Questo è uno di quegli articoli che ho riscritto più volte, ogni volta con un tono diverso, con più o meno pudore. Perché non è facile decidere cosa raccontare e cosa tenere per sé quando si fa il mio mestiere Soprattutto oggi.
Nella mia esperienza da paziente, sì, perché prima o durante il lavoro terapeutico quasi tutti noi terapeuti lo siamo stati, ho sempre cercato una figura il più neutra possibile. Ho sempre scelto di dare del Lei, non ho mai voluto sapere nulla della vita privata di chi avevo di fronte, perché la mia sofferenza era già abbastanza faticosa da reggere senza il rischio di dover reggere anche quella dell’altro. La distanza mi dava contenimento. Un limite. Una forma.
Ma da terapeuta… da terapeuta, cambia tutto, almeno così è stato per me…
Da questa parte della stanza, guardando negli occhi i miei pazienti, mi è sempre più chiaro quanto l’immagine del terapeuta “risolto”, impeccabile, sempre lucido e pronto – un po’ divino e un po’ algido – sia un pericolo più che una protezione. Un’illusione pericolosa. Perché rende irraggiungibile, idealizzato, e inevitabilmente lontano.
E la lontananza emotiva, l’inaccessibilità, non cura nessuno.
Ho sentito che quella distanza, quella patina di perfezione, ha un prezzo. Perché il rischio è che chi ti guarda da quella poltrona ti pensi inarrivabile. E allora non osa mostrarti davvero la sua ombra, la sua vergogna, le sue fragilità, la sua finitezza, per paura che tu non possa capirle. Perché, si sa, tu sei quella “che ha studiato”, quella che “sta bene”, quella che “non si arrabbia mai”.
E invece.
E invece oggi ti dico che sono una donna di 47 anni che non ha ancora smesso di barcollare ogni volta che attraversa la strada dopo un incidente che poteva andare molto peggio. Che dorme male per dolori sparsi che fanno capolino tra le scapole e la voglia di mollare.
Mi trovo allora spesso a camminare in equilibrio tra due bisogni: quello di proteggere i miei pazienti dal peso della mia umanità, e quello di mostrarla, per restituire verità a quella stanza. Perché in fin dei conti, quello che accade davvero in una buona terapia è l’incontro tra due esseri umani. Uno ha studiato un po’ di più la materia e magari si è fatto qualche viaggio in più dentro di sé.
Ma entrambi condividono qualcosa di profondo: la loro finitezza. La loro vulnerabilità.
Ed è così che, senza sapere bene se sia giusto o sbagliato, anche oggi scelgo di raccontarti qualcosa di me.
Sono in un sabato strano, la casa è vuota. Le mie figlie sono via per un weekend in tenda, una una col fidanzato, l’altra con le compagne di squadriglia scout, sole, senza adulti… 15 e 17 anni…
Sono i passi verso la loro autonomia, verso la vita fuori, lontano da me…la loro tenda..il loro futuro la loro “altra casa”….
E io mi preparo ad accogliere, da lunedì, mia madre che inizierà il percorso di cure palliative a casa nostra.
Dopo settimane di ospedali, dolore fisico, notti insonni e anche un incidente stradale che mi ha lasciato qualche cicatrice ancora dolente, questo fine settimana è come un ponte fragile tra un prima e un dopo. Tra la figlia che accompagna sua madre verso l’ultimo tratto di vita e la madre che lascia andare, un po’ alla volta, le sue figlie verso la loro.
Loro che si allontanano, mia madre che torna. Una casa che cambia respiro. E io che mi sento, nell’ordine: fiera, svuotata, terrorizzata e un po’ in cerca di solitudine un po di connessione umana.
Perché sì, la terapeuta sente. E sente forte.
Mi sento stanca, impaurita, commossa, anche un po’ arrabbiata. A volte mi basta attraversare la strada per sentire il cuore che batte troppo forte. Eppure sono anche piena di gratitudine. Per la possibilità di vivere tutto questo. Per il privilegio di vivere ancora questo tempo di vicinanza, conoscenza e commiato con mia mamma. Per il coraggio delle mie figlie che mettono i piedi nel mondo.
Per le risorse che ho costruito in anni di lavoro su di me. Per il mio mestiere, che ogni giorno mi ricorda quanto siamo tutti fragili, ma anche profondamente capaci di attraversare. Per i miei pazienti, che mi insegnano ogni volta cosa vuol dire avere coraggio. E per la possibilità, anche questa, di condividere pezzi di me, non perché siano esemplari, ma perché sono veri.
Non esistono emozioni sbagliate. E nemmeno terapeuti perfetti. Esistono piuttosto incontri, veri. Quelli che si costruiscono nel reciproco riconoscimento: tu con il tuo dolore, io con il mio. Tu con le tue risorse, io con le mie. Tu con la speranza di essere accolto, io con la voglia di esserci.
Non ho tutte le risposte. A volte non ho nemmeno la lucidità. Ma so che essere terapeuta, per me, significa anche poter dire: anch’io ci sono dentro. Anch’io faccio fatica. Anch’io, come voi, sto imparando.
E se questo, in qualche modo, ci avvicina… allora va bene così.
Se ti va, raccontami cosa ne pensi. Da paziente, da collega, da essere umano.
Buon weekend a te.
Con affetto,
Barbara
- Senza Propositi: L’Equilibrio tra Imperfezione e Gratitudine
- Attaccamento e relazioni: capire il legame emotivo
- Piccolo Principe e Psicoterapia: Un Legame Unico
- ma i terapeuti vanno in terapia?
- Libertà Emotiva a Natale: Essere Imperfetti
- ADOLESCENTI
- Articoli (Pagina)
- chi sono
- CIRCOLO DELLA SICUREZZA PARENTING®
- Contatto
- Corsi
- Curriculum Vitae
- DEONTOLOGIA
- domande frequenti
- Dove
- eventi
- GENITORI
- I SISTEMI MOTIVAZIONALI
- Informazioni
- La teoria dell’Attaccamento
- LAVORO PER/CON DONNE
- PILASTRI TEORICI
- privacy policy
- servizi

Lascia un commento