Quando il sintomo parla: storie che iniziano nella stanza delle parole
Succede spesso così. Arriva un messaggio. Una mamma scrive: “Mio figlio non vuole più andare a scuola”. Oppure un papà telefona: “È sempre triste, chiuso, non riusciamo a capire cosa gli passa per la testa”.
Altre volte è un adulto che, dopo anni di resistenza, si affaccia timidamente con un “forse è il momento di farmi aiutare”.
Quello che accomuna tutte queste richieste – anche le più brevi, le più impacciate – è la presenza di un sintomo. Qualcosa che non funziona più come prima. Un’ansia, una crisi, una rinuncia. Qualcosa che disturba, che preoccupa. Che bussa forte. E chiede attenzione.
Nella stanza delle parole, il sintomo non è un problema da spegnere. È un filo. Un filo che ci guida – se abbiamo il coraggio e la pazienza – verso una parte di storia che ha bisogno di essere vista, ascoltata, capita.
Ecco perché, in quello spazio intimo, il sintomo siede con noi. A volte è ingombrante, a volte è timidissimo. Ma ha sempre qualcosa da dire.
Il sintomo non è il nemico: è un narratore confuso
Nel linguaggio comune, i sintomi sono “cose brutte” da eliminare. Ma nel mio lavoro ho imparato a considerarli alleati. Portano dentro informazioni preziose. Sono risposte – spesso antiche – a situazioni complesse. A emozioni troppo forti. A legami faticosi. A paure profonde.
Quando un bambino si arrabbia senza motivo, quando un adolescente si chiude in camera, quando un adulto vive un’ansia che sembra irrazionale… è sempre utile fermarsi e chiedersi: “A cosa sta rispondendo questo comportamento?”
Perché nessun sintomo arriva per caso. E soprattutto: nessun sintomo arriva a caso in un certo momento della vita.
Dove inizia il viaggio? Sempre da una richiesta d’aiuto
Anche una semplice telefonata è già un momento significativo. Spesso chi chiede aiuto è ambivalente, confuso, stanco, oppure iper-razionale, ironico, scettico. E non importa: tutto questo racconta già qualcosa.
Il modo in cui ci si affaccia nella stanza delle parole riproduce, in piccolo, il modo in cui ci si è chiesti aiuto nella vita. C’è chi minimizza, chi chiede con entusiasmo, chi è arrabbiato, chi si vergogna. Ogni stile racconta una storia di bisogni, aspettative, delusioni, esperienze vissute – in famiglia, a scuola, nelle relazioni.
E da lì, si comincia a camminare.
I sistemi motivazionali: il cuore invisibile che muove i nostri comportamenti
Per orientarmi nel lavoro, uso spesso una chiave di lettura chiamata sistemi motivazionali interpersonali. Non è filosofia. È biologia emotiva. Significa che ogni essere umano è guidato da bisogni profondi, programmati evolutivamente, che ci spingono ad agire, reagire, entrare in relazione.
Eccone alcuni:
- Il sistema dell’attaccamento: si attiva quando siamo vulnerabili e cerchiamo conforto. È ciò che ci spinge – anche da adulti – a cercare vicinanza e rassicurazione.
- Il sistema dell’accudimento: è la nostra capacità di prenderci cura degli altri. Quando è troppo attivo, può portare a dimenticare se stessi per aiutare tutti.
- Il sistema del rango (agonistico): legato al confronto, alla competizione, al sentirsi “all’altezza” o “inferiori”. Può generare ansia sociale, perfezionismo, vergogna.
- Il sistema cooperativo: ci guida nel costruire legami paritari, nello scambio. È il fondamento delle relazioni autentiche.
- Il sistema esplorativo: ci porta a conoscere il mondo, fare esperienze, essere curiosi. Se bloccato, porta apatia, chiusura, ritiro.
- Il sistema difensivo: reagisce ai pericoli percepiti. Può manifestarsi in attacchi di rabbia, fuga, congelamento emotivo o senso di disconnessione.
Quando uno o più di questi sistemi si disorganizzano – a causa di esperienze dolorose, traumi, legami instabili – allora emergono i sintomi.
Esempi quotidiani in cui possiamo ritrovarci
- Il figlio che si chiude in camera e rifiuta la scuola? Potrebbe esserci una disattivazione del sistema esplorativo perché si sente giudicato, o non si sente “abbastanza”.
- Il genitore che si sente sempre in colpa se si prende del tempo per sé? Potrebbe avere un sistema dell’accudimento iperattivo, sviluppato per compensare vuoti antichi.
- L’adolescente che sembra non provare emozioni e si autoisola? Potrebbe essere in freezing, una reazione difensiva profonda, maturata in ambienti percepiti come non sicuri.
- L’adulto che ha pensieri ossessivi e fatica a rilassarsi? Potrebbe usare il controllo mentale per evitare emozioni travolgenti (tipico del sistema difensivo attivato).
- Chi si sente sempre “fuori posto” o “inferiore”? Spesso ha vissuto esperienze che hanno attivato il sistema di rango in modalità di sconfitta.
Il sintomo come soluzione imperfetta ma geniale
Questa è la parte che commuove sempre: il sintomo è un tentativo del cervello di salvarci. Anche quando fa male. Anche quando ci complica la vita. Serve a regolare, a difenderci, a non sentire troppo, a non collassare.
La bulimia calma un’arousal emotivo insostenibile. Il disturbo ossessivo protegge dal caos interiore. La fobia sociale evita l’umiliazione. Il panico nasce, a volte, per non lasciare da soli i propri cari. Il ritiro sociale può essere la soluzione migliore che si ha trovato per non rischiare un nuovo dolore.
Sono tutte strategie. Imperfette, ma intelligenti. E nella stanza delle parole, non le giudichiamo. Le guardiamo, le srotoliamo, le ascoltiamo.
Un lavoro fatto insieme
Nella stanza delle parole non c’è un esperto che “aggiusta” qualcun altro. C’è una relazione che cura. A volte io sono l’ago, a volte lo è chi ho davanti. Il sintomo è il filo. E insieme tessiamo.
Tessiamo storie spezzate, tessiamo significati nuovi, tessiamo possibilità che sembravano perse. Il passato si collega al presente. Il presente inizia a liberarsi. Il futuro, piano piano, torna ad avere forma.
Quando un sintomo bussa alla tua porta, non serve spaventarsi. Forse è solo il momento giusto per ascoltarlo. Per dargli parola, forma, direzione. E magari, per iniziare quel viaggio – delicato, profondo – che porta a conoscersi davvero.
La stanza delle parole è lì per questo. Per trasformare il sintomo da nemico a messaggero. Per restituirgli dignità. Per trasformare il dolore in senso.
Se senti che è tempo di capire da dove arriva quel “non so cosa mi succede”, inizia da una conversazione. Spesso è da lì che si ricompone il filo.
“Ogni sintomo è un filo teso verso qualcosa che non ha ancora trovato le parole. E la cura, a volte, è tutta in quel primo ascolto.”

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