Una lettera al mondo adulto, da leggere con gli occhi e col cuore
Ogni giorno, nella stanza di terapia, incontro adulti.
Persone “a posto”, direbbero fuori. Persone che funzionano, che si prendono cura di altri, che lavorano, che si sforzano sempre di essere all’altezza.
Ma se mi fermo a guardare meglio, spesso vedo un’altra cosa.
Vedo un bambino. Lì, dentro.
Un bambino che non ha mai potuto dire tutto. Che ha capito troppo presto che i suoi bisogni non erano benvenuti. Che ha imparato l’arte dell’adattamento per sopravvivere.
E quando gli do spazio, quando si sente abbastanza al sicuro, questo bambino scrive.
Scrive lettere come questa.
Lettera al mondo dei grandi
Cari grandi,
io non so se ve lo ricordate, ma una volta ero piccolo.
E in quel tempo, in quella casa, mi sono impegnato tantissimo per essere amato.
Non piangevo troppo, anche quando avevo paura.
Sorridevo anche quando avevo un nodo in gola.
Facevo il bravo, anche quando dentro volevo solo scappare.
Avevo imparato a leggere i vostri volti meglio di quanto voi sapeste leggere il mio.
Quando la mamma era triste, diventavo allegro. Quando il papà era nervoso, sparivo. Quando avevate bisogno di un figlio perfetto, io vi ho dato il meglio. Anche se mi costava tutto.
Ho imparato che la mia rabbia era troppo.
Che il mio dolore era fastidioso.
Che le mie domande disturbavano.
E così ho nascosto tutto in un angolo segreto. Anche me.
Non vi ho mai detto che, a tre anni, sapevo che non potevo piangere di fronte a voi.
Che a cinque, mentre massaggiavo la schiena della mamma perché le faceva male, sognavo che lei si accorgesse che anche io ero stanco.
Che a sette, avevo già capito che se prendevo dieci a scuola vi brillavano gli occhi. E allora ho studiato, sempre. Non per me. Per voi.
Mi avete chiamato “sensibile”, “maturo per la sua età”, “responsabile”.
E io mi sono convinto che valesse la pena sacrificare la mia infanzia, pur di sentirmi dire: “Siamo fieri di te”.
Ma ora vi scrivo perché dentro di me c’è ancora quel bambino.
Quel bambino che non ha mai potuto fare i capricci.
Che non ha mai potuto gridare: “Non ce la faccio!”.
Che non ha mai potuto cadere, perché doveva sempre essere forte per tutti.
Lo vedete ancora oggi, sapete?
È quello che si scusa sempre, anche quando non ha colpe.
Quello che non dice mai di no, anche se vorrebbe.
Quello che dà, e dà, e dà… finché non si svuota.
E poi arriva la sera, e non riesce a dormire.
Perché i pensieri non si zittiscono.
Perché la tristezza non ha nome.
Perché il cuore chiede amore, ma non sa più come chiederlo.
Allora vi prego.
Quando vedete un bambino sempre “perfetto”, fermatevi.
Quando un figlio non vi delude mai, chiedetevi cosa sta rinunciando a essere.
Restate con lui quando è difficile. Quando urla, quando vi sfida, quando sembra “sbagliato”.
Perché forse è proprio in quel momento che vi sta dicendo:
“Amami anche così. Amami tutto intero. Anche con le crepe.”
E se siete voi quel bambino, oggi adulto, vi prego: non ignoratelo più.
Non ditegli “è passato”. Non zittitelo con la razionalità.
Prendetelo in braccio. Guardatelo negli occhi. E ditegli:
“Ti vedo. Ti credo. Adesso puoi essere anche fragile.”
Con amore (quello che non chiede performance),
Il bambino invisibile
Se ti sei riconosciuto in queste parole, se hai sentito qualcosa che ti punge o ti scalda, forse è il tuo bambino interiore che ha trovato uno spiraglio.
E anche per lui, non è troppo tardi.
Con cura (e un pizzico di ironia),

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