Educare senza punire: dalla disciplina del potere alla comunicazione efficace con i figli

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Quando si parla di “disciplina”, molti genitori pensano a qualcosa che ha a che fare con regole, punizioni, obbedienza. In realtà, come direbbe Thomas Gordon, è una parola che inganna. O meglio: che si presta a fraintendimenti pericolosi. Perché c’è una differenza fondamentale – e non solo semantica – tra disciplina e disciplinare. E tra autodisciplina e controllo imposto.

Due tipi di disciplina: una costruisce, l’altra schiaccia

L’autodisciplina nasce dentro il bambino. È quella forma di autoregolazione che gli permette di scegliere il bene, rispettare gli altri, assumersi responsabilità. Non serve gridare, né minacciare. Serve invece fiducia, ascolto, esempio.

Il secondo tipo di disciplina è quella imposta dall’adulto: è quando il controllo del comportamento è esercitato da fuori. E questo, ci dice Gordon, paralizza i bambini. Perché? Perché per funzionare ha bisogno di due strumenti: ricompense e punizioni. Ovvero, leva il potere dell’adulto sui bisogni del bambino.

Chi controlla, infatti, possiede i mezzi per soddisfare (o frustrare) i bisogni di chi è controllato. Un esempio? “Se finisci i compiti, ti do il gelato”. Oppure: “Se rispondi male, niente tablet per una settimana”. È il principio base del condizionamento comportamentale: il comportamento premiato tende a ripetersi, quello punito tende a scomparire.

Semplice? Mica tanto. ( e soprassiedo per ora sui rischi di premiare col cibo o punire con la sottrazzione dell’affetto o col silenzio)

I limiti delle ricompense

Per funzionare, una ricompensa deve avere valore per il bambino e deve arrivare nel momento giusto. Ma non siamo in laboratorio. Nella vita vera ci sono fratelli, cene da cucinare, figli che piangono, genitori stanchi. E allora le ricompense perdono potere, oppure arrivano in ritardo, o semplicemente non bastano.

Inoltre, il bambino cresce. E cresce anche la sua capacità di procurarsi da solo ciò che desidera. Quando questo succede, il genitore perde potere. “Era così bravo da piccolo… ora non mi ascolta più” – quante volte l’hai detto o sentito dire?

E le punizioni?

Qui la questione si fa più delicata. Le punizioni – soprattutto quelle fisiche – sono ancora molto diffuse, anche se spesso travestite da “correzioni educative”. O speso giustificate con… ma me le toglie di mano!! I dati parlano chiaro: la punizione fisica è associata a un aumento dell’aggressività, alla bassa autostima, all’ansia, alla depressione e persino a una minore crescita della corteccia prefrontale, quella parte del cervello che serve proprio a prendere decisioni.

Punire non insegna a scegliere, impedisce di imparare a scegliere.

Ma allora come si educa?”, la risposta è nella comunicazione efficace. Non nel controllo, ma nella connessione.

Dalla coercizione alla collaborazione: la comunicazione efficace per genitori

La comunicazione efficace quella che Gordon chiamava Parent Effectiveness Training – (Genitori Efficaci in Italia) è un modello basato su tre pilastri:

  1. Ascolto attivo e empatico: un ascolto che non giudica, non corregge, non interrompe. Che accoglie l’emozione, prima ancora della soluzione.
  2. Messaggi in prima persona: non più “sei maleducato”, ma “mi sento frustrata quando urli mentre sto guidando”. È una rivoluzione linguistica, ma anche relazionale.
  3. Metodo No-Lose per la risoluzione dei conflitti: né vinco io né vinci tu. Cerchiamo insieme una soluzione che soddisfi entrambi.

Questo metodo non è né permissivo né autoritario. È democratico. Significa riconoscere i bisogni di tutti e costruire soluzioni condivise. E sì, richiede tempo, pazienza, esercizio. Ma anche meno grida, meno sensi di colpa, meno guerra fredda familiare.

Perché il controllo crea dipendenza (e paura)

Il potere genitoriale, basato su premi e punizioni, funziona finché il bambino dipende da te. Ma appena può, ti sfugge. E allora ti ritrovi a rincorrerlo con minacce o ricatti che non funzionano più. E nel frattempo, hai perso la tua influenza.

Ecco il paradosso: più cerchi di controllare, meno influente diventi. Perché il controllo uccide la responsabilità. Se tuo figlio ubbidisce solo per evitare una punizione, non ha interiorizzato alcun valore. E appena la punizione sparisce, sparisce anche il comportamento.

L’obbedienza cieca: una trappola che si tramanda

Uno degli effetti più insidiosi della disciplina coercitiva è l’obbedienza cieca. Sembra una virtù, ma è il terreno fertile per l’adesione acritica a qualunque autorità, anche la più pericolosa. Come ha dimostrato Stanley Milgram nei suoi esperimenti sull’obbedienza, quando le persone smettono di sentirsi responsabili, diventano strumenti nelle mani di chi ha il potere. E non è quello che vogliamo per i nostri figli, vero?

E quindi?

Educare non significa “raddrizzare”, significa accompagnare. Non significa “far obbedire”, ma costruire insieme. Non si tratta di mollare tutto e lasciare che i bambini decidano ogni cosa, ma di stabilire regole condivise, motivi, conseguenze naturali, ascolto reciproco.

La buona notizia? Si può imparare. Si può uscire dalla logica “genitore vince / figlio perde” e entrare in una logica win-win, dove la relazione diventa il vero motore del cambiamento.

Lo so che alcuni possono pensare: “Eh, ma mio figlio ha un caratteraccio…” no tuo figlio sta chiedendo in modo scomodo quello che non viene letto con meno gradi di volume…potesse non sceglierebbe questa strada…

Una nuova grammatica emotiva

Educare non è un campo di battaglia. È un laboratorio di relazioni. E la buona notizia è che si può imparare. La comunicazione efficace per genitori è uno strumento potente che insegna come parlare ai nostri figli perché ci ascoltino, e come ascoltarli perché parlino davvero.

Io lo insegno nei miei corsi, ma anche nelle stanze più intime della terapia, dove ogni genitore arriva con la sua storia, le sue fatiche e il suo amore incasinato e vero. Non c’è giudizio, solo alleanza. Perché anche noi genitori,a nostra volta, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: “Ti vedo. Stai facendo del tuo meglio”.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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