C’è questa paura ancestrale, tramandata di generazione in generazione, un po’ come la pasta madre delle nonne:
“Non prenderlo sempre in braccio, sennò si vizia!”
Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Eppure, lasciamelo dire senza giri di parole, è una delle bugie più dannose che ciabbiano raccontato sull’infanzia. E di cui molte di noi portano i segni
I bambini non si viziano se li prendi in braccio. Si regolano. Si calmano. Si sentono protetti. E poi, un giorno, diventano abbastanza sicuri da spiccare il volo.
Vedi, nessun cucciolo d’uomo è programmato per stare solo. Nasciamo biologicamente predisposti a cercare un adulto che ci contenga, ci scaldi, ci confermi che il mondo non è un buco nero pieno di lupi affamati. Il cervello di un bambino non è fatto per “cavarsela da solo”. Serve un cuore vicino, serve un respiro che rallenti il suo battito, serve un abbraccio che dica: “Ci penso io, per ora.”
E sai la cosa più incredibile? Ogni volta che fai questo, ogni volta che ti chini, lo raccogli, lo consoli, il cervello di tuo figlio cresce. Cresce letteralmente. Fa nuove connessioni, impara la fiducia, impara che le emozioni possono essere sopportate. È come dire: “Ok, il mondo è un casino, ma io posso affrontarlo se so che non sono solo.”
L’amore non basta (ma senza amore non basta niente)
Ci hanno insegnato che bastano latte, pannolini puliti e un bel corredino per garantire serenità. Invece no. L’amore, quello caldo, quello presente, quello che sa accogliere anche la rabbia e la paura, è ossigeno.
Ce lo raccontano (tragicamente) anche le storie di quei bambini cresciuti in istituti dove c’era tutto tranne che il contatto: lì c’erano letti, cibo, medicine. Ma nessuno che li cullasse. E quei bambini, semplicemente, non ce l’hanno fatta a crescere sani.
Perché non basta sfamare un figlio. Bisogna nutrirlo, che è tutta un’altra faccenda.
I gesti piccoli che valgono oro
Non pensare a grandi discorsi motivazionali, eh. I bambini non hanno bisogno di TED Talk da salotto. Hanno bisogno di te, del tuo odore, del tuo tono di voce, di sentirsi guardati e considerati anche quando fanno i capricci più insopportabili.
Quando tua figlia piange perché non trova la macchinina rossa, non è un dramma teatrale esagerato. È la sua piccola frustrazione di oggi, che sarà la grande resilienza di domani, se qualcuno le insegna a reggerla senza sentirsi abbandonato ma come si insegna? Nessuna “lezione” nessun “pippozzo” basta stare con
Basta pochissimo:
- una carezza
- uno sguardo che dice “ti vedo”
- un “lo so, fa male, ma passa”
Questi sono i mattoni della sicurezza interiore.
Non è vizio, è sopravvivenza
Un bambino che si aggrappa a te non è un bambino manipolatore, né un piccolo tiranno in miniatura. È un bambino sano, che sta cercando la sua base. La sua tana sicura.
È normale che torni da te con le ginocchia sbucciate. È normale che voglia la tua approvazione prima di arrampicarsi su un ramo troppo alto. È normale che ti guardi cento volte di fila per capire se va tutto bene.
Tu sei la sua calamita.
Tu sei il suo faro.
E finché non sarà abbastanza grande da costruirselo dentro di sé, quello stesso faro, dovrai brillarci tu, con la tua presenza.
In fondo è semplice
Se volessi lasciarti con un pensiero, sarebbe questo:
Non c’è gesto troppo piccolo, né abbraccio sprecato, se serve a far capire a un bambino che non è solo.
La vera autonomia nasce da lì, dal sentirsi liberi di esplorare sapendo che qualcuno — se va male — ci raccoglierà.
Questa non è debolezza, è la vera forza.
E la costruisci, un giorno dopo l’altro, con piccole, preziose, imperfette, meravigliose cure quotidiane.
Bambini lasciati soli, adulti che esplodono
C’è un errore di fondo che facciamo, ancora troppo spesso: pensare che i bambi possano “imparare a calmarsi da soli” se lasciati piangere.
Come se fosse un piccolo monaco zen in miniatura, già pronto a trovare il suo equilibrio interiore in mezzo alle sue paure.
Spoiler: non funziona. e poi, diciamolo, noi ne siamo capaci? a frequentare ultimamente giardinetti e spiagge semprerenìbbe di no…
Una bambina lasciata sola a gestire il suo pianto non impara a calmarsi. Impara a spegnersi. Impara a rinunciare. Impara che non vale la pena chiedere aiuto, tanto nessuno arriva. E questo schema, purtroppo, se lo porta dietro.
Perché vedi, quei bambini un giorno crescono. E quando diventano adulti, se la cavano così come possono:
- esplodono di rabbia quando si sentono trascurati,
- implodono e si chiudono a riccio quando temono di essere rifiutati,
- diventano ipercontrollanti, gelosi, sfiduciati.
Magari li incontriamo in terapia di coppia, dove fanno fatica a regolare le emozioni con il/la partner, a comunicare senza ferire, a sentirsi abbastanza sicuri per lasciarsi andare all’intimità.
Non è magia nera: è la stessa disregolazione emotiva di quando erano bambini, che non hanno mai potuto allenare con l’aiuto di un adulto presente e sintonizzato.
Insomma, quel bambino che piangeva nel lettino e nessuno raccoglieva, a volte lo ritroviamo nel trentenne che oggi spacca i piatti in cucina o se ne va sbattendo la porta.
E non c’entra la cattiveria, ma una cosa molto più semplice: nessuno gli è mai stato accanto nella tempesta

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