Quando un figlio ti tradisce

La neve in fondo al mare

Ho chiuso il mio weekend seguendo un intervento alla Casa degli Psicologi del Piemonte dove Matteo Bussola incontrava i suoi lettori e raccontava del suo ultimo libro “La neve in fondo a mare” che ho letto la scorsa estate, ed amato infinitamente.

Vedere Matteo commuoversi più volte durante la conferenza mi ha fatto capire perchè questo padre, narratore di storie, illustrate o descritte a parole sia stato cosi bravo da sembrare un professionista della materia, Matteo Bussola…. ‘semplicemente” è un essere umano di grande umanità.

Cosa significa raccontare davvero gli adolescenti oggi? Matteo Bussola, nel suo ultimo romanzo La neve in fondo al mare, ci porta in un reparto di neuropsichiatria infantile e da lì ci racconta molto più di una storia. Ci racconta il nostro presente, la nostra fatica di genitori, la fragilità di chi cresce e il dolore muto di chi si sente invisibile.

Alla Casa degli Psicologi Bussola ha condiviso le radici di questo romanzo: un libro nato con resistenza e paura, perché “scriverlo significava farsi male”. Ed è proprio da questo nodo emotivo che si dipana il cuore del racconto.

Gli adolescenti non hanno più voce. E noi adulti non sappiamo più ascoltare.

Bussola racconta di come, andando nelle scuole per presentare un libro precedente, si sia ritrovato tra ragazze con le braccia segnate da tagli, ragazzi che pesano 40 chili e portano con sé lettere di sofferenza. Gli parlano dei racconti che parlano di disagio. Non vogliono selfie o autografi, vogliono essere ascoltati. È lì che l’autore si ricorda qual è, secondo lui, il compito più importante di chi scrive: “dare voce a chi non sente di averne”.

Il romanzo nasce così, dalla necessità di raccontare gli adolescenti usando un linguaggio diverso da quello clinico. Un linguaggio emotivo, narrativo, affettivo. Perché la diagnosi, da sola, non basta.

Quando un figlio si ammala, si ammala anche il genitore.

È una delle frasi più potenti dell’incontro. E racchiude tutta la contraddizione della genitorialità di fronte alla sofferenza dei figli. Siamo biologicamente programmati per proteggerli — e cosa succede quando il pericolo non è fuori ma dentro di loro? Quando sono loro a farsi del male?

Bussola sceglie di raccontare la storia da dentro questa contraddizione. Lo fa attraverso lo sguardo di un padre, Tano, e ci mostra due prospettive: quella dei figli e quella degli adulti. E ci mostra che in entrambi gli sguardi ci sono fallimenti, ma anche tentativi commoventi di amare.

Tradire per diventare sé stessi.

Uno dei concetti più radicali e necessari del libro. L’adolescenza, dice Bussola, è il tempo in cui si scopre che i genitori non sono invincibili, e per crescere, un figlio deve potersi “tradire”. Tradire le aspettative, i progetti, i sogni che noi adulti abbiamo su di lui.

Ma il tradimento non è mancanza di amore. Anzi. È il suo compimento più profondo. Etimologicamente, “tradire” significa “consegnare oltre”. Il figlio che si distanzia, che si oppone, che ti delude, ti sta in realtà restituendo la verità di sé.

E allora Bussola ci lancia una provocazione potentissima: “Meno un figlio ti piace, più vuol dire che sta riuscendo a diventare sé stesso.” Una frase che, se presa sul serio, ci obbliga a rivedere completamente la nostra idea di educazione.

La felicità come prestazione. L’infelicità come spazio da abitare.

Viviamo in una cultura che ci impone di essere felici, efficienti, vincenti. I nostri figli crescono con l’idea che se non sono felici è colpa loro. Ma cosa succede se iniziamo ad educarli anche al fallimento, alla tristezza, all’infelicità?

Nel romanzo c’è una scena magistrale: un padre dice alla figlia “stai imparando a essere felice”, e lei lo corregge: “No, ho imparato a essere infelice”. È una frase scomoda, ma necessaria. È il riconoscimento che l’infelicità fa parte della vita, e che saperla attraversare senza vergogna o senso di colpa è una competenza emotiva fondamentale.

I fratelli dimenticati. Le madri che crollano. I padri che restano.

Nel racconto emergono anche gli effetti collaterali della malattia di un figlio. I fratelli “di contorno”, che crescono da soli per non pesare, per non disturbare. Le madri esauste, che devono proteggere tutti, anche i nonni che “non possono capire”. I padri che sembrano distanti ma che, a modo loro, stanno solo cercando di non affondare.

Bussola racconta tutto questo con una verità mai patetica, con una dolcezza che non diventa mai consolatoria. E con un realismo che è già, in sé, una forma di speranza.

Alla fine della conferenza, mi sono ritrovata con un nodo in gola e la sensazione chiara che La neve in fondo al mare non è un libro da leggere, ma da attraversare. Come una crisi. Come una terapia. Come l’adolescenza dei nostri figli

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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