Corpo, luoghi e relazioni nell’era digitale
Dal Salone del Libro di Torino 2025 – Riflessioni a partire dalla conferenza curata da Matteo Lancini
Sono tornata da una giornata full a Salone del Libro, con la mente piena e carica di libri, e sopratturro di una lista ancora oiu infinita di “devo comprare…” (Così verrò definitivamente sepolta dalla pila del comodino!!)
Ho partecipato al primo incontro della sezione Crescere, una novità del Salone del Libro 2025, curata da Matteo Lancini e dedicata – come recita il titolo – a tutto ciò che ha a che fare con lo sviluppo, l’adolescenza, l’identità, ma anche con la fatica di crescere… da adulti.
Sì, perché come dice spesso proprio Lancini – e lo ribadisce nel suo ultimo libro Chiamami adulto (Raffaello Cortina) – non si può parlare di adolescenti senza interrogarsi sugli adulti che li crescono. E infatti l’incontro a cui ho assistito non era centrato solo sui ragazzi, ma anche e soprattutto su di noi. Educatori, genitori, insegnanti, cittadini alle prese con un cambiamento di paradigma.
La provocazione iniziale: abbiamo chiuso i luoghi prima ancora che arrivasse Internet.
Matteo Lancini apre con una riflessione disarmante e lucidissima:
“Chi ha scritto ‘Vietato giocare a pallone’ non è stato l’inventore di Call of Duty.”
Ci ricorda che la desertificazione dei luoghi educativi – cortili, oratori, centri culturali, parchi – è iniziata ben prima dell’avvento degli schermi. I ragazzi non si sono rifugiati online per colpa di Internet. Semmai ci sono finiti perché li abbiamo spinti fuori dal mondo reale.
È un punto di svolta. Perché ci costringe a smettere di cercare il colpevole (lo smartphone! TikTok! l’intelligenza artificiale!) e a interrogarci su cosa stiamo offrendo ai nostri figli come alternativa. Come contenitore di esperienze incarnate, relazioni vive, sguardi che reggono e rimandano significato.
Giuseppe Riva – Noi. Le nuove tecnologie e il senso dell’identità (Il Mulino)
Riva, neuroscienziato e padre di due adolescenti, ha parlato con una chiarezza contagiosa. Parte da un’idea potente:
“Essere ‘noi’ è molto diverso da essere ‘voi’. Il ‘noi’ si costruisce nel corpo, nei luoghi, nelle relazioni fisiche.”
Nel suo libro racconta come le neuroscienze mostrino che la nostra identità si fonda anche sui neuroni GPS: cellule cerebrali che legano le memorie autobiografiche ai luoghi vissuti. Siamo studenti perché andiamo a scuola, siamo amici perché ci incontriamo al parco, siamo figli perché torniamo a casa.
Nei social media questi riferimenti si perdono. E allora l’identità diventa fragile, mutevole, scollegata.
Un esempio personale che ha condiviso: la figlia diciassettenne che chiede a ChatGPT di spiegarle Manzoni in stile gossip. Risultato? Interrogazione da 7½. Non è ortodosso, ma ha funzionato.
“Non possiamo più dividere tra giusto e sbagliato secondo le categorie in cui siamo cresciuti noi. Loro vedono cose che noi non vediamo ancora.”
Pier Cesare Rivoltella – Oltre la tecnofobia (Il Mulino)
Il pedagogista della Cattolica ci riporta a una verità dimenticata:
“Un tempo la comunicazione era legata ai luoghi. E questo permetteva all’adulto di governare il ritmo dell’accesso all’informazione.”
Faceva un esempio tenero e crudo: la stanza dei genitori era il sancta sanctorum, inaccessibile. C’erano spazi separati, tempi protetti, riti di passaggio. Oggi tutto è accessibile sempre, ovunque. I media hanno perso il luogo. E con esso, anche noi abbiamo perso la possibilità di governare l’educazione.
Ma attenzione: non serve tornare indietro. Serve smettere di cercare il controllo.
“Il problema non è il controllo, ma la relazione. Governare un rapporto significa stare dentro, non rimuovere la tecnologia.” ( quanta fatica faccio con questo concetto in consultazione con i genitori!!)
La sua proposta concreta? Curricolarizzare la media literacy. Portare l’educazione ai media nei programmi scolastici. Non più come intervento extra, ma come parte integrante del crescere. L’Italia, dice, è inadempiente da quasi 20 anni a una raccomandazione europea del 2006. E intanto ci si divide su “cellulare sì o no”.
Stefano Pasta – Oltre la tecnofobia (coautore)
La sua riflessione ha messo in crisi molti degli automatismi adulti:
“Le narrazioni più pericolose sono quelle che sembrano sensate. Quelle che si rifugiano nel buon senso.”
La vera tecnofobia non è solo quella dei catastrofisti. È anche quella, più subdola, di chi dice: “La tecnologia è utile, basta non abusarne.” Ma cosa vuol dire abuso?
Il rischio è che si semplifichi una realtà complessa usando categorie sbagliate, come “uso” e “abuso”, che funzionano per la marmellata, non per i processi evolutivi.
E se invece vedessimo le tecnologie come nuovi alfabeti? Strumenti da abitare, da comprendere, da integrare nei processi educativi. Non come nemici da esorcizzare.
Vittorio Gallese – neuroscienziato e padre
Gallese ha chiuso con un richiamo alla complessità della ricerca scientifica.
“Oggi leggiamo titoli che confondono correlazione e causalità. Ma dire che Internet causa il disagio psichico nei giovani è una semplificazione fuorviante.”
Porta l’esempio di studi longitudinali (citando il gruppo di Trondheim, Norvegia) che mostrano come i ragazzi più attivi online sono anche i più attivi offline. Più amici, più sport, più città.
Cioè: non è il tempo speso online a creare isolamento, ma la mancanza di una rete relazionale che lo accompagni.
E infine, con una tenerezza che solo i padri più consapevoli hanno, racconta di quando sua figlia ha imparato ad andare in bici. Con il casco, certo. Ma anche con le paure di una generazione di adulti che spesso proietta le proprie ansie sul digitale.
Cosa mi porto a casa, da psicologa e da madre
Che non si può più educare “contro” la tecnologia. Possiamo educare attraverso di essa.
Che vietare non basta. Anzi, a volte peggiora.
Che i nostri figli hanno bisogno di adulti presenti. Che reggano le domande. Che abitino il dubbio. Che ascoltino anche quando non capiscono.
E che – come ha detto Matteo Lancini in chiusura –
“L’unico momento in cui puoi esprimere davvero la tua creatività nella scuola italiana è la materna… o il dottorato. In mezzo, devi sopravvivere.”
Ridere amaro, sì. Ma anche lavorare perché non sia più così.

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