.

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