Quello che non ricordi ma che ancora senti: il trauma nei bambini (e in te)

Ci sono cose che abbiamo dimenticato.O almeno così crediamo. Poi arriva quella rabbia improvvisa che non sai da dove viene. O quella stretta allo stomaco quando qualcuno alza la voce. O certi “sintomi”… mangiare compulsivamente, riempire carrelli virtuali di vestiti e scarpe, non poter fare a meno di andare a correre, non riuscire a mettere…

Ci sono cose che abbiamo dimenticato.
O almeno così crediamo.

Poi arriva quella rabbia improvvisa che non sai da dove viene. O quella stretta allo stomaco quando qualcuno alza la voce. O certi “sintomi”… mangiare compulsivamente, riempire carrelli virtuali di vestiti e scarpe, non poter fare a meno di andare a correre, non riuscire a mettere limiti al lavoro ….

Oppure tuo figlio, che esplode per un calzino storto, e tu ti ritrovi a gridare “Adesso basta!” con un tono che non riconosci nemmeno tu.

Ecco. A volte, non è che abbiamo dimenticato.
È che non abbiamo mai potuto ricordare IN parole.

Il trauma non sempre è un evento. A volte è un’assenza.

Quando si parla di trauma, molti pensano a incidenti, abusi, guerre, cose “grandi”.
Ma il trauma, nei bambini, è spesso molto più sottile: è un’esperienza che il loro piccolo corpo ha vissuto, ma che nessuno ha aiutato a capire.

È la fame notturna di un neonato lasciato a piangere “per imparare”.
È il pianto che non trova risposta, o la trova in grida che intimano di stare zitti, di scuotimenti, di porte che sbattono
È la paura che non si può nominare, o che spaventa ache l’altro
È l’adulto che si allontana proprio quando il bambino ha più bisogno, o che lo rimprovera perchè è vulnerabile e bisognoso
È una voce che dice “sei esagerato” invece di “sono qui”. O che supplica di smetterla..perche “non ce la faccio piu con te…

Il trauma, spesso, non è ciò che è successo. È la solitudine mentre succedeva.

Il cervello del bambino si costruisce mentre cresce… in braccio a qualcuno.

Letteralmente.

Il cervello non è un organo che nasce già finito. Nei primi anni di vita è un cantiere aperto, plasmato dall’esperienza.
Non da quante stimolazioni riceve, ma da come viene tenuto, guardato, ascoltato, accolto.

I neurobiologi lo dicono chiaro: il cervello si sviluppa in risposta alla relazione. È “esperienza-dipendente”.
Vuol dire che se un bambino cresce con un adulto presente, sintonizzato, che lo aiuta a dare senso alle emozioni… allora il suo sistema nervoso impara a stare nel mondo.
Altrimenti, si adatta come può. E spesso costruisce strategie di sopravvivenza: compiacere, controllare, chiudersi, somatizzare.

Non sono capricci. Non sono stranezze. Sono tentativi di regolazione.

Ma perché non riescono a raccontare quello che sentono?

Perché nei momenti di grande attivazione – quelli che il corpo vive come pericolosi – il cervello “superiore” si spegne.

Corteccia prefrontale: offline.
Ippocampo (memoria narrativa): assente.
Amigdala (allarme): a palla.

In pratica: il bambino registra tutto nel corpo, nei muscoli, nello stomaco, nella pelle. Ma non ha parole per raccontarlo. Non può. Perché in quel momento il suo cervello non sta parlando: sta sopravvivendo.

E anche da adulti, quando proviamo certe emozioni forti e “sproporzionate”…
Forse è solo una parte bambina di noi che si sta ancora difendendo da qualcosa che non ha mai potuto spiegare.

Il cervello destro e la memoria implicita

La parte sinistra del cervello è quella razionale, quella delle frasi ben costruite e dei “dai, rifletti!”.
La destra, invece, è quella che sente, che reagisce, che registra le emozioni e le memorie corporee.

Nei primi anni di vita è il cervello destro a dominare.
È lì che si costruisce il “sé implicito”, cioè quella parte profonda che impara:

  • se posso piangere o no
  • se il mondo è sicuro
  • se devo fare tutto da solo
  • se ho valore anche quando sono fragile

E queste risposte non le decidiamo. Le sentiamo, anche da grandi. Le portiamo nel corpo.

I bambini “difficili” sono spesso bambini non capiti

Se tuo figlio sembra perdere il controllo, o avere reazioni esagerate, prova a spostare la domanda:
non “Cosa ha?”, ma “Cosa gli è mancato per stare meglio?”

I bambini non possono spiegarsi. Agiscono quello che sentono.
E il loro comportamento non è mai “contro di te”. È per sopravvivere.
Anche quando urla. Anche quando rifiuta. Anche quando non ti guarda.

Il suo corpo ti sta dicendo: “Sto cercando di capire come stare al mondo. Mi dai una mano?”

E noi genitori, a volte, siamo bambini cresciuti troppo in fretta

Sì, anche noi. Anche tu. Anche io.

Magari siamo stati bambini “bravi”, “indipendenti”, “maturi per la nostra età”.
Ma sotto a quella precocità, forse c’era un bisogno rimasto inascoltato. Una paura. Un silenzio.

E adesso, da adulti, a volte reagiamo troppo. A volte ci chiudiamo. A volte non sappiamo stare con le emozioni dei nostri figli…
Perché nessuno ci ha insegnato a stare con le nostre.

Che si fa allora? Si ricomincia. Con un respiro alla volta.

Non possiamo riscrivere il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo portiamo nel presente.
Possiamo imparare a riconoscere le nostre reazioni, a guardare i nostri figli con occhi nuovi. A stare nella fatica senza colpe, ma con consapevolezza.

Il trauma non sempre si può raccontare.
Ma si può ascoltare, contenere, attraversare.
E se un bambino può farlo con un adulto accanto… allora quel trauma smette di essere una minaccia, e diventa una storia che si può integrare.

Una storia che non fa più paura.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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