Adolescenti, ansia e smartphone: oltre la tecnofobia, dentro la relazione

5–7 minuti

Dottoressa, è tutta colpa dei cellulari, ai nostri tempi…”

L’ho sentito dire tante volte, con un misto di frustrazione e rassegnazione, da mamme e papà che arrivano nel mio studio dopo settimane di silenzi, porte chiuse, sonno spezzato e umori incomprensibili.

Lo sento anche tra i colleghi, nei convegni, nelle supervisioni, nei gruppi scuola. Lo smartphone come il colpevole perfetto, il mostro che ha rubato l’infanzia, che ha spento i sorrisi, che ha isolato i ragazzi.

E quando arriva un libro che dà voce a questo pensiero, è inevitabile che faccia breccia. Che diventi citazione, riferimento, “lo dice anche lui!”.

Quel libro è La generazione ansiosa, di Jonathan Haidt.

Un testo potente, provocatorio, che mostra senza mezzi termini la crescita vertiginosa di ansia, depressione e comportamenti autolesivi tra i più giovani, e lo fa indicando un unico responsabile: la tecnologia.

Più precisamente, l’avvento dello smartphone e dei social media come evento spartiacque. Prima si stava bene. Dopo, l’epidemia del malessere.

Una narrazione lineare, rassicurante nella sua durezza: basta togliere lo smartphone, e forse tutto tornerà a posto.

Ma è davvero così?

Qualche temopi fa ho avuto la fortuna di partecipare a un incontro al Salone del Libro che mi ha profondamente arricchita. Era un dialogo, anzi un confronto pieno di pensiero e passione, tra alcuni tra i massimi esperti italiani di neuroscienze, educazione e adolescenza: Vittorio Gallese, Giuseppe Riva, Pier Cesare Rivoltella, Stefano Pasta, con la moderazione accogliente e acuta di Matteo Lancini, che da anni seguo e stimo per la sua capacità di dire la complessità senza mai farla pesare.

Si parlava proprio di questo: di giovani, di malessere, di digitale. Ma senza demonizzazioni. Senza crociate.

Si parlava del libro Oltre la tecnofobia, pubblicato da Raffaello Cortina nel 2025.

Un titolo che è già una dichiarazione di intenti. Oltre, appunto. Non contro. Non a favore. Ma oltre: dove c’è pensiero, non solo reazione. Dove c’è relazione, non solo controllo.

Gallese lo ha detto con una semplicità che solo chi ha molta scienza e molta vita può permettersi: “Molte delle cose riportate da Haidt sono correlazioni, non relazioni causali. E in scienza, la differenza è fondamentale.” E non rifletterci da parte di noi professionisti è grave.

Non basta che due curve salgano insieme per dire che una causa l’altra.

Lo sappiamo, lo insegniamo ai nostri pazienti: le connessioni tra eventi e sintomi sono complesse, attraversate da fattori profondi, invisibili, relazionali.

Eppure, quanto è seducente l’idea che esista un solo colpevole, una variabile unica da controllare?

Quello che invece raccontano gli autori di Oltre la tecnofobia è che il problema non è la tecnologia. È l’assenza di corpi e luoghi, l’interruzione di quei circuiti relazionali che costruiscono il senso del “noi”.

Giuseppe Riva spiegava che i nostri cervelli non sono progettati per vivere solo online. Che i neuroni specchio, che ci permettono di entrare in risonanza con l’altro, hanno bisogno di visi, mani, sguardi. E che i neuroni GPS, quelli che creano le mappe della nostra identità, si attivano solo quando abitiamo luoghi reali: una scuola, una piazza, un campo sportivo, un oratorio, uno studio.

È in quei luoghi che diventiamo figli, amici, studenti. È lì che costruiamo la memoria autobiografica.

Se togliamo i luoghi, se togliamo il corpo, è lì che il digitale può diventare un rifugio e un deserto allo stesso tempo.

Ma il problema è che quei luoghi erano già in crisi prima che arrivasse Internet.

Abbiamo chiuso i cortili, recintato le piazze, reso la scuola un luogo di performance più che di appartenenza.

Abbiamo tolto spazio al gioco libero molto prima di preoccuparci dei like su TikTok.

E allora la domanda diventa più scomoda, ma più vera: quale cultura educativa vogliamo costruire, oggi, accanto a questi ragazzi?

Durante l’incontro, è emersa con chiarezza la differenza tra governare e controllare.

Il controllo è il tentativo disperato di mettere barriere, limiti, divieti. Il governo è presenza, dialogo, co-costruzione di senso.

E se lo smartphone è diventato uno spazio di vita per gli adolescenti, non possiamo limitarci a toglierlo. Dobbiamo entrare con loro in quel mondo. Capirlo. Abitarlo.

Non per diventare “amici su Instagram”, ma per essere genitori, terapeuti, insegnanti che restano. Che ascoltano. Che costruiscono.

Una cosa che mi ha colpita, e commossa, è stata la difesa della competenza dei ragazzi.

Riva raccontava di sua figlia che usa ChatGPT per farsi spiegare Manzoni in chiave gossip. Pasta parlava di come i ragazzi creano podcast dai libri per ascoltarli in metro.

Sono modalità nuove, certo. A volte ci spiazzano. Ma chi siamo noi per dire che sono sbagliate, se portano risultati, motivazione, coinvolgimento?

Matteo Lancini, come sempre, ha ricordato che non possiamo leggere i comportamenti digitali degli adolescenti senza conoscere la loro storia emotiva.

Un ragazzo che si chiude in camera con il telefono non sempre lo fa per dipendenza. Spesso lo fa per proteggersi. Perché fuori non trova spazio. Perché dentro si sente solo.

E in questi casi, togliere il telefono non è una cura. È un’ulteriore violenza.

Nel mio lavoro, vedo ogni giorno quanto sia urgente non cedere alla tentazione di semplificare.

Lo smartphone è uno specchio, non una causa.

Mostra una fragilità, non la produce da solo.

E toglierlo senza comprendere rischia solo di spostare il dolore altrove.

Allora chiedamoci:

E se invece di cercare un colpevole, cercassimo un senso?

Se invece di aggiustare i figli, cominciassimo ad ascoltarli davvero?

Le nuove tecnologie non vanno né idolatrate né temute. Vanno educate. E per educare serve tempo, fiducia, lentezza.

Serve scuola. Ma una scuola che accolga il presente, che introduca l’educazione ai media non come attività extracurricolare, ma come parte viva del crescere.

Serve famiglia. Ma una famiglia che smetta di sentirsi inadeguata e inizi a fidarsi, anche delle proprie domande.

E noi terapeuti, educatori, clinici?

Dobbiamo continuare a studiare, a confrontarci, a pensare la complessità.

Perché non esiste una sola adolescenza. Esistono tante storie, tanti significati.

E il nostro compito non è fornire risposte pronte, ma restare accanto alle domande.

Se ti è nata un po di curiosità ti invito a leggere entrambi i libri:

📘 Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, 2024

📗 Gallese, Barone, Tamagnini, Riva, Rivoltella, Pasta, Oltre la tecnofobia. Il digitale dalle neuroscienze all’educazione, Raffaello Cortina, 2025

Uno ti farà arrabbiare. L’altro forse ti confonderà.

Ma entrambi, se li attraversi con la mente e con il cuore, possono aiutarti a diventare quell’adulto che non ha bisogno di un colpevole, ma che sa esserci.

Nel tempo, nello spazio, nella relazione.

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A volte basta spostare appena lo sguardo per accorgersi che non si è soli, che certe domande ce le facciamo in tanti, anche se non sempre le diciamo ad alta voce.

Se qualcosa ti ha toccato, se senti il bisogno di parlarne, sai dove trovarmi.

Con calma, con rispetto, con cura.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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